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FARFALLINO


C'era una volta un contadino che dietro la sua casetta aveva un piccolo orto. Vi coltivava cavoli, lattughe, sedani, cipolle; parte ne vendeva, parte ne adoprava in famiglia.
Sua moglie, giovanissima, lavorava quanto lui. Filava, tesseva, cuciva. E di quel che tutt'e due guadagnavano non spendevano neppur la metà. Pensavano all'avvenire della loro unica figliola che cresceva bella e buona, quasi covata dagli occhi amorosi dei genitori. Aveva sette anni.
La bambina passava molte ore della giornata nell'orto dove lei, in un cantuccio, coltivava dei fiori.
Ora, da pochi giorni in qua, accadeva questo. Tutt'a un tratto, mentre parlava col babbo o con la mamma, le pareva di sentirsi chiamare dall'orto. Rispondeva:
- Vengo! Vengo! - e accorreva di corsa.
- Chi ti ha chiamato?
- Non so. Non ho trovato nessuno. E la voce veniva dall'orto?
- Dall'orto, certamente.
- Dev'essere uno scherzo di qualche vicino.
E il padre si mise alle vedette, con un grosso bastone in mano. La chiamata avveniva sempre poco prima di mezzogiorno. Ed ecco la bambina che accorreva di corsa:
- Vengo! Vengo !
- Non ti ha chiamato nessuno!
- Sì, babbo! Due volte.
- Ti è parso.
Infatti egli, che stava in agguato, non aveva sentito niente. La bambina si mise a piangere dalla stizza di non esser creduta. Così parecchie volte di seguito. Il padre e la madre ne erano impensieriti. La madre consultò una vecchia vicina creduta mezza fattucchiera.
- Si sente chiamare, dall'orto; accorre e non trova nessuno. Che può essere? Che significa?... Queste due uova pel vostro scomodo.
- Grazie. Sentirsi chiamare, vuol dire grande fortuna!
Il marito, da parte sua, era andato a consultare un vecchio che passava per Stregone.
- Si sente chiamare, dall'orto; accorre e non trova nessuno. Che può essere? Che significa?... Questi pochi soldi pel vostro scomodo.
- Grazie. Sentirsi chiamare, vuol dire grande fortuna!
Quando marito e moglie si comunicarono la risposta ricevuta, si sentiron salire le lacrime agli occhi dalla contentezza. Ma alla bambina non dissero niente.
Era andata nell'orto di buon'ora per innaffiare una pianta di rose carica di bottoni, qualcuno dei quali cominciava ad aprirsi; e su un ramo di foglie vide un bruco, grosso quanto il mignolo delle sue mani, che spasseggiava da una foglia all'altra contraendosi, allungandosi, rizzando la testa e muovendola quasi per guardare attorno. Era di colore verde scuro con puntini rossi e gialli lungo i fianchi e la schiena; il ramo delle foglie si piegava sotto il suo peso.
Ella non aveva mai visto un bruco simile.
- Babbo, babbo! Guarda, che bel bruco!
Il contadino stava per dargli un colpo con la mano per farlo cascare giù e calpestarlo.
- No, babbo!... Voglio allevarlo!
- Ma i bruchi non si allevano.
- Lasciami fare; voglio allevarlo. Mamma, vieni a vedere anche te. Che bel bruco! Voglio allevarlo.
Dopo quelle risposte della vicina e dello Stregone, marito e moglie non osavano più di contrariare nessun capriccio della bambina. Si guardarono in viso, si strinsero nelle spalle, e il padre rispose:
- Lo alleverai. Ma, bada, i bruchi càmpano poco. Chi fa il bozzolo, chi la crisalide, e si trasformano in farfalla.
- Bene! Alleverò poi la farfalla che nascerà da esso.
- Neppure le farfalle si allevano. Scappano, volano, non si lasciano afferrare.
- Tenterò. Vo' divertirmi.
Stava intere giornate a osservarlo, a sorvegliarlo mentre andava da un ramo all'altro; e gli parlava quasi esso potesse intenderla:
- Bruchino mio! non te n'andare. - E gli domandava: -Che farai? Un bozzolo? Una crisalide?
Per poco non attendeva la risposta.
I movimenti del bruco diventavano lenti, la sua pelle si corrugava. Si era ridotto sul ramo più folto di foglie.
- Sai, babbo, che fa? Si lega con un filo.
- Sta per formare la crisalide.
E quando la bambina si accorse che la pelle, inaridita, era cascata per terra, e che sul ramo era rimasto, legato da parecchi fili attorno, il guscio duro della crisalide, fu presa da grande impazienza: voleva vedere uscir fuori la farfalla.
- Presto, babbo! Chi sa come sarà bella, mamma!
Ogni settimana che passava le pareva un secolo.
Finalmente, una mattina, trovò che la farfalla aveva già bucato la crisalide, e faceva dei conati per liberarsi dell'involucro.
- Su! Su! Farfallino mio, su! Su!
Le era venuto inconsapevolmente questo nome su le labbra, e continuava a chiamarlo così, mentre esso si sforzava a rizzare le antenne del capo e distendere le ali umide che a poco a poco si spiegavano per asciugarsi all'aria aperta. Impaziente, ella scosse con gran delicatezza il ramo su cui Farfallino era posato, se lo fece cadere su la palma di una mano e lo portò subito al sole perché distendesse e facesse asciugare le ali più presto. E non sospettava che, appena in condizione di volare, Farfallino potesse volar via.
Diè un grido, allungò una mano per afferrarlo, ma Farfallino era lontano. Faceva il giro dell'orto, si posava su una pianta, sfiorava col volo i cesti di lattuga e dei cavoli, risaliva in su, quasi sdegnato di essersi potuto abbassare fino a quelle meschine verdure, e volteggiava in alto con ebbrezza, senza curarsi della bambina che gli correva dietro per afferrarlo e gli gridava:
- Farfallino! Farfallino mio!
Stanca, ansante dalla corsa, si era fermata per riprender fiato, ed ecco che Farfallino le gira attorno, si avvicina, si allontana, torna ad accostarsi e finalmente le si posa sul dorso di una mano, come per baciargliela.
Ella cercò di avvicinare cautamente l'altra mano ed afferrarlo, ma Farfallino era già lontano, in fondo all'orto scapricciandosi a volare su e giù, andando a fermarsi su la pianta della rosa che l'aveva accolto da bruco.
Allora la bambina gli tese la mano per rassicurarlo e invitarlo, e Farfallino, compiacente, andò a posarvisi di nuovo, aprendo e socchiudendo le belle ali screziate.
Da quel momento in poi, la bambina e Farfallino furono indivisibili. Ella lo portava attorno posato sui capelli quasi fosse uno spillone, posato su una spalla come un uccellino ammaestrato; posato su l'indice della mano quasi fosse un anello da mettere in mostra.
Poi, improvvisamente, Farfallino scappava via nell'orto, volteggiando da un punto all'altro, sparendo di là del muro di cinta, spingendosi in alto, in alto, sui tetti delle case vicine, e tornando giù precipitosamente, facendo mille scherzi di volo attorno alla bambina che lo sgridava:
- Basta, Farfallino! Non farmi arrabbiare, Farfallino!
Era sparito? Dov'era andato il cattivo? E correva a guardarsi nello specchio per convincersi se le si era posato sui capelli. Era là, proprio, tra la scriminatura rasente alla fronte; e lei sorrideva, inorgoglita, vedendogli aprire e chiudere le alucce ritte; sembrava dirle, ridendo:
- Son qui!... Sei contenta?
Non erano però molto contenti i genitori. La bambina cresceva, sì, facendosi ogni giorno più bellina, più aggraziata. Non sembrava figlia di contadini, con quella fine carnagione del viso, con quelle manine bianche, piccole, affusolate che, con la scusa di Farfallino, non facevano più nessun lavoro manuale. Ma questo divertimento quanto doveva durare? E la grande fortuna annunciata dalla fattucchiera e dallo Stregone non accennava ad arrivare!
- Come fare, marito mio?
- Abbozziamo ancora, moglie mia!
- Certamente quel che ci accade non è cosa ordinaria.
- Ma ogni bel gioco dovrebbe durar poco. Finirà che con una manata accopperò Farfallino, un giorno o l'altro.
Si udì di là una gran risata: Ah! Ah! Ah!
Il contadino, indispettito, corse a vedere. Non c'era nessuno.
Rimase male, ed ebbe paura. Ragionava di questo con la moglie, quando vide presentarsi un messo del Re.
- Ordine di Sua Maestà! Dice che vostra figlia ha una farfalla meravigliosa, sconosciuta.
- È vero.
- La famiglia reale vuol vederla. Venite tutti con me.
- Ma la farfalla è libera: va e viene capricciosamente.
- Non voglio saper nulla. Ordine di Sua Maestà!
La moglie disse al marito:
- Sarà, forse, il principio della gran fortuna!
Quando comunicarono alla figlia: Ordine di Sua Maestà, la ragazza si rivolse a Farfallino:
Sai, Farfallino? Vuol vederti il Re.
Farfallino, che le stava posato su l'indice, diè un balzo e volò lontano.
- Avete visto? - disse il padre al messo.
- Non voglio saper nulla. Ordine di Sua Maestà! Vò a chiamare le guardie per farvi legare.
Non occorse. Farfallino era già tornato posandosi sui capelli della ragazza.
- Grazie, Farfallino. Ora andiamo dal Re.
La famiglia reale e i Ministri erano raccolti nel salone delle udienze, in attesa.
- Oh, bella! Oh, bella!
Tutti ammiravano la farfalla che apriva e chiudeva irrequietamente le ali su i capelli della contadinella.
La Reginotta allungò la mano per prenderla, ma diè un grido: era rimasta col braccio teso, irrigidito.
Allungò la mano anche il Reuccio, e diè un grido pure lui: era rimasto col braccio teso, irrigidito.
Così il Re, così la Regina, che si provarono uno dietro all'altra.
Alla vista delle quattro braccia tese a quel modo, la ragazza scoppiò in una matta risata, e Farfallino si diè a danzarle davanti allegramente; per poco non sembrava che facesse matte risate anche lui.
Il Re disse:
- Se fra cinque minuti tutto questo non sarà cessato, marito, moglie e figliuola avrete tagliata la testa!
- Ah, Farfallino! Abbi pietà di noi!
Alla preghiera della ragazza, Farfallino svolazzò, sfiorando le quattro braccia tese, irrigidite, ed esse si piegarono a poco a poco e tornarono allo stato naturale.
Il Reuccio e la Reginotta però cominciarono a strillare, a battere i piedi:
- Vogliamo la farfalla! Vogliamo la farfalla!
Ma, che è, che non è, guarda qua, cerca là, Farfallino era sparito! E il Re, che si credeva burlato da quei contadini, ordinò:
- Stiano in carcere a pane e acqua, finché la farfalla non torna.
Marito e moglie, quasi al buio, in quella fetida cella, si lamentavano piangendo:
- Ecco la gran fortuna che doveva toccarci!
Non avevano finito di parlare, che la stanza s'illuminò. Pareti e pavimento di marmo finissimo, e nel centro una tavola apparecchiata, con vivande fumanti. In un canto la ragazza diceva, sottovoce, carezzevoli parole a Farfallino, che pareva stesse seriamente ad ascoltarla.
Dopo che ebbero allegramente desinato, la luce disparve; pareti e pavimento tornarono allo stato di prima; ma il carceriere entrato con la lanterna in mano per l'ispezione, fu meravigliato non solamente di trovare intatti il pane e l'acqua che dovevano sostentare i prigionieri, ma di scoprire in un canto ossa di pollo, croste di pane bianchissimo, bucce di frutta e briciole di torta.
- Come mai?
E corse ad avvertire il Re.
Il Re trovò marito, moglie e figliuola stesi per terra addormentati; se non che nella cella si sentiva un odore - di gelsomini? di rose? di garofani? non si distingueva bene - a confronto del quale l'aria delle stanze reali diventava nauseabonda. Tornò indietro, senza svegliarli, e disse alla Regina:
- Maestà, ci troviamo davanti a un mistero. Se sentiste che odore c'è in quella cella rimarreste incantata. Ho paura di attirarmi addosso qualche malanno, tenendo ancora in carcere quei tre.
- Sempre pauroso, Maestà.
- Dite piuttosto: prudente.
- Dovrà vincerla, dunque, quella contadinaccia? Pare impossibile! E il Reuccio e la Reginotta non dovranno neppur vedere la famosa farfalla?
- Ce n'è tante pei prati!
- Ma non sono... «quella»!
- Tentate voi, Maestà, per la farfalla. Se riuscite, tanto meglio.
La ragazza venne condotta al cospetto della Regina.
- Dov'è la farfalla?
- È andata via pei fatti suoi, Maestà.
- È ammaestrata?
- Si è ammaestrata da sé, Maestà.
- Te la cambierei con un bel marito: un sergente delle guardie.
- Ho qualcosa di meglio in vista, Maestà.
- O un capitano delle guardie, giovane e bello anch'esso...
- Ho qualcosa di meglio in vista, Maestà. La Regina, spazientita, disse:
- O che vorresti per marito il Reuccio?
- Ho qualcosa di meglio in vista, Maestà.
La Regina non si contenne più e spinse la mano per darle un gran schiaffo. A mezza strada, la mano si staccava dal polso e andava a cadere in un angolo della stanza. La Regina, allibita, atterrita, vide la ragazza chinarsi, raccogliere la mano, ungerla, nel punto dell'attacco, con un po' di saliva e riunirla al polso come se niente fosse stato.
- Ah! Ti darò anche... il Reuccio! - esclamò in un impeto di gratitudine.
- Grazie, Maestà! Ho qualcosa di meglio in vista, Maestà.
La Regina, mortificata, non fiatò più, e disse al Re:
- Si, è forse meglio scarcerare quei tre.
La ragazza credeva di trovare a casa, o nell'orto, Farfallino che, da due giorni, non si faceva vedere.
Ne passarono otto, ne passarono dieci, e di Farfallino nessuna notizia. La ragazza piangeva, rifiutava di prender cibo, andava a letto e non riusciva a chiuder occhio. Padre e madre se la vedevano dimagrire davanti, pallida, muta. Il padre minacciava:
- Se lo trovo, con una manata lo accoppo!
La madre soggiungeva, scusandolo:
- Chi sa che gli è accaduto, poverino!
E tornò a consultare la fattucchiera:
- Ah, comare! Comare! Mi avete ingannata! La grande fortuna dov'è?
- Spesso, quel che ci pare una disgrazia è una fortuna. Tenetelo a mente, comare!,
Anche il marito tornò dal vecchio che passava per Stregone:
- Ah, compare! Compare! Mi avete ingannato! La grande fortuna dov'è?
- Quel che ci pare una disgrazia, spesso spesso è una fortuna. Che ne sappiamo, compare?
La ragazza continuava a piangere, rifiutava di prender cibo, andava a letto e non riusciva a chiuder occhio. E una mattina fu trovata stesa supina nel lettuccio, bianca bianca, con le braccia conserte sul seno; pareva placidamente addormentata... ed era morta!
E sul suo corpicino irrigidito si vedeva straluccicare, da capo a piedi, un lieve strato delle impalpabili scaglie delle ali di Farfallino, quasi polvere di oro, di diamanti, di ametiste, di smeraldi, di rubini da lui venuta a spargere, invece di fiori, sul cadavere dell'amica diletta. Marito e moglie piangevano zitti zitti, confortandosi alquanto con le parole di quei due:
- Spesso, quel che ci pare una disgrazia è una fortuna. Che ne sappiamo?

Stretta la foglia, larga la via,
Ogni disgrazia fortuna sia!


CAPRICCETTO


C'era una volta due contadini, marito e moglie, che vivevano col loro lavoro; lui andando a giornata, lei filando e tessendo. Avevano un bambino che era la maraviglia del vicinato. Divezzato da parecchi mesi, vestito, lavato, pettinato, la sua mamma lo metteva a sedere in un canto, per terra, sopra una vecchia coperta e gli diceva:

- Il mio bel piccinuccio
Se ne sta come un Reuccio.

E il bambino restava là, con le gambette allargate, le manine sui ginocchi, immobile. Si divertiva a seguire con lo sguardo i giri e i salterelli del fuso della mamma; e soltanto dal movimento degli occhi si capiva che era vivo.
- E non ride mai, comare? - domandavano le vicine.
- Non ride mai!
- E non piange mai, comare?
- Non piange mai!
- Eppure è vispo; non è uno sciocco.
- Intanto bada a crescere.
Infatti il bambino veniva su bianco di carnagione, biondo di capelli, ben fatto della persona; ma non rideva, non piangeva, non chiacchierava.
La mamma gli diceva:
- Piccino, sta lì...
E il piccino stava lì.
- Piccino, fa questo; piccino, fa quello.
E il piccino faceva questo, faceva quello. Le vicine, con certi demonietti di figliuoli, glielo invidiavano.
Una mattina che pioveva a dirotto, il marito non aveva potuto andare in campagna; e dalla soglia della porta, con le mani dietro la schiena, spiava il cielo nuvoloso e il ruscello formatosi nella via.
Ed ecco un povero vecchio, curvo, tutto inzuppato di acqua. Barcollava tentando di evitare le pozzanghere, e quasi non sapeva come andare avanti.
Il contadino ne ebbe pietà, lo prese per un braccio e gli disse:
- Nonno, nonno, riparatevi qui!
- Grazie, figliuolo.
- Siamo poveri, ma abbiamo un po' di cuore.
- Grazie, figliuolo.
La moglie si era fatta avanti.
- Accostatevi al fuoco: asciugatevi.
Il vecchio si accostò al focolare, e i suoi panni cominciarono a fumigare così intensamente da sembrare che bruciassero. In pochi momenti erano già asciutti.
Marito e moglie lo guardavano con stupore. Fuori la pioggia continuava a venir giù a catinelle.
- Nonno, avete bisogno di qualche cosa?
- D'un sorso d'acqua, figliuola. Non occorre il bicchiere.
Prese la brocca di terracotta, e tenendola per i due manici, la portò alle labbra. Era quasi piena; e lui, bevi, bevi, bevi, senza neppur rifiatare la vuotò interamente fino all'ultima stilla. Marito e moglie lo guardavano con stupore.
- Nonno, avete bisogno di altro? Poveri siamo, ma abbiamo un po' di cuore.
- Dopo l'acqua, figliuoli, ci vorrebbe un dito di vino.
- Quel po' che ce ne troviamo in casa.
Il po' era un bariletto appena appena incominciato.
- Grazie, figliuola. Non occorre il bicchiere.
Levò su con le braccia il bariletto, dopo di averlo sturato da due capi; e bevi, bevi, bevi, senza neppur rifiatare, lo votò interamente fino all'ultima stilla.
Marito e moglie lo guardavano con stupore.
Il bambino era rimasto seduto sulla seggiola dove lo aveva messo la mamma.
- È vostro figlio? - domandò il vecchio.
- Sì, nonno: nostro figlio.
- E non ride mai?
- Non ride mai!
- E non piange mai?
- Non piange mai!
- E sta sempre così tranquillo?
- Sempre così tranquillo!
- Lasciatemi vedere.
Il vecchio prese il bambino su le ginocchia, e gli aperse il petto della camicina. Guardava e scoteva la testa.
Tirò indietro il collo della camicia e frugava con gli occhi la schiena e le spalle, guardava e scoteva la testa.
Il bambino aveva i capelli lunghi, che gli scendevano in riccioli attorno al collo. Il vechio li scartava con le dita e osservava la pelle.
- Oh! Va bene! Va bene! Questo bambino è fortunato!
E lo rimise a sedere su la seggiolina.
Fuori la pioggia continuava a venir giù a catinelle.
- Nonno, avete bisogno di altro? Poveri siamo, ma abbiamo un po' di cuore.
- Avevo sete: ora ho fame.
- Pane, formaggio, uova, cipolle; scusate...
Il marito stese il tovagliolo su la tavola, la moglie portò il pane, il formaggio e le cipolle.
- Le uova, a bere o nel tegame?
- Come vi piace, comare.
Intanto il vecchio spezzava con le mani la grossa pagnotta di pan bigio, e si metteva a mangiare: pane, formaggio, cipolle in un batter d'occhio erano spariti. Poi le uova, con un'altra pagnotta, altro formaggio, altre cipolle. Pareva che il vecchio non avesse mangiato da un mese.
Marito e moglie lo guardavano con stupore.
- Nonno, non abbiamo più niente...
- Mi butto in un canto, per dormire.
- C'è un letto, nonno, per voi!
Il vecchio, raggomitolatosi in un angolo, già russava forte. Si era addormentato anche il bambino.
Per non disturbarli, marito e moglie se n'erano andati di là, nell'altra stanza. Avevano paura; ma il marito non osava dirlo alla moglie, né la moglie al marito.
Chi era quel vecchio che aveva bevuto e mangiato tanto? E perché aveva detto: Va bene! Va bene! Questo bambino è fortunato?
- Dev'essere uno Stregone! - disse sottovoce il marito.
- Dev'essere un Orco! - disse sottovoce la moglie.
- E abbiamo lasciato il bambino a dormire con lui!
- Zitta!
- Zitto!
E in punta di piedi andarono di là, con lo spavento negli occhi.
Il bambino dormiva ancora su la seggiola...
Il vecchio non c'era più! E su la tavola, due grosse pagnotte di pane bianchissimo, una formella di cacio, parecchie cipolle freschissime e mezza dozzina di uova in un piatto.
- Era uno Stregone!
- Era un Orco!
Il bambino aperse gli occhi tutt'a un tratto; e, dalla stizza di essere stato svegliato, si mise a piangere forte, lui che non aveva mai pianto!
Poi, vedendo sulla tavola quelle grosse pagnotte di pane bianchissimo, cominciò a batter le mani e a ridere, a ridere, lui che non aveva mai riso.
Saltò giù dalla seggiola e tentava di arrampicarsi su la tavola, per prendere una delle pagnotte di pane bianchissimo, non mai visto in casa sua.
E siccome la mamma volle impedirglielo, il bambino cominciò a strillare, a pestare i piedi, lui che non aveva strillato né pestato i piedi, mai!
Babbo e mamma non sapevano se rattristarsi o rallegrarsi di quell'incredibile mutamento. Dovettero contentarlo.
- Questo pane è mio!
Tagliava larghe fette e mangiava.
- Questo cacio è mio!
Ne tagliava larghe fette e le mangiava assieme col pane.
- Queste cipolle, queste uova sono mie!
Le affettava, le sgusciava e le divorava per companatico.
Si sarebbe detto che, anche lui, come il vecchio, non avesse mangiato da un mese. Babbo e mamma lo guardavano con tanto di occhi, lo credevano stregato.
Su la tavola non erano rimaste neppure le briciole.
Il bambino, in due salti, fu fuori di casa. La sua apparizione così insolita mise in allegria tutto il vicinato. Bambini e bambine gli furono attorno, e lui già faceva il prepotentino, quasi fosse sempre stato in mezzo a loro. Vedeva un giocattolo in mano di qualcuno e stendeva la mano per strapparglielo.
- Dammelo! Lo voglio !
E se quello, o intimorito o impietosito, gli diceva:
- Prendilo! Te lo regalo - egli subito lo rifiutava, disprezzandolo:
- È brutto! Non lo voglio più!
Le vicine ridevano, lo accarezzavano, gli domandavano:
- Vuoi questo? Vuoi quello?
Non voleva niente. Correva di qua, correva di là: gli dispiaceva di essere accarezzato; e se qualche comare lo inseguìva e tentava di acchiapparlo, ridendo, ecco d'un salto, tuffava i piedi in una pozzanghera e ne faceva schizzare l'acqua fangosa.
Era la prima volta ch'egli dava questo spettacolo. Le vicine domandavano:
- Come avete fatto, comare? Si è svegliato tutto a un tratto?
- Tutto a un tratto, comare! E aveva il pianto nella voce.
- Vi dispiace? I bambini... devono essere bambini.
Poteva dire: - Me lo hanno stregato?
La povera donna e il marito avevano ragione di credere così. Passavano i giorni, passavano i mesi, e più il ragazzo cresceva e più diventava incorreggibile. Le vicine già lo avevano soprannominato: Capriccetto. Altro che Capriccetto! Avrebbero dovuto chiamarlo demonietto a dirittura.
Ora, quasi tutti i giorni, voleva andare in campagna col padre. Se non che arrivato ad un certo punto, il ragazzo spariva tra gli alberi, tra le macchie, dietro un muricciolo. Il padre, al ritorno, lo trovava allo stesso punto in cui era sparito.
- Dove sei stato, cattivo?
- Mi chiamo Capriccetto - rispondeva savio savio.
- Dove sei stato?
- Da quello.
- Chi quello?
- Mi chiama: Vieni! Vieni! Dice che mi regalerà un gran tesoro. Dice che ho il segno. E il tesoro può prenderlo soltanto chi ha il segno! Dove l'ho, babbo?
Il babbo non credeva niente di quello che il ragazzo raccontava. Conducendolo con sé, si proponeva di tenerlo d'occhio, per evitare che sparisse; ma ogni volta, che è che non è, il ragazzo non era più là. Al ritorno, il padre lo trovava là, quasi non si fosse mosso.
- Dove sei stato?
- Da quello.
- Chi quello?
- Mi chiama: Vieni! Vieni! Dice che ho il segno! E il tesoro può prenderlo soltanto chi ha il segno.
Ogni volta che il marito raccontava alla moglie le sparizioni del figliuolo, la povera donna si metteva a piangere.
- Un giorno o l'altro, vedrai, non tornerà più.
- Ma si può sapere che sia questo segno? L'hai tu mai veduto?
- Nostro figlio non ha nèi, né voglie, né segno di nessuna ,sorta.
- Osserviamolo bene da capo a piedi.
- Se si lascia osservare.
Mentre il ragazzo dormiva, ignudo, babbo e mamma, con un lume in mano, lo osservarono dalla pianta dei piedi alla fronte; la bianca carnagione non aveva neppure un piccolissimo segno di lentiggine.
Allora la mamma si ricordò che lo Stregone, o Orco che fosse, aveva anche osservato tra i capelli nella nuca, e che allora aveva esclamato: Oh! Va bene! Va bene! E infatti, sotto i capelli, su la nuca, la mamma scoperse tre lineette rosse, traversali, che si scorgevano appena, e sembravano un lieve graffio.
- Il segno dev'esser questo!
- È questo! È questo!... Dunque è vero! Nostro figlio prenderà il tesoro.
- E saremo ricchi! Non mi ero ingannata, dicendo che quel vecchio era un Orco!
- O piuttosto: uno Stregone!
La mattina dopo, il ragazzo era bell'e pronto ad andar via.
- Mi ha chiamato: Vieni! Vieni!
- Ma chi ti chiama?
- Dove vai?
- Sento parlare e non vedo nessuno. Vado come portato via dal vento: e, in un batter d'occhio, mi trovo lassù, nel castello, nel palazzo, nella grande grotta, non so: e in ogni stanza, mucchi di pietre preziose. Ma lui dice: «La pietra più preziosa è questa qui». E mi mostra sua figlia, che sembra davvero fatta di pietra. Non parla, non si muove, ed ha due occhi lucidi più di quelli del gatto. E il vecchio mi domanda: «La vuoi? La vuoi?». Che ne devo fare? E gli rispondo: «Tenetevela!». Lui si arrabbia, si morde le mani... e mi scaccia via! Che ne devo fare di quella sua figlia di pietra? Dovrebbe darmi piuttosto una manciata di pietre preziose! ...
E mentre parlava, Capriccetto non stava fermo: gesticolava, faceva mosse buffe con gli occhi e le labbra, dava due girate su i tacchi, come una trottola, e rideva, e canticchiava, e si fermava per stare in orecchio.
- Sentite? Vieni! Vieni!
Il ragazzo sparì, quasi portato via da una folata di vento. Questa volta Capriccetto non tornò. Il babbo e la mamma lo piansero per morto.
E passarono sette anni, sette mesi e sette giorni. Ma la sera avanti del settimo giorno, a ora tarda, i due contadini, marito e moglie, udirono un gran picchio alla porta. La mamma disse subito:
- È Capriccetto!... Riconosco il suo picchio!
Lo chiamarono col soprannome di quand'era bambino. Capriccetto, sì, era divenuto un bel giovane, alto, robusto, con lunghi capelli biondi attorno al collo, e sempre con l'aria furbesca e birichina che gli aveva meritato quel soprannome. Lo abbracciarono, lo baciarono, lo festeggiarono.
- Sette anni, sette mesi e sette giorni! Ti abbiamo pianto per morto, figlio mio!
- Come? Sono stato qui durante questo tempo; ho mangiato, ho dormito qui... Non mi avete veduto?
Alla notizia del suo arrivo era accorso tutto il vicinato.
- Benvenuto! Benvenuto! Sette anni, sette mesi e sette giorni! Ti abbiamo pianto per morto!
- Come? Sono stato qui durante questo tempo. Non mi avete veduto?
Tutti lo guardavano increduli:
- Sempre Capriccetto! Non c'è che direi
Allora egli capì che il vecchio lo aveva tenuto prigioniero, e gli aveva dato l'illusione di trovarsi ogni giorno a casa sua e tra le persone del vicinato.
Come fare a sfuggire a questa prepotenza, a questa soperchieria? La mamma gli disse:
- Quando il vecchio ti chiama e stai per essere portato via, noi ci aggrapperemo a te e verremo colà anche noi. Lo pregheremo, lo supplicheremo...
- Ci aggrapperemo a te anche noi, una dietro l'altra: lo pregheremo e lo supplicheremo... - replicarono le vicine.
E tutti stavano in attesa che il vecchio, al solito, chiamasse: Vieni! Vieni!
Passa un giorno, ne passa un altro, poi un altro ancora; in tutto il vicolo si mangia in piedi, alla meglio, si dorme a intervalli, chi sì chi no, per esser pronti alla volata di Capriccetto... Ma il vecchio non chiama: Vieni! Vieni!
E tutti pensavano al tesoro che Capriccetto doveva prendere; e ognuno pensava:
- Ne toccherà un po' anche a me.
Ma il vecchio maligno non chiamava!
Finalmente, quando meno se lo aspettavano, Capriccetto dà un balzo. Ha sentito: Vieni! Vieni!
La mamma lo afferra per un braccio, il babbo per l'altro braccio; e tutto il vicinato, uomini e donne, si aggrappano a lui, uno dietro l'altro; e la gran folata di vento li porta via tutti, quasi che fossero tanti fuscelli di paglia.
Se non che, di tratto in tratto, qualcuno non si regge e casca giù, per fortuna senza farsi male. Così tutto il vicinato viene seminato per strada. All'arrivo, soltanto la mamma aveva resistito, e penetrava col figlio nella casa dello Stregone, che Stregone o Orco che fosse, nessuno lo sapeva precisamente.
Il vecchio fingeva di non accorgersi della mamma di Capriccetto, che pure lo teneva stretto per una mano: e lo conduceva davanti a quella che diceva sua figlia:
- La pietra più preziosa è questa qui! La vuoi? La vuoi?
Quasi che col contatto della mano della madre gli si fossero snebbiati gli occhi tutt'a un tratto, egli vide una bellezza straordinaria, una giovinetta fiorente, con una ricchezza di capelli che splendevano più del sole.
Sorrideva, ma con la testa accennava alla mamma di Capriccetto perché si accostasse.
La povera donna le s'inginocchiò davanti balbettando: - Figlia mia! - e baciandole la mano.
Che cosa sia accaduto dopo, nessuno ha saputo mai dirlo! La madre di Capriccetto credeva di aver fatto un bel sogno; e Capriccetto sapeva che assieme con quella giovane bellezza, divenuta sua sposa, una luce di uguale bellezza gli si era sviluppata nella mente.
Gli sembrava di averla ripiena di tutte le pietre preziose che il vecchio chiamava le «divine parole» e che adesso gli sgorgavano dalle labbra ogni volta che egli andava cantando le sue dolci canzoni per città e per borghi, canzoni che nessun altro sapeva cantare, perché nessun altro era nato col segno come lui. Fortunatamente, alcune di esse, trasmesse di bocca in bocca, sono arrivate fino a noi.
Alcuni vogliono dar a intendere che quelle che ora cantano loro siano formate con le stesse «divine parole» - diamanti e altre pietre preziose - di Capriccetto, ma non è vero.
Sono tutte pietre false.

Pietre preziose, «divine parole»
Non le possiede chiunque vuole;
«Divine parole», pietre, diamanti...
Ma non è fiaba per tutti quanti!



LA CAGNETTA ZOPPA


C'era una volta un Re che aveva paura di morire prima di aver trovato pel suo Reuccio la più bella, la più ricca, la più buona Reginotta del mondo. La Regina gli diceva:
- La più buona, sì; è l'importante. Ma...
- Ma che cosa?
- Non vorrebbe dir niente se non fosse la più bella; la bellezza dura poco. E poi...
- E poi che cosa?
- Non occorre che sia ricca. Sarà sposa di Re.
- ...Parlate come una donnaccola!
- ...E voi come un contadino!
Re e Regina, a proposito del futuro matrimonio del Reuccio, finivano sempre con scambiarsi insolenze.
Un giorno il Re disse:
- Vado a consultare il Gran Mago.
- Perché? Quel che deve accadere accadrà. È meglio ignorar l'avvenire.
- Almeno mi metterò il cuore in pace!
- Io non voglio sapere. Tenete le risposte per voi solo.
- Non dubitate: non vi dirò niente.
Infatti, quando tornò dalla grotta del Gran Mago, il re stette zitto. Non sembrava però molto contento di quel che gli era stato rivelato. Quantunque la Regina avesse detto: - Non voglio saper niente! - nel suo interno si struggeva di conoscere la risposta del Mago. Il Re, dall'altro canto, era smanioso di parteciparle la triste notizia, per avere almeno una persona con cui sfogarsi a lamentare la cattiva sorte del Reuccio. Ma nessuno dei due voleva essere il primo a disdirsi. La Regina, a un gesto equivoco del Re, si affrettava a protestare:
- Non voglio saper niente!
- E chi vuol dirvi qualcosa? - rispondeva il Re impermalito.
Un giorno, la Regina disse al Re:
- Maestà, voi avete una gran voglia di farmi conoscere la risposta del Mago.
- Io? - rispose il Re. - Maestà, voi scherzate. Siete voi che vi struggete di apprendere il destino del Reuccio!
- E parlate! Dovete ammalarvi per colpa mia?
- E state a sentire! Dovete ammalarvi per colpa mia?
Si guardarono in viso, si misero a ridere, e il Re fece:
- Che disgrazia! Dice il Gran Mago... - Non aveva coraggio di andare avanti.
- Che chi cuce adopra l'ago!
- Osate di farmi il verso? Siete una madre senza cuore!
- E chi non campa, certamente muore!
- Dice il Gran Mago - replicò il Re alzando la voce - che il Reuccio sposerà una cagnetta zoppa!

Zoppa, zoppetta,
Cagna, cagnetta!

- Vergognatevi di ridere sulla sciagura del Reuccio!

- Io non rido né mi affanno:
Lo vedremo tra qualche anno!

- Pur troppo! Pur troppo! Intanto non bisogna far sapere niente al Reuccio della disgrazia che lo minaccia.
- E voi, Maestà, date retta alle sciocchezze del Gran Mago? Io invece ho fatto un bel sogno: il Reuccio sposerà una Reginotta coi capelli d'oro.
- Sogno! Sogno, Maestà!
- Ma non è peggio il creder possibile che il Reuccio dovrà sposare una cagnetta zoppa? Scommetto che se vado io a consultarlo, il Gran Mago mi risponderà diversamente.
- Andate pure, Maestà! Siete testardaccia!
- E voi scioccone, Maestà!
Avevan finito, come sempre, con scambiarsi insolenze.
La Regina, piccosa, andò a trovare il Gran Mago, e per ingraziarselo, gli portò tanti bei doni, uno più ricco dell'altro.
- Mago, Gran Mago, chi sposerà il Reuccio mio figlio?
Il Gran Mago rispose con una specie di grugnito:

- Con le foglie e senza foglie,
Sposerà... chi prende in moglie.
C'è chi ha occhi e non ci vede,
C'è chi vede e non ci crede.

- Parlate chiaro: non capisco.
- Non è colpa mia, se non capite!
La Regina tornò, mortificatissima, al palazzo reale. Il Re andò subito a interrogarla.
- Quel Gran Mago è un burlone. Dice:

Con le foglie e senza foglie,
Sposerà... chi prende in moglie.

- Significa che ne sa meno di noi.
Il Re radunò il Consiglio della Corona.
- Maestà, mandiamo a chiedere la Reginotta di Spagna?
Fu interrogato il Reuccio:
- Reuccio, sposereste la Reginotta di Spagna?
- È nera come il pepe e gobbina per giunta!
- Come lo sapete?
- Lo so, Maestà! E poi... non ho fretta.
- Dovrò morire prima di sapervi sposato?
- Maestà, non vi fate il malaugurio! Aspettiamo.
Una mattina il Reuccio era andato a caccia, e in una strada solitaria trovò una cagnetta che guaiva e non si poteva muovere. Si accostò, e dai solchi delle ruote sul terreno, capì che la povera cagnetta era stata travolta sotto le ruote di un carro e ne aveva avuto stritolata una zampa.
Perciò la poverina guaiva, guaiva!
Pareva che chiedesse aiuto. Impietosito il Reuccio la raccolse, l'affidò a uno del suo seguito, e tornò indietro per medicarla. La cagnetta guardava con certi occhi pieni di gratitudine, mentre il Reuccio le avvolgeva con empiastri e bambagia la zampa e gliela fasciava strettamente. Poi, accarezzandola, lisciandole la testina, egli la coricava colle sue mani in un morbido giaciglio e le rivolgeva la parola, quasi la cagnetta fosse capace d'intenderlo:
- Sta tranquilla, non ti muovere. Ne avrai per due, tre settimane...
Il Re impallidì quando seppe che il Reuccio aveva in camera una cagnetta con una zampa stritolata. E corse dalla Regina:
- Avete visto, Maestà? Già abbiamo in casa la cagnetta zoppa! Il Reuccio le sta attorno per curarla; non esce più dal palazzo reale. Il Gran Mago non si è ingannato!
- Ma credete davvero che il Reuccio vorrà sposare quella cagnetta zoppa?
- Tutto è possibile, Maestà. La follia umana non ha confini!
- Ci vuol poco a sbarazzarsi della cagnetta. Facciamola buttare nella vasca del giardino. Al Reuccio daremo a credere che vi si è annegata per caso.
Dalla finestra che dava sul giardino, vicino alla vasca, lo stesso Re prese pel collo la cagnetta, la buttò nell'acqua. In quel momento, nei viali non c'era nessuno. La cagnetta si dibatteva per nuotare, non ostante la zampa ancora fasciata; abbaiava, guaiva, ma le ondate la ributtavano indietro dalla sponda. I suoi guaiti divenivano più flebili, i suoi movimenti diminuivano di sforzo quand'ecco, da un viale, spunta il Reuccio. Dare un gran grido e buttarsi vestito, nella vasca, fu tutt'uno. Sollevò in alto la cagnetta estenuata, e la posò su l'erba, in pieno sole. Tre quarti d'ora dopo, essa era tornata vispa come prima.
Il Re diventò giallo dal dispetto apprendendo che il Reuccio aveva salvato la cagnetta; e corse dalla Regina:
- Maestà! Abbiamo nuovamente la zoppetta in casa! Il Gran Mago non si è ingannato!
- Ma dunque credete davvero che il Reuccio vorrà sposarla?
- Tutto è possibile, Maestà! La follia umana non ha confini!
- E allora io farei... così e così!
Il consiglio parve eccellente, e il Re, chiamata una delle guardie del palazzo reale, le ordinò:
- Pena la testa, porterai con te, in fondo al bosco, questa cagnetta, l'ammazzerai e la seppellirai sotto un albero. Nessuno dovrà saperne mai niente.
- L'ammazzerò e la seppellirò sotto un albero. Nessuno ne saprà mai niente!
Il Reuccio era andato a fare una passeggiata pei campi, quando sentì una voce fievole, lamentosa che chiamava insistentemente:
- Reuccio! Reucciol
Si era fermato per capire da qual punto provenisse quella desolata invocazione di soccorso, che, ora, soggiungeva:
- Reuccio, mi ammazzano! Reuccio, mi ammazzano!
Egli si affrettò verso quel punto: ed entrato nel bosco già sentiva più vicino il grido:
- Reuccio, mi ammazzano!...
Stroncava rami, saltava siepi, atterrito dall'idea di non giungere in tempo a salvare la persona in pericolo. Tutto ad un tratto, nel centro di una piccola radura, si trovò davanti alla guardia reale che teneva afferrata pel collo la cagnetta e impugnava con l'altra mano la spada sguainata. La faccia della guardia era sconvolta. Il braccio che impugnava la spada le si era irrigidito in alto: non poteva colpire.
- Ferma! - gridò il Reuccio.
Non occorreva. Gli tolse di mano la cagnetta che cominciò ad abbaiare, a saltare dalla contentezza, a dimenare allegramente la coda; mentre la guardia balbettava:
- Ordine di Sua Maestà! Dovevo obbedire!
- Direte a Sua Maestà che avete eseguito il suo comando. E, per conferma, le porterete un fazzoletto intriso di sangue: «Maestà, è sangue della cagnetta».
- Sarà fatto, Reuccio!
E, appena pronunciate queste parole, la rigidezza del braccio sparì.
Il Reuccio andò a trovare un vecchio contadino.
- Mi conoscete?
- Siete il nostro Reuccio; che Dio vi faccia felice!
- Vi affido in custodia questa cagnetta. Tra un mese verrò a riprenderla. Pel vostro incomodo, ecco qua.
E gli mise in mano un gruzzolo di monete di oro.
Tornando al palazzo reale, il Reuccio pensava:
- Quella cagnetta è vittima di qualche maleficio. Bisogna salvarla. Questo che è accaduto non è naturale.
Davanti al portone trovò una bambina scalza, cenciosa, con un mazzolino di violette in mano. Piangeva perché il portinaio non aveva voluto farla entrare. Voleva presentare quel mazzolino alla Reginotta.
- Ma qui non c'è la Reginotta!
- C'è! C'è!
- Qui c'è il Reuccio: eccolo.
- Grazie disse il Reuccio, prendendo il mazzolino delle violette. - Lo darò io alla Reginotta. - E le regalò una moneta d'oro.
- Voglio due soldi, non questa qui.
E il Reuccio, per contentarla, dovette darle due soldi.
Portò in camera sua le violette e le mise in un vasetto di argento coi gambi a bagno nell'acqua.
Ogni mattina alla stessa ora, il Reuccio trovava al portone la bambina scalza e cenciosa, con un mazzolino di violette in mano.
- Sono per la Reginotta.
- Grazie! - e le regalava due soldi.
Quei mazzolini profumavano straordinariamente le stanze del Reuccio, e si mantenevano freschi, come colti allora allora. Egli domandò alla bambina:
- Chi ti ha detto di portare questi fiori alla Reginotta? Non lo sai che qui non c'è Reginotta?
- C'è! C'è! - rispondeva la bambina.
Neppure questo era naturale. Si decise anche lui di andare a consultare il Gran Mago. Aveva dimenticato di portargli dei regali. Il Gran Mago pareva addormentato. Il Reuccio espose il motivo del suo viaggio.
- Da quest'orecchio non ci sento. - E si voltò dall'altra parte.
Il Reuccio tornò ad esporre il motivo per cui era venuto.
- Da quest'orecchio non ci sento. - E si voltò dall'altra parte.
Il Reuccio capì. Si tolse dal dito un grosso diamante e lo infilò nel mignolo della mano destra del Gran Mago.
- Scusate, Reuccio! Ero mezzo addormentato.
Il Reuccio, tornando al palazzo reale, non poteva stare nei panni. Dunque non si era ingannato! Quella cagnetta zoppa era la sua Reginetta! Per togliere il maleficio buttatole addosso dalla moglie di re Corvo, occorrevano dieci stille del sangue di lui. La moglie di re Corvo voleva far sposare la Reginotta con suo figlio, il reuccio Corvino, nero come il carbone e che si nutriva di carogne. Per vendicarsi del rifiuto, la moglie di re Corvo, una potentissima Strega, aveva trasformato in cagnetta la bella figliola del Re di Portogallo, e più non se n'era saputo nova da parecchi anni.
- È bella? - aveva domandato al Gran Mago il Reuccio.
- Quanto il sole e la luna.
- È buona?
- Più del pane. Non domandate se è ricca, Reuccio?
- Di questo non m'importa.
Il Reuccio doveva sfidare re Corvo e tentare, almeno, di ferirlo per avere le dieci gocce di sangue occorrenti a disfare il maleficio. La sfida era pericolosa; ma il Reuccio l'affrontava con gran risolutezza.
Da una settimana egli si esercitava al bersaglio con l'arco.
Il Re e la Regina erano contenti di non sentirgli neppur nominare la cagnetta zoppa e di vederlo distratto in quel modo. Ma la mattina che il Reuccio, armato di tutto punto, con arco e frecce, si presentò ad annunziare che andava a combattere contro re Corvo, il Re e la Regina allibirono.
- Non andate, Reuccio! re Corvo è potente!
- Se non ritorno, vuol dire che son morto!
Non gli poterono cavar altro di bocca.
Quel giorno re Corvo aleggiava, quasi per minaccia, sopra la casa rustica del contadino che aveva in consegna la cagnetta. Crà! Crà! Crà! - La cagnetta, impaurita, si era rincantucciata vicino al focolare e abbaiava sommessamente.
- Crà! Crà! Crà! - Re Corvo si librava su le ali e pareva inchiodato nell'aria, tanto stava fermo, molto in alto, sopra la casetta del vecchio contadino. Arriva il Reuccio, incocca l'arco e lascia scappare la prima freccia.
- Crà! Crà! Crà! - Re Corvo non si mosse. La freccia era passata, senza ferirlo, tra le penne di un'ala.
Il Reuccio tornò ad incoccare l'arco e, presa la mira, lasciò scappare il secondo colpo!
Re Corvo non si mosse. - Crà! Crà! Crà! - Quasi dicesse: - Sei giovane! Mi fai compassione! - La freccia era passata, senza ferirlo, tra le penne della coda.
Il Reuccio incoccò per la terza volta l'arco. E anche questa volta la freccia passò, inoffensiva, tra le penne dell'altra ala di re Corvo. Allora questi cominciò a gracchiare rabbiosamente e fare dei giri vorticosi; poi si slanciò contro il Reuccio, battendo il becco: - Crà! Crà! Crà! - aprendo e chiudendo gli artigli.
Il Reuccio, imperterrito, fu più lesto di lui. Prese la mira, e la freccia andò a piantarsi, diritta, nel centro del cuore del re Corvo che cadde pesantemente a terra: - Crà! Crà! Crà! - Il sangue colava a stille dalla ferita da cui il Reuccio aveva strappato la freccia. Egli lo raccolse in una boccettina di oro. Senza pensare di finire re Corvo, che agitava convulsamente le ali e le zampe, corse a prendere in braccio la cagnetta, e baciandola e accarezzandola la portò dal Gran Mago.
Il Re e la Regina, intanto, erano in angoscia per la sorte toccata al Reuccio; non sapevano spiegarsi come mai egli fosse andato a combattere contro re Corvo: e non c'era stato verso di stornarnelo! In questo frattempo, chi arriva a palazzo reale? Il Re e la Regina del Portogallo! Con gran seguito di carrozze, di carri, di cavalieri.
- Dov'è la Reginotta mia figlia?
- Dov'è la Reginotta?
Piangevano e sembravano ammattiti, perché nessuno sapeva niente della Reginotta loro figlia.
- Dov'è la Reginotta mia figlia?
- Dov'è la Reginotta?
Chi può dire quel che accadde al presentarsi del Reuccio che conduceva per mano una giovane con capelli sciolti su le spalle, più biondi dell'oro, bella quanto il sole e la luna, e che sorrideva, commovente di bontà?
Il maleficio della cagnetta zoppa era stato disfatto con dieci stille di sangue di re Corvo.

E tutti furono lieti e contenti.
E si fecero nozze con suoni e con canti.
C'è chi arriva e chi va via...
Dite la vostra che ho detto la mia.



RISA DI FIORI


C'era una volta un vecchio giardiniere che si vantava di possedere i più bei fiori del mondo. Magro, bianco di capelli, curvo, passava le sue giornate annaffiando, zappando, ripulendo centinaia di piante.
Terminato il lavoro, si sedeva sotto un albero e si metteva a far colazione alla buona, oggi con pane e cipolla, domani con pane e ricotta, domani l'altro con pane, un po' di salame e qualche frutto.
E rimaneva là, lunghe ore, a deliziarsi della varietà dei colori, del profumo dei fiori, sorridendo di compiacenza, spesso parlando a questo o quel fiore, quasi fossero persone vive e potessero intenderlo.
Non li chiamava per nome, ma secondo il colore.
Parlava a una rosa.
- Eh, eh, biancolina! Tu penzoli troppo sul gambo! Su, su cara! Domani voglio trovarti a testa alta!
Ed egli non si meravigliava se il giorno dopo trovava la rosa ritta sul gambo. Gli pareva naturale che avesse obbedito.
Appena un fiore stava per sfogliarsi, egli lo coglieva e ne metteva i petali a seccare al sole, su larghe stuoie di canna.
- Che ne fate, compare? - gli domandavano i vicini.
- Servono per le materasse del Reuccio e della Reginotta.
- Quale Reuccio? Quale Reginotta?
- Mio genero e mia nuora.
- Ah! Ah! Sempre allegro, compare!
- Ride bene chi ride l'ultimo...
- Piuttosto, perché non vendete i fiori freschi, o i bulbi, o le semenze?
- Li tengo per me.
- Siete così ricco?
- Più ricco di Sua Maestà: il poco mi basta e anche mi è soverchio.
- Beato voi!
I vicini andavano via ridendo.
Di tanto in tanto, capitava nel giardino qualche signore che avrebbe voluto comprare dei fiori. Uno di essi un giorno, girato pei viali, attorno alle aiuole, sbalordito dalla grande varietà e dalla bellezza dei fiori, disse:
- Ecco: vorrei questo, questo e questo.
E indicava con la mano i fiori più belli e più varii.
- Mi dispiace; ma sono già venduti. Il compratore verrà a prenderli tra poco.
- Allora... datemi quello, quello e quell'altro.
- Mi dispiace ma sono già venduti. La signora che li ha comprati non può tardare di mandare a prenderli.
C'era, in mezzo a un'aiuola, un fiore strano, ritto sul lungo stelo e che sembrava cangiasse di colore a ogni momento.
- Allora... datemi quello li.
- Quello lì non si vende. Nessuno ha quattrini da poter comprarlo.
- Io ne ho anche troppi, per vostra regola.
- Ah! Ah! Ah! Ah!
Si udì una risata sarcastica.
Il compratore si voltò di qua, si voltò di là per scoprire chi avesse avuto l'impertinenza di ridere a quel modo. Non si scorgeva nessuno.
- Chi ha osato di ridere? Sono il Re!
Il giardiniere non si scompose. Solamente si levò il cappellaccio di paglia che aveva in testa, e rispose:
- Quello è il Fiore che ride: Ah! Ah! Ah!
- Vi burlate di me? Sono il Re, vi ripeto!
- Ih! Ih! Ih!
Si udì un'altra risatina di intonazione diversa, di voce femminile.
Il Re, indispettito, si voltò di qua, di là, per scoprire chi avesse avuto la impertinenza di ridere a quel modo. Non si scorgeva nessuno.
- Chi ha osato?
Il giardiniere, senza scomporsi, si cavò nuovamente il cappellaccio di paglia che si era rimesso in testa, e rispose:
- Maestà, è l'altro Fiore che ride: Ih! Ih! Ih! Sono fratello e sorella.
Il Re stette in forse se il giardiniere si burlasse di lui.
- Va bene - poi disse. - Questi fiori, fratello e sorella, mandatemeli a palazzo. Voglio averli nel mio giardino. Vi saranno pagati quanto vorrete.
E andò via senz'altro.
Il Re attese parecchi giorni inutilmente. E una mattina mandò dal giardiniere parecchie guardie con l'ordine di strappare, con tutte le radici, i due fiori che ridevano.
- Ma come possiamo distinguerli?
- Cangiano di colore a ogni momento.
Le guardie entrarono nel giardino.
- Ordine di Sua Maestà, consegnateci le piante dei fiori che ridono!
- Prendetele, se vi riesce. Eccole là.
Il capoguardia penetra nell'aiuola senza badare ai fiori che vi si trovano, stroncandoli, calpestandoli con quei stivaloni a mezza gamba.
Scalza con le dita il terreno, e quando sembra che basti di fare un po' di forza per strappare una delle piante con tutte le radici, tira, tira, tira, e casca indietro a terra quant'è lungo.
-Ah! Ah! Ah! Ah!
Si era sentito scottare le mani e aveva dovuto lasciare la preda tutt'a un tratto.
Si rizzò col dorso indolenzito. Era rosso dalla rabbia di sentirsi anche canzonare con quella risata.
Si provarono, una dietro l'altra, le quattro guardie che aveva con lui, ma erano cascate su la schiena quanto erano lunghe. -Ah! Ah! Ah!... Ih! Ih! Ih!
Le guardie non vollero credere che quelle risatine provenissero dai fiori. Quando mai si erano visti fiori che ridevano? Frugarono, da un punto all'altro, il giardino; e, all'ultimo, legarono con le mani alla schiena il povero vecchio che accusavano di essersi burlato di loro, e lo trascinarono alla presenza del Re.
La famiglia reale era in attesa dei portentosi Fiori che ridono: e quando il Reuccio e la Reginotta udirono il racconto del capoguardia: - Tira, tira, tira! e tutti cinque, uno appresso all'altro, siamo cascati a gambe all'aria! - scoppiarono a ridere, a battere le mani, raccomandandosi: - Maestà! Maestà! Vogliamo provare anche noi. - Si figuravano che dovesse essere un bel divertimento quel tira, tira, tira, e poi cascare a gambe all'aria tra le risatine dei fiori!
Vado io - disse il Re. - Intanto costui sia chiuso in carcere.
Il giardiniere si lasciò condurre zitto zitto in carcere; ma quando il Re andò al giardino, stupì di trovare là il vecchio che annaffiava i fiori, tranquillamente, come se niente fosse stato.
- Tu qui?
- Maestà, sono qui e sono là. Mandate a vedere se mi sono mosso di carcere. Potevo lasciar seccare i miei fiori? Nessuno ha pensato di annaffiarli. Ed ecco: guardate!
Il Re vide sparire la figura del giardiniere come la fiamma di un lume che vien spento con un soffio. E, intanto, l'annaffiatoio andava attorno da sé versando l'acqua su le piante e sui fiori. La zappetta zappava da sé, qua e là, il terreno delle aiuole, dove occorreva. Il sarchio lavorava da sé perché le barbe pigliassero aria.
- Certamente - pensò il Re - ho da fare con un Mago. E con i Maghi non si scherza.
Pure si provò ad avvicinarsi ai due fiori, fratello e sorella. Lo accolse una doppia risata:
- Ah! Ah! Ah!... Ih! Ih! Ih!
Una risata che non finiva più, e che, si può dire, lo inseguì fino al cancello del giardino.
- E con i Maghi non si scherza!
Se lo ripeté più volte lungo la via, fino al palazzo reale.
Il Reuccio e la Reginotta gli corsero incontro per le scale.
- Maestà, e il Fiore che ride?
- Maestà, e la Flora che ride?
Il Reuccio diceva così per ischerzo, alludendo alla sorella del fiore.
E visto che il Re era andato nelle sue stanze senza rispondere niente, che pensarono la Reginotta e il Reuccio?
- Vogliamo andar noi, di nascosto di tutti?
- Dite bene, Reuccio. Andiamo noi.
Scesero in fretta le scale, uscirono dal portone, con stupore dei soldati di guardia, e si misero a correre per le vie.
- Che è accaduto? Che è accaduto?
La gente se lo domandava e correva dietro ad essi per sapere che cosa era accaduto. Così, quando il Reuccio e la Reginotta arrivarono al cancello del giardino erano già accompagnati da più di un centinaio di persone che si affollarono attorno ad essi lungo i viali, invadendo anche le aiuole.
Guarda qua, guarda là, il Reuccio e la Reginotta non sapevano indovinare quali fossero i due fiori che ridevano. Ne toccavano uno, ne toccavano un altro, dei più belli, dei più odorosi, ma nessuno di essi rideva.
Videro finalmente quello che cangiava di colore a ogni po', e il Reuccio stese la mano, facendo un finto gesto di strapparlo. Niente!
Volle provare la Reginotta, e subito:
- Ah.- Ah.- Ah.- Ah.-
Una risata deliziosa, di gran piacere, e lo stelo del fiore tremava commosso nella mano che lo teneva stretto.
La Reginotta tirò su, lentamente, dolcemente il gambo e la pianta si staccò dal terreno con le radici che pesavano un po' mentre il fiore riprendeva a sussultare: - Ah! Ah! - ridendo a scatti, delicatamente.
- Questo dev'essere il fratello - disse la Reginotta.
- E questa sarà la sorella! - esclamò il Reuccio, con aria di scherno, stendendo la mano al fiore là vicino, più modesto di colore e con lo stelo più corto.
- Ih! Ih! Ih! Ih!
Non aveva finito di parlare che s'udì la risatina del fiore, diversa molto da quella dell'altro.
Pareva che questo ridesse con ritrosia, con gentile modestia. Il Reuccio, un po' deluso, tirò su con stizza il gambo e la piantina si staccò facilmente, con le radici terrose che pure non pesavano molto e il fiore riprendeva a ridere con brevi scatti: - Ih! Ih!
La gente era rimasta sbalordita. Mentre il Reuccio e la Reginotta andavano via, portando con cautela le pianticine sradicate, tutti si precipitavano su le piante attorno credendo di poter trovare altri fiori che ridevano, e dal dispetto del disinganno, ne facevano scempio.
La Reginotta e il Reuccio trapiantarono i loro fiori in due bellissimi vasi, poi pregarono il Re che facesse scarcerare il giardiniere perché li coltivasse lui che era pratico.
- Basta annaffiarli mattina e sera. Più tardi, tra qualche mese, bisognerà allattarli e imboccarli... - disse il vecchio.
La Reginotta collocò il suo fiore nella stanza vicina alla sua camera. La mattina appena levata da letto, e la sera prima di andare a dormire, lo annaffiava con gran cura, salutandolo: -Buon giorno! Buona sera!
E il fiore rispondeva con una bella risatina.
Il Reuccio era invidioso della Reginotta a cui era toccato il più bel fiore. E perciò si curava poco del suo, quantunque lo avesse fatto collocare nella stanza precedente alla sua camera. Ora la sera, ora la mattina si dimenticava di annaffiarlo: lo guardava appena durante la giornata, mentre la Reginotta covava il suo con gli occhi, amorosamente, e si attristava di vedere che i petali già perdevano la freschezza, e languivano.
- Che fai, Fiore, mio bel Fiore?
Il fiore rispondeva con una allegra risatina.
Ma un giorno, la Reginotta, ali ritorno da una passeggiata, trovò i petali cascati e su lo stelo qualcosa che avrebbe dovuto contenere la semenza, e invece era una testolina piccina piccina, con pochi capelli biondi e certi occhietti che guardavano e si richiudevano, quasi non potessero tollerare la luce.
Corse al Reuccio per annunciargli il portento. Egli si era accorto che anche il suo fiore aveva perduto i petali, ma non si era ,curato di accostarsi e di osservarlo.
- Guardate, Reuccio! Una testolina anche qui!
- Com'è brutta!
Il fiore fece: - Ihl Ih! - e parve che singhiozzasse. Accorsero il Re, la Regina e tutti i più alti personaggi di Corte, e non si saziavano di ammirare quelle incredibili meraviglie! Il Reuccio ripeteva:
- Com'è brutta! Com'è brutta!
Ma tutti, per confortarlo e adularlo, gli dicevano:
- Non è vero, Reoccio! È bellina anche lei!
Il Re mandò a chiamare il giardiniere:
- Che significa questo?
- Maestà, significa che se non volete che la famiglia reale perisca, dovete far sposare la Reginotta e il Reuccio col Reuccio e la Reginotta dei Fiori che ridono. Fra un mese finirà il loro incanto.
- E chi mi assicura che siano di sangue reale?
- Uno avrà l'impronta d'una corona sul braccio destro, l'altra l'avrà sul braccio sinistro. Sono figli di regnanti di paesi lontani, Maestà; saranno la buona fortuna della vostra casa! Non ce la lasciate sfuggire!
Ma il Re era troppo superbo dell'antica nobiltà e potenza della sua famiglia, e il Reuccio più di lui...
- Io dare la mia Reginotta a uno che non si sa chi sia né donde venga? Io dare il mio Reuccio a una, brutta per giunta, e che non si sa chi sia né donde venga neppure lei?
La Reginotta andò a buttarsi ai piedi del Re, invocando:
- Grazia, Maestà! Grazia! Ha proprio sul braccio destro l'impronta di una corona.
Il Re, più che mai gonfio di superbia e di vanità, si ostinò a negare il suo consenso. E preso da sdegno andò prima nelle stanze del Reuccio, e con un colpo di sciabola tagliò la testa della piccola Reginotta del Fiore che ride.
Indietreggiò inorridito, vedendo steso a terra un bellissimo corpo di giovinetta, sgusciato fuori improvvisamente dal gambo. E il Reuccio si mise a ridere, a ridere, a ridere e a far salti scomposti: era ammattito! E siccome in quel punto gli si presentava davanti la Reginotta, conducendo per mano un giovane di rara bellezza, uscito allora allora dall'involucro del gambo dell'altro Fiore che ride, il Re voleva inveire contro di lui, ma la Reginotta gli fece scudo del suo petto.
Il Re non osò di ferirla. Buttò la sciabola per terra, e fece un muto gesto furibondo che ordinava:
- Uscite di qua!... Andate via!
La Reginotta e il Reuccio ubbidirono inchinandosi. Ma, mentre scendevano lo scalone tenendosi per mano, si udì un gran rumore di ruote per la piazza del palazzo reale, davanti al portone di questo.
Era arrivata tutt'a un tratto una magnifica carrozza principesca, tirata da quattro bellissimi cavalli; due servitori si tenevano ritti, a capo scoperto, davanti allo sportello.
Il Re, affacciatosi a una finestra, vide quei due da lui scacciati montare in carrozza; vide chiudere dai servitori lo sportello; e, appena essi furono saliti dietro, vide i cavalli trascinar via la carrozza, che scomparve rapidamente.
- Correte!... Raggiungetela! Fatela tornar qui!
Pentitosi immediatamente, il Re gridò questi ordini alle guardie.
Troppo tardi. La carrozza era sparita, e non se ne seppe più nova, per allora.
Il Re e la Regina - che poveretta non aveva commesso nessuna colpa - invecchiarono tristemente. Invecchiò anche il Reuccio, che rideva e saltellava, come il primo giorno in cui era ammattito.
Ma ecco, una mattina, gran rumore per la piazza e davanti al palazzo reale. Era ricomparsa la magnifica carrozza tirata dai quattro focosi cavalli e ne scendevano la Reginotta, il Reuccio e due dei loro bambini.
Il vecchio Re, riconosciutili dalla finestra, avrebbe voluto andar a incontrarli per lo scalone; gli erano mancate le forze.
- Siete venuti per maledirmi, figli miei?
- No, Maestà! - rispose la Reginotta. - Veniamo anzi a chiedervi perdono.
Il Re e la Regina piangevano dalla contentezza e abbracciavano e baciavano i nipotini.
- Ora dovete rimanere qui. Vi cedo il regno. Mio figlio, il Reuccio, è come morto...
Infatti veniva là, ridendo e saltellando e non riconosceva nessuno.
Dovevano abbandonare quel vecchio che aveva scontato amaramente la sua superbia e la sua vanità?
E rimasero.

Larga la foglia, stretta la via,
Dite la vostra che ho detto la mia!



SPLENDORE


C'era una volta un vecchio mercante che si era arricchito coi suoi loschi traffici e aveva messo superbia. Soleva dire: - Col danaro si può comprar tutto, anche la felicità. - Perciò aveva preso in moglie la più bella ragazza del paese, quantunque figlia di un povero contadino. E godeva di sapersi per questo invidiato da tutti.
Gli nacque una bambina. Chi la vedeva, esclamava: - Sarà più bella della mamma! - Il mercante non stava nei panni dalla contentezza e passava intere giornate a covarla con gli occhi in braccio della moglie, o nella culla dove la mettevano a dormire. Una notte egli fu svegliato da strani rumori.
- Hai sentito?
- Ho sentito! - rispose la moglie.
Provarono tutti e due un gran terrore. Poi la bambina cominciò a lamentarsi e a piangere forte. La mamma la tolse dalla culla, la baciò, le porse il seno. La bambina, da lì a poco, riprese sonno; marito e moglie però non chiusero occhio. All'alba, nella camera niente di insolito; la piccina, vispa e sorridente non sembrava di aver sofferto.
Ma la notte dopo, daccapo. - Hai sentito? - Ho sentito! Provarono tutti e due un gran terrore. La bambina tornò a lamentarsi e a piangere forte. La mamma fece come nella notte precedente, e la sua creatura, da lì a poco, si addormentò; marito e moglie però non chiusero occhio. E, all'alba, nella camera non videro niente d'insolito: la piccina, vispa e sorridente, non sembrava di aver sofferto.
La notte seguente, la misero a dormire nel letto in mezzo a loro; ma, a ora inoltrata, daccapo. - Hai sentito? - Ho sentito!
La mamma, atterrita più del solito, prese la figliolina tra le braccia, quasi volesse difenderla da chi tentava di farle del male e si aggirava attorno al letto. La bambina tornò a lamentarsi, a piangere forte; ma, da lì a poco, si riaddormentò; marito e moglie però non chiusero occhio.
Da quella notte in poi non udirono più niente.
La piccina cresceva, bellissima, con immensa gioia dei genitori. Per chiamarla con un nome più bello di quello datole alla nascita, essi la chiamarono Splendore. Aveva già quasi due anni; ma non riusciva a pronunziare una sola sillaba; né mostrava di scotersi se il babbo o la mamma le rivolgevano la parola. Vedendo agitare le loro labbra, guardava fisso, rideva e mugolava qualcosa che non aveva nessun significato. E, quel ch'era peggio, non solo essa non parlava, ma pareva che fosse anche sorda, perché quando la chiamavano a nome o battevano le mani per farla voltare, Splendore rimaneva immobile, indifferente, o guardava con espressione di stupidità quelle mani mosse l'una contro l'altra e delle quali, evidentemente, non percepiva il rumore.
- Muta e sorda!
Marito e moglie non sapevano darsene pace.
La bambina aveva certi occhi azzurri grandi così, limpidissimi, come quelli della madre, ma senza qualcosa che rivelasse una scintilla d'intelligenza. Si accendevano, luccicavano un po' se vedevano roba da mangiare; e quando essa aveva divorato questo o quel cibo, come una bestiola, non si mostrava mai sazia. Se glielo avessero permesso, avrebbe continuato senza smettere un momento.
Poi andava a sdraiarsi per terra, in un canto, e vi restava lunghe ore, mezza addormentata. E quando non mangiava o non dormicchiava andava attorno per le stanze, divertendosi a guardare quel che facevano le persone di casa, o tentando d'imitarle. La mamma cuciva? E lei voleva un ago col refe infilato e un pezzo di stoffa, per dare punti a casaccio, in fretta in fretta. La serva spazzava, spolverava? E lei voleva una granata per menarla su e giù pel pavimento, a dritta e a manca; o un cencio per strofinarlo sui mobili e anche sui muri senza sapere perché. E guai se la mamma non la contentava, dandole l'ago col refe infilato; o la serva il cencio o la granata per adoprarli a modo suo! Si metteva a strillare, a piangere, a pestare i piedi, e bisognava fare quel che voleva lei. Al contrario, se vedeva qualcosa o qualche persona che le parevano buffi, scoppiava a ridere a ridere, contorcendosi, fino ad averne le lacrime agli occhi.
E gli strilli, i pianti, il pestare i piedi, come il ridere, ridere senza nessuna ragione, erano tanti colpi di coltello al cuore dei genitori; i quali non sapevano che farsi della ricchezza, visto che non bastava a procurar loro un po' di felicità. Il mercante, che si era servito di ogni mezzo per arricchire, più non osava di ripetere: - Col danaro si può comprar tutto, anche la felicità!
Qualche volta però tornava a lusingarsi. Gli avevano consigliato:
- Andate dallo stregone Tappa e Stappa. Opra miracoli coi suoi unguenti. Ai poveri li dà gratis, ma dai ricchi vuol essere pagato e come!
- Gli darei metà di quel che posseggo, se mi guarisse la figliuola.
E andò.
Entrando nella grotta dello Stregone, si sentì venir meno dalla paura. Grossi pipistrelli volavano, come impazziti, sotto la volta; rospi saltellavano qua e là pel pavimento: un grosso serpente strisciava, si rizzava, ondulando su la coda, vibrando la lingua aguzza che pareva di fuoco; un gattaccio nero faceva le fusa su le ceneri del focolare; una civetta, appollaiata su la spalla dello Stregone, apriva e chiudeva gli occhi che, nella penombra della grotta, scintillavano come diamanti.
Lo Stregone era occupato ad appoggiare le mani a questa o a quella parete per fame scaturire cascatelle d'acqua azzurra o rosea che scendevano giù con dolcissimi suoni, come di campanellini d'oro e d'argento. Tutte quelle bestie andavano a dissetarsi chi con l'acqua rosea, chi con l'azzurra: poi lo Stregone tornava ad appoggiare le mani alle pareti, e le cascatelle si arrestavano come per incanto.
Per questo lo chiamavano Tappa e Stappa. Il mercante si fece coraggio e stava per parlare; lo Stregone lo prevenne:
- So già perché siete venuto. Dovrò consultare i miei protettori: Rospo, su! Serpente, qua! Dite la verità... Ma!... Ma!...
Il mercante capì e disse:
Ho portato questo pugno di grano...
Erano monete d'oro; bisognava però dire così; lo avevano avvisato.
Lo stregone Tappa e Stappa non rispose neppure grazie. Chiuse gli occhi, seduto su una panca, stirò gambe e braccia, e parve addormentarsi.
Poco dopo si destò sbadigliando; si rizzò a sedere, prese da un barattolo quanto un cece di certo unguento nero ma profumatissimo, lo involtò in un pezzettino di carta e lo consegnò al mercante:
- Strofinatelo forte dietro gli orecchi della bambina durante il sonno; ne vedrete gli effetti. Però... Però...E non volle dir altro.
La mattina appresso, svegliandosi, Splendore diè un grido e balzò giù dal letto, quasi folle dalla gioia! Udiva il canto degli uccelli tra gli alberi dell'orto dietro la casa, e non si saziava di star ad ascoltarlo. Le parole del padre e della madre che ella non capiva non le producevano tanta delizia quanto quei cinguettii, quei gorgheggi. Con cenni delle mani, con gridi da muta chiamava gli uccellini, e si spazientiva non vedendoli accorrere. Perciò il padre le regalò canarini, cardellini, calandrelle, merli, da tener liberi in una stanza.
In poco tempo, Splendore li aveva addomesticati, e se li conduceva dietro, legati per una zampina con un filo di seta. Cardellini e canarini le volavano attorno, le posavano su la testa, su le spalle, andavano a beccare il cibo nel palmo della sua mano; calandrelle e merli contendevano il posto ai canarini e ai cardellini. Ed era per tutta la casa un assordante rumore di canti, un incessante frullìo di ali.
Alla fine, il mercante si stancò di vedere ogni stanza ingombra di quegli uccelli, e una mattina li fece volar via, tutti, mentre la figliuola dormiva.
Egli era tornato più volte dallo stregone Tappa e Stappa.
- Le avete dato l'udito, datele anche la parola. Ecco qui un altro pugno di grano!
- Grazie! Grazie! Riprendetevelo; per la parola, occorre un altro più potente di me.
- Chi può essere quest'altro?
- Il mago Ridi e Ciarla.
- Dove abita? Ci vuole un pugno di grano anche per lui?
- Ce ne vuole il doppio, e non bisogna dire un pugno, ma un chicco di grano. Verrà tra poco da me, per qualche giorno; vi farò avvisare. Non vi sfugga, ve', di bocca... mago Ridi e Ciarla parlando con lui!
Ed ora che, dopo la perdita degli uccellini, Splendore se ne stava chiusa in camera, allo scuro, e rifiutava fin da mangiare, i suoi genitori vivevano in grandissima ansietà. Questo mago Ridi e Ciarla non arrivava mai?Arrivò finalmente!
- Buon Mago, buon Mago, date la parola alla mia figliuola!
- Chi parla falla!
- Non importa. Buon Mago, date la parola alla mia bambina!
- Il silenzio è d'oro, e la parola è... di ferro!
- Non importa. Buon Mago date la parola alla mia figliuola! Ecco qui - e scusate - un piccolissimo chicco di grano!
- Vado e torno subito.
Il Mago era sparito. Riapparendo dopo parecchi minuti, disse:
- È fatta!... Ma, forse, certi sordi dovrebbero restar sordi; e certi muti, muti... Mi darete ragione.
Il mercante non capì, e corse, tutto contento, a casa sua. Era vero: Splendore parlava!
Dapprincipio fu una festa; non si chetava un momento:
- Babbo, questo! ... Mamma, quello! ...
E siccome era sciocchina, non diceva altro che sciocchezze. Domandava:
- Perché l'acqua è bianca e il vino è rosso?
- Perché l'acqua è femmina e il vino è maschio...- le rispondeva il babbo, ridendo.
- Dove va la luna quando corre dietro le nuvole?
- Torna a casa perché ha freddo.
- E come può correre se non ha gambe?
- Si fa ruzzolare.
- Chi la ruzzola?... È una focaccia la luna? Ne vorrei un pezzetto.
- Dev'essere buona, se - guarda, babbo - se la sono mangiata a metà!
E seguitava, per ore e ore, a dire sciocchezze peggiori di queste.
Il guaio era quando si mettevano a parlare mamma e figliuola. Pareva che stessero a leticare. Splendore alzava la voce perché la sua mamma, dopo l'ultima malattia, ci sentiva pochino: e la mamma, credendo che tutti avessero l'orecchio duro come lei, gridava più della figlia. Con tutto questo spessissimo non arrivavano ad intendersi.
- Mammina, che bella giornata è oggi!
- Che mai dici, figlia mia! Una passeggiata sui poggi?
- Ho detto: che bella giornata!
- Lo so: ci vuole una granata. La faccio comprare.
- Ho detto che bella giornata! - insisteva Splendore gridando più forte.
- Ho udito. Non sono più tanto sorda!
La sciocchina aveva sempre qualcosa da dire alla mamma, o questa a lei, ed erano strilli da tutt'e due le parti che facevano scappar di casa il povero mercante.
Ormai pareva che Splendore non riuscisse più a parlare col tono di voce ordinario. Quando non parlava, rideva; ed erano risate sonore, vibranti, provocate da futilissime ragioni, e che, a poco a poco, si comunicavano a tutte le persone di casa, irresistibilmente...
- Ah!... Ah!... Ah!... - cominciava la mamma.
- Ah!... Ah!...- seguiva il babbo.
- Ah!... Ah!... Ah!... - prorompevano le fantesche costrette a smettere di far le faccende.
E le comari del vicinato accorrevano, incuriosite, e tutte, una dietro l'altra, senza sapere di che, scoppiavano a ridere anch'esse...
- Ah!... Ah!... Ah!... - tenendosi i fianchi, mezze soffocate dalla tosse, sfinite.
Non parlava? Non rideva? Ed ecco che, senza nessun motivo o per una cosa da nulla, Splendore dava in un pianto dirotto, con fortissimi strilli, da commuovere persino i sassi:
- Iih! Iih! Iih!
- Che hai, sciocchina, che hai? Perché?
E a poco a poco, il pianto si comunicava a tutte le persone di casa, irrefrenabilmente:- Iih! Iih! Iih!
Padre, madre, fantesche, comari del vicinato, tutti piangevano, si struggevano in lacrime, come se fosse accaduta una grande disgrazia.
Il mercante non ne poteva più, e tornò prima dallo stregone Tappa e Stappa, poi dal mago Ridi e Ciarla.
- Ecco qui... due pugni di grano! Riducete sorda di nuovo la mia figliuola! Era meglio prima, meglio assai!
- Questo suo è un udito... rimediato; lo riprendo subito. L'udito di vostra figlia è in mano di una Fata che venne a toglierlo di notte, quand'era bambina.
- Ah! - fece il mercante, ricordando.
- Per colpa vostra! - soggiunse lo Stregone.
- Che colpa?
- Ve lo dirà il mago Ridi e Ciarla.
- Mago, buon Mago, ecco - scusate - due piccolissimi chicchi di grano. Riducete muta di nuovo la mia figliuola. Era meglio prima, meglio assai!
- Quella di Splendore è parola... rimediata. La sua vera parola è in mano di una Fata che venne a toglierla di notte, quand'era bambina.
- Ah! - fece il mercante, ricordando.
- Per colpa vostra! - soggiunse il Mago.
- Che colpa?
- Per arricchire avete fatto di ogni erba fascio. Avete condannato a morire di fatica e di fame schiavi e dipendenti che lavoravano per voi. Vi siete appropriato il danaro degli altri, la roba degli altri. Centinaia di vecchi, di donne, di bambini hanno sofferto e pianto per la durezza del vostro cuore!
- Ho fatto quel che fanno tanti altri. Ognuno ha il suo castigo. Non dubitate. Ma quella mia creatura che c'entra?
- L'albero pecca e la rama riceve. Vado e torno subito.
Il mago Ridi e Ciarla era sparito. Quando ricomparve, dopo alcuni minuti, disse, al solito:
- È fatta!... Oprate un po' di bene, mercante! - soggiunse - E pensate che non è vero che col danaro - specialmente se mal guadagnato - si compra tutto!
Il mercante alzò le spalle andando via, e fu contento di ritrovare Splendore sorda e muta come una volta e sciocchina quasi più di prima. Gli parve che la pace fosse rientrata nella sua casa, e cercava un modo di provare al mago Ridi e Ciarla che col danaro si può comprar tutto-
Accadde in quel giorno che il Re mandasse attorno dei banditori:
- Sua Maestà vuol sposare una bella ragazza, ma che sia sorda, muta e sciocca. Padri e madri siete avvisati!
E le trombe dei banditori squillavano: Peeph! Peeph!
- Nostra figlia sarà Regina! - disse il mercante alla moglie. · - Hai sentito? Il Re vuol sposare una bella ragazza, sorda, muta e sciocca. Chi sa perché?
- Capriccio di Re... - gli rispose la moglie.
- Nostra figlia sarà Regina! Chi più bella, più sorda, più muta e più sciocca di lei?
Parecchie ragazze vennero presentate a Sua Maestà. Chi era sciocca e muta, ma non sorda; chi era sorda e sciocca, ma non muta. Pareva che il bando fosse fatto a posta per Splendore!
Il mercante fece vestire la figlia con ricchissimi abiti e andò a presentarla a Corte.
- Più sorda, più muta, più sciocca di questa, Vostra Maestà, non può trovarla!
C'erano nella gran sala, attorno al Re, insieme coi Ministri e gli alti dignitari, tre bellissime signore con abiti tramati di oro e di argento; e tutti, a cominciare dal Re, le trattavano con grandi onori. Una si accostò a Splendore e le soffiò negli orecchi. Splendore trasalì. La seconda le posò le mani su la bocca e ve le tenne per qualche istante. Splendore trasalì. La terza la baciò tre volte su la fronte. Splendore trasalì. E tutt'a un tratto, parve trasfigurata. S'inchinò alle tre signore e portò alle labbra un lembo delle loro vesti; s'inchinò davanti a Sua Maestà, e con dolcissima voce gli disse:
- Sono l'umile vostra serva, Maestà.
Le tre bellissime dame erano le tre Fate venute a restituire a Splendore la parola, l'udito e l'intelligenza che le avevano tolti quando era bambina.
Il mercante provò di nuovo il gran terrore di quelle notti; respirava a stento.
- Chi credevate d'ingannare? - gli disse il Re con voce irritata.
Il mercante non sapeva che rispondere. Poi cominciò a balbettare:
- Perdono, Maestà!... darò tutto il mio, mal acquistato, ai più poveri del regno... Andrò attorno chiedendo l'elemosina... Ma io, Maestà, non volevo ingannarvi: mia figlia era sorda, muta e sciocca davvero.
Splendore si fece avanti, gettandosi ai piedi del Re:
- Grazia, Maestà! Grazia!
Le tre Fate si accostarono a Splendore.
- Tuo padre, per egoismo - le disse la prima - ti volle di nuovo muta; lo perdoni?
- Sì, sì! - rispose Splendore.
- E ti volle anche sorda! - aggiunse la seconda Fata. - Lo perdoni?
- Sì, sì! - rispose Splendore.
- E pure sciocca ti rivolle! - le disse la terza. - Lo perdoni?
- Sì, sì!
- Ah, quanto sei buona! Perdonatelo anche voi, Maestà! - esclamarono, in coro, le Fate rivolgendosi al Re. - La regina Splendore sarà la fortuna del vostro regno!
Il Re rimase un momento soprappensiero, poi disse al mercante:
- Voi, uomo senza coscienza, per un anno, un mese e un giorno dovrete vivere di elemosina, lontano di qui. E voi, Splendore, sarete davvero la fortuna e la gioia del mio regno! Non piangete, intanto, per il castigo che dò a vostro padre; me ne ringrazierete tutti e due tra un anno, un mese e un giorno.
Poi, rivolto alle Fate, soggiunse:
- Come dice la vecchia canzone?
Le tre Fate batterono le mani, e mentre a quel richiamo la sala si popolava di canarini, di cardellini, di calandrelle e di merli, esse presero a cantare soavissimamente:

- Vi dirò la buona nova:
Chi fa bene... bene trova,
Chi fa male sale sale...
Ma poi ruzzola le scale!

Pareva che, insieme col canto, si dileguassero lentamente per l'aria le loro forme corporee. Infatti, al morire dell'ultima nota, delle tre bellissime figure rimanevano soltanto i lunghi vezzi di perle che esse portavano attorno al collo.
Splendore se li trovò sul grembo, tra le mani, fra i capelli. Le perle erano splendide e grosse, maravigliose. Il Re le disse:
- È l'ultimo dono che han voluto farti fata Dolcezza, fata Benigna, fata Pietà. Che daresti loro in cambio, se tornassero? Ma non torneranno, le buone Fate! Fanno il bene e spariscono. Non ripassano mai dallo stesso posto! Come dice la vecchia canzone? Non bisogna dimenticarla; ci porterebbe sfortuna...
E Splendore sorse in piedi e cominciò a cantare:

- Vi dirò la buona nova:
Chi fa bene... bene trova,
Chi fa male sale sale...
Ma poi ruzzola le scale!

Terminato di cantare, ella guardò attorno: il mercante era andato via, a iniziare la sua penitenza. Splendore si sentì salire le lacrime agli occhi.
- E la mia cara mamma? - disse al Re, esitando.
- Tua madre verrà ad abitare con noi, nel palazzo reale.
Al Re pareva che in quel momento la sua sposa fosse diventata più bella e più buona delle tre Fate.
E finché visse non dové mai pentirsi di avere sposato Splendore.



LA FIABA DEL RE


C'era una volta un Re, il quale, dopo una grave malattia, cominciò a sentire grandissima noia di tutto. I Ministri tentavano ogni mezzo per distrarlo.
Appena però gli parlavano di affari di Stato, egli rispondeva con aria stanca:
- Fate voi! Fate voi! Lasciatemi in pace.
Certamente, questo non poteva dispiacere ai Ministri; ma, in parecchie occasioni, essi avrebbero evitato volentieri qualche responsabilità; coi Re non si sa mai! E per ciò non lasciavano niente d'intentato per farlo tornare alla vita attiva di una volta.
Gli tenevano compagnia, gli raccontavano barzellette, storielle, anche fiabe come a un bambino.
Ma il Re stava ad udirli svogliatamente, e cominciava quasi subito a sbadigliare. Dapprincipio metteva una mano davanti alla bocca, per contegno; poi abbandonava il capo su la spalliera della poltrona e si sfogava:
-Ahaa! Ahaaa! Ahaaaa!
E, allora, i Ministri, uno dietro all'altro:
- Ahaa! Ahaaa! Ahaaa! - con le mani davanti alla bocca, per rispetto di Sua Maestà, fino a quando, non potendo resistere, sbadigliavano senza nessun ritegno, in coro col Re.
Arrivato il momento che non ne potevano più, fatto un inchino, scappavano via, per paura che gli sbadigli non squarciassero loro le bocche.
E quasi ogni giorno tenevano consulti, discutendo lunghe ore intorno a quel che avrebbero potuto proporre a Sua Maestà per vederlo uscire da quello stato.
- Per me - disse un giorno uno dei Ministri - l'unico rimedio è trovare una diecina di Buffoni, di quelli che con le lor smorfie, coi salti, con gli strilli farebbero ridere un morto, e condurglieli improvvisamente davanti. Ne vedremmo subito gli effetti.
- Ma che! Ma che!
- Sinora il popolo non sa niente di questa gran noia del suo Sovrano. Dobbiamo fargliela apprendere tutt'a un tratto?
- Dite bene. Potrebbero sospettare chi sa che cosa!
- E se ci travestissimo noi da Buffoni? Non ci vuole poi grand'arte per fare quattro smorfie e quattro salti!
L'idea del Primo Ministro fu approvata: e ognuno di loro si procurò - segretamente - il vestito adatto. Indossatili, si dipinsero il viso col nerofumo e col rossetto, e nella sala dove solevano tenere riunioni per gli affari di Stato, cominciarono a provarsi, imitando i gesti, i salti, gli strilli dei Buffoni più noti.
Il Re passeggiava, a capo chino, con le braccia dietro la schiena, su e giù per un salone del suo appartamento, quando vide irrompere dall'uscio quei sette - i Ministri erano sette - che parevano tanti indemoniati. Saltavano, sghignazzavano, facevano capriole, si prendevano per mano e giravano giravano attorno al Re, che, còlto alla sprovvista, non sapeva in che modo schermirsi. Ma invece di ridere, come quelli avevano sperato, diventava in viso sempre più tetro, quasi feroce. All'ultimo, diede un pugno a questo, un calcio a quello, uno spintone a due altri, e appena la rabbia gli permise di parlare, gridò:
- Sapevo di avere Ministri ladri... ma buffoni, no davvero!
- Perdono, Maestà!
- L'intenzione era buona!
- Ci dispiace di vederlo così oppresso dalla noia; e potrebbe essere l'uomo più felice della terra!
- Ve l'ho detto, ve l'ho ripetuto: Vorrei avere una cosa che!... E nessuno è buono di trovarmela!
- Una cosa... che...?
- Non mi fate il verso!
E i Ministri si stillavano il cervello:
- Che cosa poteva mal essere quella cosa... che...? Forse :non lo sapeva neppur lui.
Ogni volta che i Ministri ne facevano una troppo grossa, il popolo mormorava forte:
- Ma il Re non ha occhi per vedere? Non ha orecchi per sentire?
Uomini, donne, vecchi, bambini si affollavano davanti al palazzo reale, gridando:
- Viva il Re! Vogliamo vedere il Re!
Si affacciava a un balcone il più vecchio dei Ministri: - Silenzio! Il Re riposa; non lo disturbate! - Vogliamo vederlo!
- Ha un forte mal di capo!
- Vogliamo vederlo! Almeno vederlo!
Quel giorno, in mezzo alla folla, c'era una vecchina che strillava più di tutti e agitava per aria il corto bastone che le serviva da appoggio camminando.
Nessuno la conosceva, nessuno l'aveva mai vista, e sentendola gridare e vedendo quel suo scarno braccio che agitava il bastone, a poco a poco, la gente era stata presa dalla curiosità, e aveva fatto cerchio attorno a lei, dimenticandosi di gridare:
- Vogliamo vedere il Re! - come quella vecchina, che pareva una spiritata e continuava a strillare, agitandosi per conto suo. Dal palazzo reale era uscito un drappello di guardie con le daghe sfoderate per disperdere la folla. Vedendo che, ormai, soltanto quella vecchina insisteva a gridare con quanta voce aveva in gola, le guardie si fecero largo fino a lei.
- State zitta, vecchiaccia!
Come se dicessero a un muro. Vedendo che non c'era verso di farla tacere, una guardia la prese per un braccio, un'altra per un polso, e la condussero dentro il portone del palazzo reale.
- Chi siete? Che volete?
- Voglio vedere il Re! Salgo su.
E prima che le guardie potessero impedirglielo, essa si slanciava rapidamente pel grande scalone - pareva che avesse le ali! - entrava nell'anticamera, infilava un largo corridoio - lei avanti, le guardie dietro, ansimanti, quasi avessero corso parecchie miglia, - e poteva essere fermata a stento, davanti all'uscio delle stanze del Re.
Alle grida, al rumore, erano accorsi i Ministri.
- Chi siete? Che volete?
- Voglio parlare con Re!
- Il Re dorme.
- Svegliatelo!
I Ministri si misero a ridere; quella donna andava per le spicce.
- Sua Maestà non vuol essere mal svegliato; si sveglia da sé, alla sua ora.
- Aspettiamo la sua ora! È dormiglione?
I Ministri si misero a ridere nuovamente.
- Dico così, perché ho fretta, e non posso tornare un'altra volta.
- Tali cose d'importanza dovete dire a Sua Maestà? Intanto potreste dirle a noi che siamo i suoi Ministri. Gliele riferiremo appena sarà sceso dal letto.
- Allora!...
E la vecchina cominciò a picchiare forte ad un uscio, chiamando:
- Maestà!... Dormiglione!... Maestà]
I Ministri si contorcevano dalle risa. E la lasciavano fare, sperando che con quei modi da matta riuscisse a distrarre e a far ridere il Re.
Il Re spalancò l'uscio con stizza e comparve su la soglia. Si fermò, stupito di vedersi davanti quella vecchina trasandata, col bastone per appoggiarsi camminando.
- Ben levata, Maestà! Hai dormito bene, Maestà?
Il Re, sentendosi dare del tu, guardò negli occhi il Primo Ministro, che fece un gesto con la mano per indicare: È uscita di cervello.
- Mi seggo, Maestà! Sono stanca. E tu hai sempre dattorno questi figuri?
I Ministri, ora, non risero.
- Volevano sapere prima di te quel che devo dirti a quattr'occhi.
Il Re stava ad ascoltarla e, di tratto in tratto, provava strani abbagliamenti, come se quella donna gli si trasformasse davanti, ora con magnifici capelli biondi, ora con lunga chioma corvina, ora giovanissima, esile, ora di forme piene, robuste. E il colore dei vestiti mutava dal bianco, al celeste, al giallo, al rosso vivo, passando da questo a quello rapidissimamente.
Il Re chiudeva gli occhi, se li strofinava e si rivedeva davanti la vecchina vestita di nero, trasandata, col bastone che le serviva per appoggiarsi camminando.
- Sei stato molto malato, Maestà; ed ora ti annoi mortalmente... Qui stai bene, con tante finestre, con tanti saloni, uno più bello dell'altro. Lasciami vedere.
S'inoltrava di salone in salone, seguita dal Re, il quale, zitto, accigliato, tornava ad avere altri bagliori, a vedersela trasformare sotto gli occhi, bionda, bruna, vestita di rosso, di giallo, di bianco, di celeste, di stoffe tramate d'oro, e non sapeva che pensare.
- Sono stanca: torno a sedermi. Puoi sederti anche te, Maestà: sei in casa tua. Dunque dicevo?... Oh, su! scaccia via queste malombre. Perché ci vengono dietro?
Ma poi continuava, senza più curarsi della presenza dei Ministri:
- Io ti ho voluto sempre bene! Ti ho visto nascere, ti ho visto crescere. Venivo a trovarti nei sogni. Ricordi? No? Mi chiamavi: Faccia bella. Ricordi? No? Scherzo. Penso che i bambini vedono tante cose nei sogni; e che forse potresti aver veduto anche :me, o persona che mi rassomigliasse. No?... No?... Non sognavi da bambino? Per questo sogni ora, anche ad occhi aperti; ti si legge in viso!
Il Re stava ad ascoltarla sbalordito; i Ministri erano là, a bocca aperta, più sbalorditi di lui.
- La malattia di cui sei guarito, è cosa da niente, a petto di quella che ti rode l'anima e il cuore! Tu, Maestà, vuoi sapere chi sono io? Te lo dirò un'altra volta. E, se vuoi, ti porterò la cosa che... Tu smanii per averla; pensi ad essa il giorno; la sogni, la notte. Ti figuri che non potrai continuare a vivere, se non avrai finalmente la cosa che... Oh! Quasi quasi sarebbe meglio che tu continuassi a desiderarla senza mai giungere a possederla...
- No! No!
- E se poi ti dispiacerà di averla avuta? E se poi ti pentirai di averla avuta? Dovrai prendertela con te stesso. Intanto, lo sai che hanno fatto costoro? Hanno messo nuovi balzelli, col pretesto che il Re ha bisogno di molto danaro.
- Perdono, Maestà!
- L'intenzione era buona.
- Volevamo fare un bando: Chi portava a Sua Maestà la cosa che... riceveva per ricompensa tant'oro quanto egli pesa.
- E l'oro è pronto? - domandò la vecchina.
- Per voi, basterebbe metà di quello già pronto.
- Vogliamo provare? Sarà un divertimento per Sua Maestà.
- Proviamo pure, giacché Sua Maestà lo permette.
Fecero portare una gran bilancia che due servi robusti reggevano a spalla con una stanga, e parecchi cesti ricolmi di monete d'oro. Che? La vecchina pesava di più? Pareva impossibile!
Aggiunsero nella coppa un altro cesto, e poi un altro... E la coppa dov'era accoccolata la vecchina non si sollevava affatto. Se non che nei cesti le monete si muovevano tintinnando, quasi rimescolate da mani febbrili e invisibili.
- Vedi, Maestà? Non servono. È meglio farle tornare nelle tasche della gente. Su, volate via poverine, ognuna al suo posto!
Parvero sciami di api che scappassero dalla finestra, tintinnando, luccicando, sbattendo sui vetri spalancati.
I Ministri che, approfittando dell'occasione, se n'erano prese, di nascosto, due manciate per uno, se le sentivano scappar via di tasca, e non facevano il minimo gesto per fermarle, dalla grande paura di esser scoperti dal Re.
E quando le monete d'oro furono volate tutte via, la vecchina prese il bastone, si mise a cavalcioni di esso, e dicendo:
- A rivederci fra otto giorni, Maestà! - volò via anch'essa per la finestra, e sparì.
Quella giornata fu allegra per tutti, meno che pei Ministri. La gente sentiva un peso nelle tasche, ficcava una mano: - To'! Una moneta! - To'! Due, tre monete!
E non sapevano spiegarsi quel prodigio!
Otto giorni dopo, la vecchina ricomparve nel portone del palazzo reale.
- Salgo su, dal Re!
E prima che le guardie potessero impedirglielo, montava rapidamente pel grande scalone e pareva che avesse le ali! -lei avanti, le guardie dietro, ansimanti per la corsa, e picchiava all'uscio della stanza del Re.
-Maestà!... Dormiglione!... Maestà!
Accorse ansiosamente il Re, che rimase male non vedendole niente in mano, fuorché il bastone.
- E la cosa che...?
- Non l'hai vista? È in camera tua, sul tavolino.
Il Re si precipitò là, ma la vecchina lo trattenne a certa distanza.
Su una larga striscia di panno scuro, tremolava, formicolando di mille colori, una gran bolla di sapone. Tutte le pietre preziose - smeraldi, rubini, topazi, zaffiri, ametiste, turchesi - ridotte liquide, parevano rincorrersi attorno, in alto, in basso, e davano a quella gran bolla l'aspetto di cosa vivente.
- Vedi Maestà? - disse la vecchina: - là c'è tutto: speranze, lusinghe, gioie, dolori, disinganni, sciocchezze... tutto! Che ti eri immaginato? Là c'è tutto... e non c'è niente. Un soffio più forte dell'ordinario, un piccolo urto basteranno a farla scoppiare.
- Oh, com'è bella! Com'è bella!
Il Re non si saziava di ammirarla.
- L'hai avuta dentro di te e non ti sei accorto di possederla... - soggiunse la vecchina.
Ed ecco che il Re prova nuovamente gli abbagliamenti dell'altra volta, come se quella vecchina gli si trasformasse davanti, ora bionda, ora bruna, ora giovanissima, esile, ora di forme piene, robuste; ora vestita di rosso, o di giallo, o di bianco, o di celeste, di stoffe tramate di oro... e non sapeva che pensare!
Chiudeva gli occhi, se li strofinava, e si rivedeva davanti la vecchina vestita di nero, trasandata, col bastone che le serviva di appoggio camminando.
Ma la cosa che - egli non sapeva esprimersi altrimenti - era ancora là, formicolante dei più vivi colori. Se non che, ammirando: - Oh, com'è bella! Com'è bella! - egli non poteva far a meno di soggiungere: - E non è altro! Una gran bolla di sapone! Non è altro! La vecchina ha ragione. L'ho avuta dentro di me, per anni ed anni, e non mi son mai accorto di possederla!
- Chi siete? Voi siete una Fata benefica! - egli esclamò, buttandosi ai piedi della vecchina.
- La vera Fata benefica è la tua giovinezza che non può più vivere fantasticando la cosa che...
La vecchina gli svaniva lentamente davanti quasi si allontanasse, si allontanasse sorridendo.
E dietro ad essa, un leggero soffio spinse, per poco, la bolla iridata, che all'aria aperta scoppiò, lasciando cascar giù poche stille di acqua torbida.
Da principio, il Re sentì un vuoto nel suo cuore, e nel suo cervello; ma di mano in mano ch'egli riprendeva la vita attiva provava un gran sollievo, si sentiva più giovane, più vivo, più uomo; e quando voleva indicare qualcosa di triste, di vuoto, esclamava sdegnosamente:
- Come al tempo della cosa che...!
E per ciò questa fiaba vien chiamata:

La fiaba del Re
Che voleva una cosa che...




LA CHIMERA DI UN RE


C'era una volta un Re molto giovane che avrebbe voluto vivere come tutti i suoi sudditi, libero di fare quel che gli sarebbe parso e piaciuto. Per ciò, appena poteva, senza dir niente a nessuno, neppure ai Ministri, indossava un vestito da cacciatore, prendeva arco e frecce, e via pei forteti e pei boschi. Conduceva con sé due fidati familiari unicamente per riportare la ricca preda a palazzo.
I Ministri erano contenti di questo Re che si occupava pochissimo degli affari del regno, e intanto pensava a provvederli di cacciagione due o tre volte al mese.
- Queste lepri per voi! Questo daino per voi! Questo cignale per voi!
- Grazie! Grazie, Maestà!
Soltanto il più vecchio dei Ministri, dopo di aver ringraziato, non mancava mai di soggiungere:
- Ah, Maestà! Dovreste regalarci una Regina!
- Aiutatemi a trovarla. Vorrei la più bella Regina del mondo.
- C'è la Reginotta di Spagna.
- È un po' gobba; non lo sapete?
- C'è la Reginotta di Francia.
- È un po' zoppina; non lo sapete?
- C'è la Reginotta del Portogallo.
- Ha un occhio storto; non lo sapete?
- C'è la figlia del Gran Turco.
- È troppo grassa; non lo sapete?
- Maestà, bisognerebbe ordinare una Reginotta a posta per voi, e, disgraziatamente, non è possibile!
- Chi lo sa! - rispondeva il Re, ridendo; e cambiava discorso. Un giorno, andato a caccia, egli si era smarrito in una folta boscaglia. Aveva lasciato i due familiari a guardia della preda, e, gira di qua, gira di là, più non trovava la strada per ritornare da essi.
Tutt'a un tratto, udì un grido, e poi un lamento. Accorse, e vide un vecchio, caduto in un fosso, che invocava aiuto e continuava a lamentarsi: - Ahi!... Ahi!...
Senza por tempo in mezzo, il Re scese laggiù, sollevò il vecchio e lo cavò dal cattivo passo.
- Vi siete fatto molto male? ,gli domandò.
- No, per fortuna, figlio mio!
- Sentite: mi sono smarrito in questa boscaglia, e non trovo la strada per uscirne.
- Vi condurrò io. Aiutatemi intanto a raccogliere alcune erbe. In due, si fa presto.
- Volentieri. Chi siete? Come vi chiamate?
- Voi siete il Re.
- Chi ve l'ha detto?
- Nessuno. Mi chiamano il mago Bianco perché sono bianco di capelli e di barba e resto sempre di questo colore.
Il Re lo guardò con curiosità mista a paura.
- Vi leggo nel pensiero - disse il vecchio. - Per poco non sospettate che io possa farvi del male. Rassicuratevi.
E mentre il Re, meravigliato, lo aiutava a strappare le erbe indicategli, il vecchio riprendeva:
- Voglio anzi dimostrarvi la mia gratitudine. Chiedete e sarete subito soddisfatto. Volete collane, anelli, monili rari e preziosi, diademi per la vostra Regina?
- Non ho ancora preso moglie.
- La prenderete, certamente.
- Forse!
- Perché dite così?
- Perché vorrei trovare una moglie che avesse tutte le perfezioni... delle più belle donne del mondo. È possibile?
- È troppo ardire, ma è possibile! Solamente...
- Solamente...
Occorre cercare, radunare quelle bellezze, e poi iunestarle nella donna che sarà scelta da voi. Appena avrete scoperto una bellezza, chiamatemi; la mia potenza di Mago farà il resto.
- E come e dove venire a trovarvi, se mai?
- Basterà chiamare, alzando le braccia: «Mago Bianco! Mago Bianco!». Mi vedrete accorrere in vostro aiuto.
- E voi potreste anche far sparire una gobba?
- Quella della Reginotta di Spagna?... È una cosa da nulla. O allungare un po' la gamba della zoppina di Francia? O raddrizzare l'occhio di quella del Portogallo? O togliere il troppo grasso alla figlia del Gran Turco? Ai vostri comandi, Maestà! ... E questa è la strada.
Il Mago era scomparso.
Otto giorni dopo, ù Re disse ai Ministri:
- Voglio fare un viaggio e non deve saperlo nessuno. Mancherò un anno, un mese e un giorno. Se non mi vedrete ritornare...
- Buon viaggio e buon ritorno, Maestà!
Il Re si travestì in modo da rendersi irriconoscibile; prese con sé molto danaro, e, di nottetempo, uscì non visto dal palazzo reale.
Andava attorno bighellonando, osservando attentamente tutte le donne, facendo confronti, incontentabile. Voleva trovare a ogni costo la bellezza unica: i più bei capelli, il più bel naso, i più begli occhi, le più belle orecchie, le più belle mani, i più bei piedini.
E quando già gli pareva di aver fatto una grande scoperta, e stava per chiamare il Mago, si accorgeva di essersi ingannato, e si rimetteva da capo a ricercare, a far confronti; quasi più non sperava di poter riuscire. Ma un giorno, ecco, incontra una giovane contadina con certi capelli così biondi che parevano di oro filato. Egli non aveva mai veduto niente di simile. Formavano attorno alla testa un nimbo di splendore. Alzò le braccia e chiamò forte:
- Mago Bianco! Mago Bianco!
Il Mago comparve:
- Ai suoi comandi, Maestà!
- Quei capelli, per la mia Regina!
- Sarà servita, Maestà!
E immediatamente la contadina si mise a piangere perché i suoi capelli erano diventati di un biondo scuro, senza riflessi dorati.
- Vado a riporli, Maestà. Cercate il resto.
E il Mago, con in mano il mucchio dei capelli di oro, tolti alla contadina, sparì.
Il Re continuò ad andare di città in città, di paesetto in paesetto, di villaggio in villaggio, tutto occupato dalla ricerca del più bel naso di donna. E un giorno, ecco, egli incontra una giovane signora con un naso così ben fatto, né grande, né piccolo, né rotondo, né affilato, ch'era un incanto.
Guardando quella signora, pareva di non veder altro che il naso di tutta la sua bella persona. Il Re alzò le braccia, e chiamò:
- Mago Bianco! Mago Bianco!
Il Mago comparve:
- Ai suoi comandi, Maestà.
- Quel naso! Una meraviglia! Degno soltanto di una Regina...
- Eccola servita, Maestà!
La signora si mise a gridare:
- Oh, il mio naso! Il mio naso!
Se lo era sentito portar via, senza dolore, e piangeva tastandosi il naso corto e un po' schiacciato sostituito a quello suo.
- Vado a riporlo, Maestà! Cercate il resto.
E il Mago, con in mano il naso tolto alla bella signora, sparì .
Il Re riprese ad andare attorno, di città in città, di paesetto in paesetto, di villaggio in villaggio.
Ora si occupava della ricerca del più bel paio di occhi che brillassero in fronte a una donna, per farne dono alla futura Regina. E un giorno, ecco, egli indietreggiò alla vista di due grandi occhi neri che gli venivano incontro e pareva volessero incendiarlo col lampo delle pupi!le. La donna che portava in fronte quello splendore era una giovane venditrice di pane, che andava attorno con una cesta sul capo... Sorrideva a tutti, orgogliosa della rara bellezza dei suoi occhi.
Il Re si affrettò ad alzar le braccia e a chiamare:
- Mago Bianco! Mago Bianco!
- Ai suoi comandi, Maestà!
- Ah, quegli occhi! Guardate...
- Eccola servita, Maestà!
Nel palmo della mano del Mago, essi sembravano due rarissimi diamanti neri.
- Vado a riporli, Maestà! Cercate il resto.
Ora il Re non dubitava più di riuscire nel suo intento, così aiutato dalla miracolosa potenza del Mago. Che gli occorreva di trovare? Le più belle mani e i più bei piedini. Ed era curiosissimo di vedere in che modo quegli avrebbe operato l'innesto di tutto nella persona della futura Regina. Quale avrebbe scelto delle quattro Reginotte nominate dal Ministro? Era incerto tra la spagnuola e la francese.
E riprese ad andare di città in città, di paesetto in paesetto, di villaggio in villaggio, osservando attentamente mani e piedi; era quasi imbarazzato nella scelta. Ma si ostinava a ricercare; voleva, finalmente, trovare la perfezione assoluta, come per i capelli, il naso e gli occhi.
Ed ecco, una mattina si ferma davanti a una cucitrice seduta fuori la porta di casa.
Quella giovane aveva mani così bianche, così piccole, con ditini affusolati, da essere scambiate per mani fatte di cera. Il Re rimase per qualche momento a guardarla incantato, poi alzò le braccia e chiamò forte:
- Mago Bianco! Mago Bianco!
- Ai suoi comandi, Maestà!
- Ah, quelle mani! Quelle mani!
- Eccola servita, Maestà!
La fanciulla scoppiò in lacrime non riconoscendo più le sue mani, atterrita di vedersele scambiate.
- Vado a riporle, Maestà! Cercate il resto.
Era già passato un anno. Non vedeva l'ora di tornare al palazzo reale, e annunziare al Ministri:
- Avrò la Regina più bella del mondo!
Ed ecco, finalmente!... Gli pareva di sognare. In mezzo a un gruppo di gente, c'era un uomo che sonava uno zufolo: Tiu! Tiu! e una ragazza, con veste corta e piedi scalzi, ballava su un tappeto vecchio steso per terra.
Aveva due piedini così delicati, così piccoli che saltavano, volteggiando rapidi, e pareva toccassero appena il suolo con la punta delle dita: - Tiu! Tiu! - e la gente batteva le mani: Brava! Brava!
Il Re, sbalordito di tanta bellezza, alzò le braccia e invocò forte:
Mago Bianco! Mago Bianco!
- Ai suoi ordini, Maestà!
- Quei piedini... Peccato! Si deformeranno ballando.
La danzatrice si arrestò tutt'a un colpo, quasi i suoi piedi fossero diventati pesanti. Invano l'uomo soffiava più forte nello zufolo: Tiu! Tiu!
Ella aveva perduto ogni leggerezza, ogni agilità, e cominciò a piangere e a disperarsi.
Il Re n'ebbe pietà; si fece largo tra la gente per regalare alla ragazza una borsa piena di monete d'oro. Ma la ragazza non si consolava, e piangeva, gridando tra i singhiozzi:
- Ah, i miei piedini! I miei piedini!
Il Re non aveva da cercar altro. E la mattina in cui si compiva l'anno, un mese e un giorno, i Ministri se lo videro comparire dinanzi. Non ne furono molto contenti; si erano già abituati a far a meno del Re. Intanto egli non sapeva decidersi:
La Reginotta di Spagna? La Reginotta di Francia?
- Maestà, - disse il vecchio Ministro - nascondo una moneta spagnola in un pugno e una francese nell'altro. Scegliete. La moneta indicherà chi dovreste sposare.
- Il pugno destro!
- Maestà, sposerete la Reginotta di Francia.
Ma quando la Reginotta seppe che, prima delle nozze, doveva assoggettarsi all'operazione del Mago, per diventare la più bella Regina del mondo, si rifiutò indignatissima:
- Chi mi vuole deve prendermi così come sono!
E il Re si volse alla Reginotta di Spagna.
Anch'essa però si sentì offesa dalla proposta di assoggettarsi prima all'operazione del Mago per diventare la più bella Regina del mondo:
- Chi mi vuole deve prendermi così come sono!
Indispettito dei due rifiuti, il Re si rivolse alla Reginotta del Portogallo.
La poverina era così afflitta dalla disgrazia di avere un occhio storto, che acconsentì subito, appena apprese che sarebbe guarita anche di questo.
Il Re, ricevuto il consenso, alzò le braccia e chiamò allegramente:
- Mago Bianco! Mago Bianco!
- Ai suoi comandi, Maestà!
- La Reginotta è trovata. Rendiamola presto la più bella donna del mondo.
- Vado e torno, Maestà!
E tornò in un batter d'occhio, con una scatola dov'erano riposti i capelli, gli occhi, il naso, le mani e i piedini da innestare alla Reginotta invece dei suoi. Il Re volle assistere alla portentosa operazione.
La Reginotta del Portogallo aveva certi capelli neri, ricciuti, che le arrivavano fino al piedi e davano gran risalto alla pelle bruna del viso. In un batter d'occhio, senza il minimo dolore, quella folta chioma cadde per terra, e il Mago cinse alla Reginotta la fiammante corona dei capelli biondi che si attaccarono alla cute quasi vi fossero nati. Se non che, con la bruna carnagione stonavano un po'.
La Reginotta aveva occhi azzurri, limpidissimi, belli, nonostante che uno fosse storto. Quando il Mago sostituì ad essi i grandi occhi neri della venditrice di pane, parve che sotto la fronte della Reginotta si fossero aperti due buchetti scuri scuri, quasi le fiamme di oro dei capelli ammortissero i lampi delle pupille.
Il Re seguiva, ansioso, il procedere delle operazioni.
Venne la volta del naso. Appena il nasino, corto e un po' all'in su, fu sostituito dal bellissimo naso tolto alla giovane signora, il viso della Reginotta assunse un'espressione di maschera. Con quei capelli d'oro, quegli occhi neri e il naso di perfetta bellezza nobilmente piantato sopra le labbra, ella, sì, perdeva tutti i tratti irregolari della sua fisionomia, senz'acquistarne però altri più belli come il Re si era immaginato dovesse accadere. Così le delicate e bianche manine, gli agili brevi piedini, che parevano di bambina, aumentarono le stonature, tanto da dare a tutta la persona della Reginotta la figura di una bambola rimediata alla meglio.
- Bisogna farci l'occhio! - pensava il Re. Ma i giorni passavano e la brutta impressione perdurava. E lui che si era immaginato di crearsi la Regina più bella del mondo! - Bisogna farci l'occhio! - si confortava.
Aveva già dato la sua parola di Re; perciò affrettò le nozze, e condusse via la Regina con pompa sfarzosa e grandi feste.
Il peggio fu quando si accorse che la Regina, da un momento all'altro, cambiava di umore, come se dentro di lei ci fossero cinque persone diverse che la facevano agire e parlare a modo loro!
E ora comandava quella dei capelli biondi, ora quella degli occhi nerissimi, ora quella del bel naso, ora quella delle manine; ma sopra tutte comandava quella dei piedini.
E allora erano salti, piroette, giri per le stanze su la punta dei piedi, come una trottola umana; e se il Re voleva fermarla, si sentiva trascinato via anche lui fino a che la Regina non si arrestava tutt'a un tratto, ansimando.
- Ah, Mago Bianco! Mago Bianco!
- Ai suoi comandi, Maestà!
- Bisogna disfare ogni cosa, e ridurre la Regina proprio qual'era da Reginotta.
- È impossibile, Maestà!
- Perché?
- Vostra Maestà ha voluto fare una cosa contro le leggi naturali... e n'è stata punita. Era inutile avvertirla prima; non mi avrebbe creduto.
- È vero!... Non vi avrei creduto.
- Ogni capigliatura sta bene alla sua testa; ogni paio di occhi alla sua fronte; ogni naso al suo viso; mani e piedi al loro corpo! Vostra Maestà ha avuto la superbia e il capriccio di violentare la Natura!... Veggo però che è pentito...
Intanto il mago Bianco apriva e chiudeva gli occhi, trinciava con le braccia larghi segni per aria, borbottava parole incomprensibili. Ed ecco venire avanti la Regina, girando rapida su la punta dei piedi, al pari di una trottola. Girava, girava e qualcosa saltava via dalla sua persona come violentemente strappato. Prima i capelli biondi... una vampata! Poi gli occhi nerissimi... due lampi! Girava, girava ed ecco naso, mani e piedi volar in alto!
Ppim!... Ppum!... Ppam! Tutto pareva risolversi in un po' di fumo, che presto spariva. Il mago Bianco stese un braccio e la fermò. La Regina era tornata perfettamente come quand'era Reginotta. L'occhio un po' storto, invece di sfigurarla, comunicava al suo aspetto un'attrattiva particolare. Il Re piangeva dall'immensa gioia.
- Ah, mago Bianco!... Ah, mago Bianco! - E voleva baciargii le mani. - Ma, dunque, tutto è stato illusione?
- Maestà, certe cose reali sono così strane da sembrare illusioni.
E ridendo, mentre lentamente spariva, soggiunse:
- Non crederete che sia stata un'illusione anche io!... E se vi occorrerà...
La voce si affievoliva col dileguare della persona. Il Re, intanto, si sentiva guarito dalla vanità di volere la più bella Regina del mondo; felice di aver trovato nella Reginotta del Portogallo una moglie buona, affettuosa, degna di essere adorata e di regnare al suo fianco.
E non cercò più di sapere se quel che gli era accaduto fosse stato illusione o realtà...

Fiaba oscura, oscura, oscura
Come sorba si matura!



MANGIA-A-UFO


C'era una volta una vedova, non giovane, né vecchia, che aveva una bottega dove faceva da mangiare per la povera gente. Preparava buone minestre di pasta con ceci e fagioli, condite col lardo; verdure d'ogni specie; aveva cacio, ricotta, acciughe, per chi le voleva; e pane e vino e frutta, noci, fichi secchi; quasi sempre le stesse cose, è vero, ma preparate con cura, e tutto senza inganni. Per ciò la clientela abbondava. A ogni avventore, ella sentiva l'obbligo di ripetere la avvertenza fatta agli altri:
- Qui non si fa credenza, lo sapete?
E non era per mancanza di buon cuore. Non voleva ridursi a morir di fame per sfamare gli altri. Doveva pensare all'avvenire della disgraziata figliuola che l'aiutava a servire gli avventori, ed era gobbina. Guadagnava così poco con quel mestiere!
Attenta, servizievole, modesta, era voluta bene e rispettata da tutti, quella povera ragazza. Da principio, quando qualcuno si permetteva di gridare:
- Ehi, gobbina! Un bicchiere di vino! - la mamma protestava fieramente:
- Non vi vergognate di offendere una ragazza, maleducato, che non siete altro?
- Mamma, lascialo dire, non ha detto una bugia.
E la gobbina portava subito all'avventore il bicchiere di vino richiesto, e gli faceva un bell'inchino.
La mamma finalmente capì che molti la chiamavano a quel modo con sentimento di affettuosa compassione; e poiché la ragazza non se ne addolorava, né si vergognava del suo difetto, non protestò più; anzi quel: Gobbina! spesso la faceva sorridere, quasi fosse una carezza per quella creatura, sua unica gioia.
Poverina! Era ammirevole. La mattina, mentre la mamma si affaccendava a scaldar l'acqua, a preparare la minestra, ella faceva la pulizia della stanza dov'erano tavolini e panche e seggiole, spazzando, spolverando sollecitamente, rimettendo ogni cosa al suo posto. Poi si lavava, si pettinava alla lesta, indossava un grembiulone di tela grezza, e si sedeva dietro il banco per riposarsi un po'. E canticchiava una strana canzonetta. Chi gliel'aveva insegnata? Dove l'aveva udita, per caso? Non avrebbe saputo dirlo. La canticchiava perché non ne conosceva altre, sbadatamente:

- Voi che venite da lontani porti,
Facendo passi lunghi e passi corti...

E non andava più avanti, con gli occhi fissi nel vuoto, quasi aspettasse di veder entrare dalla porta colui che doveva venire da lontano, dopo aver fatto passi lunghi e corti. Si riscoteva, e si affacciava all'uscio di cucina:
- Mamma, vuoi che ti aiuti?
- Tutto è pronto, figliuola mia.
E di lì a poco, i tavolini erano occupati e: Gobbina di qua... Gobbina di là... ognuno voleva esser servito a preferenza degli altri. E pareva impossibile che la ragazza trovasse modo di lasciar tutti contenti.
Un giorno, si presenta un giovane alto, robusto, biondo, impolverato da capo a piedi, in maniche di camicia. Guarda attorno: non c'è un posto vuoto.
- Siete stanco? Sedete un momentino qui. Il primo posto libero sarà per voi.
- Grazie, gobbina! - rispose il giovane, quasi la avesse conosciuta da tanto tempo.
Venne la mamma.
- Qui non si fa credenza, lo sapete?
- Volete che paghi prima?
- Oh! No.
- Vorrei lavarmi le mani e la faccia. Si paga anche per questo?
- Non si paga; è vero, mamma?
- Lavato e ravviato, il bel giovane sembrò un altro.
- E ora che desiderate?
- Tutto quel che c'è, gobbina mia.
Alla ragazza faceva impressione sentirsi dire: «Gobbina mia» da uno sconosciuto. Doveva avere una gran fame e uno stomaco da struzzo, se egli replicava le pietanze e faceva due bocconi di ogni pagnotta. La bottiglia col vino però rimaneva intatta.
- Non vi piace?
- Mi piace più l'acqua, gobbina mia.
E la guardava sorridendo. Pareva che la canzonasse.
Ora si sfogava col cacio, con le acciughe, con la frutta secca, bevendovi su bicchieroni di acqua. La povera gente, che aveva preso appena un piatto di minestra, due forchettate di verdura e una pagnotta annaffiati con una bottiglietta di vin nero, indugiava meravigliata di quel divoratore che stava mangiando in una volta quel che ad essi doveva bastare per una settimana. E aspettavano di sentire a quanto ammontasse il conto. Vedendo che la cosa andava per le lunghe, gli avventori pagarono e si affrettarono a uscire.
Si sentì la voce della vedova che gridava:
- Ehi!... Ehi!... Compare!
Il giovane era sparito senza che nessuno se ne fosse accorto.
La vedova strillava davanti la porta della bottega:
- È venuto, ha divorato per quattro ed è scappato senza pagare! Ladro! Ladro!
La gobbina sparecchiava, rassettava le seggiole e, tutto a un tratto, chiamò:
- Mamma! Mamma! - Su la seggiola di quell'omo aveva trovato una moneta d'oro.
Madre e figlia si guardarono in viso stupìte.
- Se ritorna, mamma, dobbiamo rendergli il resto.
- Certamente. Ma non ne diciamo nulla a nessuno, per non aver noie, figliuola mia.
Il giorno dopo, alla stess'ora, il giovane comparve in maniche di camicia, impolverato da capo a piedi. E quando gli dissero:
- Avete dimenticato su la seggiola questa moneta; eccovi il resto del vostro conto... - il giovane fece un gesto di rifiuto:
- Ne parleremo dopo. Vorrei lavarmi le mani e la faccia, se permettete.
Lavato e ravviato, il giovane sembrava un altro. Si era seduto nello stesso posto, e divorava peggio del giorno avanti. Alcuni avventori, più curiosi degli altri, si avvicinarono alla padrona.
- Come? A lui, sì, fate credenza, e a noi no?
- Badate al fatti vostri e non pensate agli altri. Avete paura di lui?
- Non ho paura di nessuno.
- Sapete come si chiama costui? Si chiama Mangia-a-ufo. Se c'è qualcuno che vuol rotto il muso... Un po' di cacio, gobbina! ... due acciughe, gobbina!
E il giovane, serio serio, continuava a divorare, bevendo, di tratto in tratto, bicchieroni d'acqua, senza guardare in viso a nessuno.
- È vero, gobbina. Mi chiamo Mangia-a-ufo. Se c'è qualcuno che vuol rotto il muso... Un'altra pagnotta, gobbina!
Vedendo che la cosa andava per le lunghe, gli altri avventori pagarono, zitti zitti, e si affrettarono ad andar via.
Si sentì la voce della donna:
- Ehi! Ehi!... Compare!
Il compare, come quella lo chiamava, era sparito senza che nessuno se ne fosse accorto.
Ma questa volta la vedova non uscì a strillare su l'uscio.
Madre e figlia avevano guardato su la seggiola di quell'omo.
- Mamma! Mamma! Un'altra moneta di oro. Dobbiamo rendergli il resto anche di questa.
- Certamente. Ma non diciamo nulla a nessuno, per non aver noie, figliuola mia.
Ogni mattina, la ragazza, dopo aver spazzato la bottega e spolverato tavolini panche e seggiole, si lavava, si pettinava alla lesta, indossava il grembiulone di tela grezza, si sedeva dietro il banco per riposarsi un po' e canticchiava la solita canzone:

- Voi che venite da lontani porti,
Facendo passi lunghi e passi corti...

E si arrestava, con gli occhi fissi nel vuoto, quasi aspettasse di veder entrare dalla porta colui che doveva venir da lontano, dopo di aver fatto passi lunghi e passi corti.
Per un mese di seguito, a ora fissa, il giovane in maniche di camicia e impolverato da capo a piedi ricompariva, e prima di prendere il solito posto:
- Vorrei lavarmi mani e faccia.
- Abbiamo qui il resto messo da parte per voi.
- Ne parleremo dopo, padrona.
- Che desiderate?
- Tutto quel che c'è, gobbina mia!
Ora egli, mangiando, rivolgeva volentieri la parola agli avventori che gli sedevano accanto e stavano a guardarlo a bocca aperta vedendolo diluviare a quel modo.
- Com'è, giovanotti, che nessuno di voi pensa a sposare la gobbina?
- Dobbiamo unirci Niente con Nulla?
E siccome la gobbina era venuta a portargli un fritto di pesce, fatto a posta per lui, egli la prese per una mano, e tastandole la gobba, disse:
- Il tesoro la ragazza l'ha qui.
La mamma lo sgridò:
- Certi scherzi non mi piacciono.
- Ma io non scherzo... Sentite? - Aveva picchiato con le nocche delle dita su la schiena della gobbina e si era udito un rumore di monete smosse.
Tutti si guardarono in viso, allibiti. Un vecchietto si rizzò da sedere:
- Gobbina permettete che picchi io?
E picchiò senza attendere la risposta. Si udì di nuovo un forte rumore di monete smosse.
Intanto la gobbina continuava a servire gli avventori come se niente fosse stato. Parecchi si fermarono più del solito per vedere se quello pagasse, dopo desinato, il suo conto. La vedova andava attorno a raccogliere il danaro e qualche volta doveva leticare con questo o con quello, che cercavano di frodarla, e brontolavano:
- E Mangia-a-ufo non paga, Mangia-a-ufo!
- Se c'è qualcuno che vuol rotto il muso!...
Non era mai accaduto che la mamma e la ragazza non trovassero su la seggiola la solita moneta di oro. Col resto da rendere, tenuto scrupolosamente da parte, avevano riempita una cassetta del banco.
- Non ne diciamo niente a nessuno, per non aver noie, figlia mia.
Ma si era già sparsa la voce in paese che la figlia della bottegaia aveva un tesoro di monete nella gobba. E chi veniva per curiosità, chi per interesse. Un nobile spiantato disse:
-Se è vero, la sposo io. Ma prima voglio vedere e contare.
Mangia-a-ufo si fece avanti:
- Bravo! Bisogna però spaccar la gobba senza farne uscire una sola stilla di sangue. Andiamo in presenza del Re: «Maestà, il patto è questo: senza una stilla di sangue. O voi ordinerete che gli si tagli la testa».
- Com'è possibile senza una stilla di sangue?
- È possibile.
- Ah! Voi volete continuare a mangiare a ufo!
E il nobile spiantato con quattro pugni ebbe rotto il muso. Da qualche settimana, la ragazza si era accorta che la gobba aumentava di volume. Se la sentiva pesare troppo addosso. E lo
disse, piangendo, alla mamma.
- Sentite...
- Mangia-a-ufo... chiamatemi pure così.
- Sentite, Mangia-a-ufo - ma non è vero - questa povera figlia si sente crescere la gobba addosso.
- Meglio! Meglio, padrona!
- E le pesa, le pesa!
- Meglio, padrona! Meglio!
- Povera figlia mia! Piange, si dispera.
- Chiamatela. Voglio dirle due paroline io.
La gobbina venne. Non aveva fatto a tempo di asciugarsi le lacrime. Il giovane la prese per le mani e lentamente disse:

- Sono venuto da lontane parti,
Facendo passi lunghi e passi corti;
Sono venuto, bella, per sposarti,
E liberarti dal peso che porti.

- E... chi siete? - domandò la gobbina sbalordita.
- Già... chi siete? - ripeté la mamma.

- Son quei che venne da lontane parti,
Facendo passi lunghi e passi corti;
Sono venuto, bella, per sposarti,
e liberarti dal peso che porti.

D'altro non ti deve importare, gobbina mia! D'altro non ti deve importare, mammina mia!
La gobbina non sapeva decidersi; quello sconosciuto le metteva paura. Ma pur di essere liberata dal peso della gobba che diveniva sempre più insopportabile... Così, il giorno dopo, gli avventori, contadini, operai, facchini che arrivavano all'ora del desinare, furono maravigliati di vedere sul banco un coltellaccio arrotato di fresco, e su uno sgabello, vuota, la caldaia di rame che serviva per cuocere le minestre. Pareva che Mangia-a-ufo fosse improvvisamente ammattito. Gli videro afferrare il coltellaccio, prendere per un braccio la gobbina, trascinarla presso la caldaia e, prima che qualcuno potesse accorrere, il coltellaccio aveva squarciato la gobba d'alto in basso... Se non che, invece di sangue, cascava rumorosamente nella caldaia un fiotto di monete d'oro, e la riempiva fino all'orlo. Passato il primo sbalordimento, gli avventori si slanciarono attorno alla caldaia, urtandosi, spingendosi, azzuffandosi per prendere manciate di monete e riempirsene le tasche: ma più ne prendevano, più ne sgorgavano dalla gobba. La caldaia era sempre colma.
Gli avventori riempivano le tasche e scappavano via. Scappavano anche dallo stupore di vedere la ragazza non più gobbina, ma ritta come un'asta di bandiera, bella, col sorriso su le labbra e negli occhi. Gli avventori erano scappati con le tasche così pesanti che le reggevano appena. Fatta però una cinquantina di passi, a poco a poco il peso si alleggeriva. Frugavano... Le loro tasche erano piene di gusci di chioccioline; soltanto in fondo, vuotandole, chi trovò una, chi due, chi tre monete d'oro.
Tornarono, arrabbiati, alla bottega. La porta era chiusa. Picchiarono; nessuno rispose... E sfondarono la porta... Pareva che la bottega fosse stata abbandonata da anni. Il banco, i tavolini, le panche, le seggiole erano coperte di polvere; dai muri e dal tetto pendevano larghi ragnateli, come se là non ci fosse mai stata anima viva:
- Padrona! Gobbina! - Nessuna risposta.
- Mangia-a-ufo! - chiamò uno, per chiasso. E si sentì un vocione lontano lontano:
- Se c'è qualcuno che vuol rotto il muso!
Tutti si allontanarono di corsa, compiangendo la mamma e la gobbina.
- Sarà accaduto a loro come a noi. Avranno trovato peggio che gusci di chioccioline!...
- Mangia-a-ufo dev'essere un Orco!
- Mangia-a-ufo dev'essere uno Stregone!
- Com'era bella senza gobba la gobbinal
- Dove sarà a quest'ora la gobbina senza gobba?
- E la padrona che ci preparava quella buona minestra?
Poi, a poco a poco, non ne parlarono più.
Un giorno, però - non si seppe mai come - si sparse la notizia che la ragazza era diventata chi diceva Principessa, chi diceva Regina, e che abitava un castello in cima a un colle circondato da giardini. Nessuno voleva andarci. Soltanto un giovanotto - quello che aveva detto: - Dobbiamo unirci Niente con Nulla? - volle andare ad accertarsi se era vero.
Si mise in cammino, domandando a questo e a quello:
- Dov'è il castello della gobbina e di Mangia-a-ufo?
La gente gli rideva in viso, prendendolo per scemo.
Una sera, stanco morto dal gran cammino, si buttò a giacere su l'erba di un prato e si addormentò. Quando si svegliò col sole alto, non sapeva se era stato davvero nel castello della gobbina e di Mangia-a-ufo, o se aveva sognato. Ed ora gli pareva che la ragazza e Mangia-a-ufo lo avessero accolto in quelle stanze tutte a specchi con cornici d'oro, lo avessero fatto sedere su seggiole d'oro, lo avessero invitato a desinare in piatti d'oro, cose che avevano l'apparenza della minestra di una volta, ma di un odore, di un sapore, che se li sentiva ancora nelle narici e nella bocca; ed ora, invece, non era ben sicuro che tutto ciò non fosse stato l'inganno di un sogno!...
Con questo dubbio, si rimise in cammino, domandando a chi incontrava:
- Dov'è il castello della gobbina e di Mangia-a-ufo? La gente gli rideva in viso, prendendolo per scemo.
Scoraggiato, deluso, tornò addietro. Vedendolo, tutti gli domandavano:
- L'hai dunque trovato il castello della gobbina e di Mangia-a-ufo?
Il giovanotto raccontava il suo sogno come cosa vera; e fu tutto quel che si seppe di quei due.

Mangia-a-ufo, Mangia-a-ufo?
State zitti, o vi rompe il muso!



LA CODA FATATA


C'era una volta un contadino che aveva cinque figli.
Quando gli nacque il primo, egli disse allegramente: - Per buon augurio, chiamiamolo: Pane!
Venuto il secondo, il contadino stiè a riflettere un momento; poi disse rassegnato:
- Per buon augurio chiamiamolo: Vino!
Un anno dopo, arrivò il terzo. Il contadino stiè a guardarlo un po'; e siccome il bambino era biondo di capelli, disse:
- Si vede che porta il nome con sé; chiamiamolo: Olio!
Il quarto gli nacque con certi capelli così rossi, che il babbo, senza pensarci su, disse:
- Anche questi porta il nome con sé; chiamiamolo: Aceto.
Il giorno che gli nacque il quinto figliuolo, il contadino, ridendo male, esclamò:
- Mi mancava appunto il Companatico!
E il bambino ebbe questo nome.
Così, pochi anni dopo, quando gli morì la moglie, nello strazio del dolore, il povero vedovo non si accorgeva di far ridere la gente, lamentandosi:
- E ora, come faranno senza la mamma Pane, Vino, Olio, Aceto e Companatico?
Nei primi giorni aveva pensato a tutto, ripulendo la casetta, vestendo, lavando, pettinando i bambini, il maggiore dei quali aveva appena dodici anni, preparando il desinare, adoprando per le spese i risparmi messi da parte dalla moglie. Ma ora che questi erano esauriti? Ora che lui non poteva lasciar soli i bambini per andarsene a lavorare?
Arrivò un giorno ch'egli non seppe come sfamare le sue creature. E una mattina, presi per mano i due piccini, cacciandosi avanti gli altri tre, si avviò verso la montagna e li condusse in cima di essa.
I bambini cominciarono a piagnucolare:
Babbo, ho fame!... Babbo, ho fame!...
Dalla disperazione, senza sapere quel che faceva, raccattò cinque sassi neri, quasi rotondi, che erano là, a portata di mano, e li distribuì ai figliuoli:
- Tieni, Pane! Tieni, Vino! Tieni, Olio! Tieni, Aceto! Tieni, Companatico!
E, con grande maraviglia, vide che i bambini li addentavano, li masticavano e li inghiottivano con gusto.
Allora si chinò, prese un sasso anche per sé e l'addentò. Il pezzettino che gli si era sgretolato nella bocca aveva un sapore strano, tra dolciastro ed asprigno. Lo divorò fino all'ultima briciola.
I bambini, stanchi dal viaggio e sazi di quel che avevano mangiato, si erano già sdraiati per terra, facendosi capezzale di un braccio, e avevano preso subito sonno.
Egli si rammentò di averli condotti là col tristo proposito di abbandonarveli e lasciarli morir di fame, poiché non aveva nessun mezzo per sostenerli. Ora, invece, pensava di farsi una provvista di quei sassi miracolosi, portarsela a casa, e venire, di tratto in tratto, a rifornirsi.
Non avendo un sacco, si cavò la camicia, la legò, con un po' di spago, dalla parte del collo e delle maniche, e cominciò a riempirla, scegliendo i sassi che gli sembravano migliori.
Quando stava per chiuderla e legarla quasi fosse stato un grosso sacco, ecco apparire improvvisamente un vecchio con barba bianca, lunga fino ai ginocchi, che gli si pianta davanti minaccioso:
- Chi ti ha permesso?... Qui il padrone sono io! Vuota quel saccaccio e rimettiti la camicia!
-Abbiate pietà di queste creature!
-Che pietà? Sono morte, pietrificate! Non te ne sei ancora accorto?
Il disgraziato si strappava i capelli, piangeva, inginocchiato davanti ai bambini, tentava di svegliarli, sperando che il vecchio avesse voluto spaventarlo, dicendogli che essi erano diventati di sasso. E li chiamava, dolorosamente, per nome:
- Ah, Pane mio! Ah, Vino mio! Ah, Olio mio! Ah, Aceto mio! Ah, Companatico mio!
Il vecchio scoppiò a ridere! Prese il contadino per le mani, gliele strinse forte ripetendo:
- Grazie! Grazie! Erano cinquanta anni che non potevo più ridere e soffrivo immensamente. Grazie! Grazie!
E rideva, rideva tenendosi i fianchi, con tale gioia negli occhi, che quasi più non pareva il vecchio di prima.
Il contadino, dopo un po' di sbalordimento, tornava a ripetere:
- Ah, Pane mio! Ah, Vino mio!
E come pronunziava un nome, il chiamato rizzava la testa, rispondendo:
- Eccomi qua!
Il vecchio, non ancora stanco di ridere, gli disse:
- Grazie di nuovo! Ecco, te li risuscito tutti!
Ma il contadino, anche in mezzo alla grande gioia di vedersi attorno, vivi e allegri, i suoi figli, ebbe una forte stretta al cuore:
- E come farò a sfamarli?
- A questo penserò io - rispose il vecchio. - Tu non puoi immaginare quanto sia grande la mia gratitudine... Figurati! Cinquant'anni senza poter ridere neppure un istante! Per vendetta di un Mago nemico mio! Lasciami ridere, lasciami ridere ancora!
Cominciò a ridere Vino, poi Pane, poi gli altri, senza sapere perché; cominciò a ridere anche il contadino, senza sapere perché neppur lui. E tutti saltavano come il vecchio, pestando i piedi: sembrava che non dovessero finir di ridere mai più! Il vecchio disse:
- Aspettami qui; torno subito.
E sparì.
Padre e figli si erano guardati in viso, stupiti. Più di tutti era stupito il contadino che ormai capiva con chi aveva da fare.
Lo videro ricomparire quasi immediatamente. Aveva in mano una bella coda di cavallo morello, che si muoveva come cosa viva. Si arcuava, sbatteva di qua e di là quasi per scacciare le mosche noiose, si lasciava pendere in giù, dondolandosi lentamente, e non era la mano del vecchio che produceva quei movimenti.
- Ecco il mio regalo. Avrai bisogno di pane? Non dovrai far altro che applicarla dietro la schiena di tuo figlio Pane. Egli si presenterà ai panettieri e dirà: «La “gran Barba bianca'' vuole dieci, venti, trenta panini!». Glieli consegneranno senza fiatare... Avrai bisogno di vino? Applicherai la coda alla schiena di tuo figlio Vino. Egli si presenterà ai vinai: «La “gran Barba bianca" vuole due, tre, quattro barili di vino!». Glieli consegneranno senza fiatare... E così di seguito.
- E per i quattrini?
- Questi dovrai guadagnarteli col tuo lavoro. Per vivere, tu e i tuoi figli avrete tutto: pane, vino, olio, aceto, companatico. Per il resto, tu tornerai a zappare, seminare, sarchiare, mietere; ma anche i tuoi figli dovranno apprendere un mestiere. Quando la coda non si applicherà più sul dorso di nessuno, vorrà dire che avrà perduto la sua virtù, e sarà, se mai, per colpa vostra: tienlo a mente. Ah! Ah! Ah!... Pane e Vino!...
Il vecchio ricominciò a ridere, a ridere, ripetendo i nomi dei figli del contadino. E lui e i bambini passandosi da una mano all'altra la bella coda che si divincolava come cosa viva, si diedero a ridere anch'essi, a saltare, a pestare i piedi.
Il corpo del vecchio, intanto, perdeva consistenza, si attenuava, diventava un po' di nebbia biancastra e spariva nell'aria.
Il contadino, ripresi per mano i due piccini, si cacciò davanti gli altri tre. Pane apriva la marcia reggendo, come una bandiera, la coda di cavallo che si arcuava, sbatteva ai lati, si dondolava pendula, tornava ad arcuarsi; e i quattro fratelli suonavano la marcia e picchiavano in cadenza le mani.
Il contadino volle provar subito la virtù della coda: temeva che il Mago si fosse fatto beffa di lui. Chiamò:
- Pane! Vien qua... voltati.
E gli applicò la coda alla schiena.
La coda cominciò ad agitarsi quasi facesse proprio parte del corpo del ragazzo.
- Va' dal fornaio qui vicino... Dirai... così e così... Venti panini sfornati di fresco.
Pane uscì di casa pavoneggiandosi dello strano ornamento. La gente - ragazzi, uomini, donne - gli andavano dietro maravigliati, in allegria.
- Pane! Pane!... O che sei diventato un cavallino?
Uno gli si avventò, afferrò con le due mani la coda e tirò forte credendo di poter strappargliela; invece ne ricevette una spinta che lo fece ruzzolare per terra quanto era lungo.
Pane entrò dal fornaio e disse:
- La «gran Barba bianca» vuole venti panini sfornati di fresco.
Il fornaio, quasi preso di paura, si affrettò a consegnare i venti panini richiesti. Pane tornò a casa, seguito da una folla di gente che gli diceva:
- Pane! Pane! O che sei diventato un cavallino?
Pane si affacciò su l'uscio e mostrò beffardamente la schiena. La coda era sparita!
E fu la volta del secondo fratello.
- Vino! Vien qua!... Voltati!
E il padre applicò la coda alla schiena, che cominciò ad agitarsi quasi facesse proprio parte del corpo del ragazzo.
- Va' dal vinaio qui vicino. Dirai... così e così. Un barile del migliore che avete.
Vino uscì di casa, pavoneggiandosi anche lui dello strano ornamento. La gente – ragazzi, uomini, donne - gli andavano dietro maravigliati, in allegria:
- Vino! Vino!... O che sei diventato un cavallino? – Ma nessuno osò di afferrar la coda e tentar di strappargliela.Il ragazzo entrò dal vinaio:
- La «gran Barba bianca» vuole un barile di vino, e del migliore che avete.
Il vinaio, quasi preso di paura, si affrettò a farglielo portare a casa da un garzone.
La gente, in allegria, dietro:
- Vino! Vino! 0 che sei diventato un cavallino?
Vino si affacciò all'uscio e mostrò beffardamente la schiena. La coda era sparita.
Il vero spettacolo fu più tardi, quando la gente vide quel tomboletto di Companatico andare, quasi barcollando, per le vie; pareva che non reggesse il peso della coda. Tutti gli gridavano dietro:
- Bravo, Companatico! O che sei diventato un cavallino anche te?
Il bambino si fermò davanti alla bottega di un salumaio:
- La «glan Babba bianca» vuole: Talame di ogni ppecie, tacio, funghi toRo-aceto... pel dieci persone!
Il salumaio, quasi preso di paura, si affrettava ad affettare salami di ogni specie, a tagliare grossi tòcchi di cacio, a involtare cucchiaiate di funghi, di sotto-aceto, e a consegnarli al bambino.
La gente, in allegria, dietro:
- Bravo, Companatico!... O che sei diventato un cavallino anche te?
Companatico si affacciò all'uscio, e mostrò beffardamente la schiena. La coda era sparita.
I ragazzi crescevano sani e forti, ben nutriti come erano. Pane era già un bel giovanotto, ma pigro, svogliato. Ora gli sapeva fatica fin il dover andare dal fornaio, con la coda appiccicata dietro. La stessa ripugnanza cominciarono a provare Vino e Olio, invanito questi di sentirsi chiamare: il bel biondino!
Il padre, andando a lavorare, non cessava, ogni mattina, di raccomandarsi:
- Ragazzi, pensate ad imparare un mestiere! La cuccagna della coda, un giorno o l'altro, cesserà!
Pane rimaneva impassibile; Vino e Olio alzavano le spalle, ridendo; e stavano a bighellonare da mattina a sera. Per fare le provviste, attendevano il ritorno del padre dalla campagna, perché egli solo aveva la facoltà di appiccicare e spiccicare la coda; e parecchie volte era accaduto ch'essi trovassero già chiuse le botteghe dei gratuiti fornitori.
Solamente Aceto e Companatico si divertivano nell'andare attorno con la bella coda appiccicata alla schiena, e non infastidivano quella gente che li seguiva in allegria, ripetendo ad ognuno di essi:
- Aceto!... Companatico!... O che sei diventato un cavallino anche te? - Erano orgogliosi di trarsi tanta gente dietro, e di mostrare beffardamente la schiena, quando le era stata staccata la coda.
Non passava giorno che il padre non ripetesse specialmente ai tre figli più adulti:
- Ragazzi, pensate a imparare un mestiere! La cuccagna della coda, un giorno o l'altro, cesserà. Ed io sono stanco di lavorare! Sento mancarmi le forze.
Pane rimaneva impassibile. Vino e Olio alzavano le spalle, e continuavano a bighellonare da mattina a sera!
E arrivò il giorno che la coda si appiccicava a stento alle reni di Pane: era cattivo prognostico. Pane ne fu scosso, e disse:
- Babbo, voglio fare il contadino come voi; è il più bel mestiere del mondo. Arare, seminare, zappare, mietere, trebbiare... Il pane per tutti voglio guadagnarlo io, ma non con la coda!
- Sii benedetto, Pane mio!
E venne la volta di Vino: la coda gli si appiccicava a stento alle reni; era cattivo prognostico. Vino ne fu scosso e disse:
- Babbo, voglio fare il mestiere che si addice al mio nome. È un mestiere comodo: con un barile di vino se ne possono fare due e anche due e mezzo!
- Chi inganna si trova ingannato; ricordalo, figlio mio!
Ora, fin Aceto si vergognava di uscir di casa con la coda appiccicata alla schiena per andare a far le provviste.
Companatico, no. Era un giovinetto, e quando si sentiva la coda appiccicata alla schiena, chi sa? forse credeva davvero di essere un cavallino; e mentre ora soltanto i ragazzi gli correvano dietro, egli prendeva la via più lunga per arrivare dai salumaio, e inarcava la coda, se la faceva sbattere sui fianchi, se la lasciava pendere giù, e tornava a rizzarla, proprio come un vispo cavallino! E i monelli allegri, con urla e fischi:
- Eh, Companatico... Sei un asino... o un cavallino? Nitrisci o raglia per prova!
E Companatico agitando la coda, rispondeva:
- Io sono il cavallino e voialtri gli asini: ragliate!
Tornava a casa come in trionfo, carico di tante buone cose; e si affacciava sull'uscio, mostrando beffardamente la schiena; la coda era sparita!
Qualche mese dopo, il padre, invecchiato dall'eccessivo lavoro, radunò attorno a sé i cinque figliuoli, e disse:
- Dobbiamo andar a ringraziare il nostro benefattore e riportargli la coda.
E una mattina fu vista una piccola processione con Pane alla testa che recava, alta come una bandiera, la magnifica coda di cavallo, e il vecchio contadino dietro contento di vedere i suoi figli che già potevano guadagnarsi da vivere ognuno col proprio mestiere. La coda sembrava presa da nuovi impeti di vitalità; non stava ferma un minuto e scoteva fin le braccia di Pane che stentavano a tenerla ferma.
Una gran folla si era radunata, specialmente di ragazzi:
- Dove andate? Possiamo venire anche noi? La portate al cimitero la vostra coda, ora che non vi serve più?
E i più arditi cantavano dietro il corteo:

- Coda bella, coda rara,
Vai sotterra senza bara!
Senza bara vai sotterra,
Coda rara, coda bella!

E fingevano di piangere: - Ahi! Ahi!
In un attimo, la coda sfuggì dalle mani di Pane, e cominciò a dare sferzate sui viso degli impertinenti, sferzate alle reni, sferzate dappertutto, sbaragliando piccoli e grandi. Se non che, all'ultimo, cerca qua, cerca là, la bella coda cavallina era scomparsa; e quando padre e figliuoli vollero rimettersi in istrada per andare a ringraziare il vecchio dalla gran Barba bianca, non ne trovarono più la traccia fra le intricate piante del bosco.
La gente, ora fatta più curiosa, gli domandava spesso:
- Compare, com'è andato l'affare della coda?
E il contadino lo raccontava per filo e per segno, concludendo ogni volta:
- Chi fa bene, anche senza volerlo, n'è sempre compensato!
La gente stava a sentire, ma rimaneva incredula:
- Chi sa com'è andata davvero?
E c'è di quelli che, anche oggi, sentendo raccontare la fiaba della coda, ripetono increduli:
- Chi sa com'è andata davvero?

- C'è chi vede e chi non vede
C'è chi crede e chi non crede;
Fiaba nuova e fiaba vecchia,
Una pulce nell'orecchia!




FATA NEVE


C'era una volta un Re che aveva un unico figlio e lo teneva, come suol dirsi, tra la bambagia.
Finché fu bambino, il Reuccio si sottomise a tutte le eccessive precauzioni, ordinate dal padre perché non si ammalasse, ma quando divenne un bel giovinetto cominciò a seccarsene.
E spalancava tutte le finestre del suo appartamento; e scendeva in giardino a capo scoperto sotto il sole di mezzogiorno; e si slanciava a corsa pei viali, saltando, scalpitando, imitando i nitriti del cavallo e gli abbai del cane, gli urli del lupo, poiché gli avevano detto che i lupi urlassero a quel modo.
Ed ecco i suoi custodi ad affrettarsi a chiudere le finestre. Ed ecco i suoi custodi a mettergli per forza un berretto o un cappello in testa per ripararlo dal sole. Ed ecco i suoi custodi a corrergli dietro, sfiatati, lungo i viali, raggiungerlo, afferrarlo per un braccio e gridargli:
- Ma, Reuccio! ... Ma, Reuccio! ... Che dirà Sua Maestà?
Sua Maestà ormai non diceva più niente. Il Reuccio era un bel giovanotto alto, robusto, amava di cavalcare, di andare a caccia, di divertirsi coi giovanotti suoi pari.
E accadde che un giorno, a caccia, egli disparve. Le persone del suo seguito lo cercarono dappertutto, e dovettero tornare al palazzo reale recando la triste notizia.
Il Re, disperato dal gran dolore, aveva già ordinato che gli sellassero il suo cavallo, quando il Reuccio giunse, a piedi, sano e salvo.
- Che è stato, Reuccio?
- Niente, Maestà.
Non volle dir altro. Ma aveva un viso strano.
Il Re, che viveva continuamente sotto il terrore di perderlo, non poteva acchetarsi da questa risposta:
- Niente? Con quel viso?
- Niente di male, Maestà. Ho visto la più bella creatura del mondo, ma dice: «Vedermi, si, toccarmi, no!». E se io dovessi sposare, vorrei sposare soltanto lei.
- Chi è? Dove si trova?
- Non lo so. La sua carne è bianca come la neve; e dà un senso di frescura che é una delizia.
- Reuccio, vi siete addormentato in mezzo al bosco e avete sognato.
- Maestà, avevo gli occhi ben aperti. Voglio tornare a rivederla...
Infatti, il giorno dopo, non ostante che il Re prima gli ordinasse e poi lo supplicasse di non andare, il Reuccio volle tornare, solo, nel posto dove gli era apparsa la bianca creatura che, anche in sogno, era venuta a ripetergli: Vedermi si; toccarmi, no! Che significava? Voleva saperlo.
Il Re si era deciso di seguire, non visto, il Reuccio. Gli pareva assurdo quel che questi aveva raccontato. Forse poteva trattarsi di qualche maligno sortilegio con cui si insidiava il suo unico figiiuolo. Prima aveva temuto l'aria, il sole, il movimento; ed ora che esso era venuto su bello e forte temeva sempre qualche disgrazia... Se lo rimproverava spesso:
- Ah! Gli faccio il malaugurio!
Ma la paura di un'improvvisa disgrazia lo teneva in agitazione suo malgrado. Si sentiva già vecchio e non voleva riprender moglie per riavere un erede.
Per ciò quella mattina, appena il Reuccio uscì dai portone del palazzo reale, il Re, travestito da contadino, gli andò dietro, a breve distanza, per non perderlo di vista.
A un punto della strada, s'imbatté in un povero asino cascato malamente sotto il carico:
- Per carità, compare, aiutatemi! Voi dalla testa; io dalla coda!
Poteva lasciare quel vecchio contadino nell'imbarazzo?
E: - Ohè! Su! Ohè! Su! - lui dalla testa e quello dalla coda, finché il povero asino non si rizzò sui quattro piedi.
Ma quando il Re cercò con gli occhi il Reuccio, non lo vide più né vicino, né lontano.
Errò di qua, errò di là; si internò nel bosco dove il Reuccio era sparito il giorno avanti; cercò ancora, chiamò ad alta voce:
- Reuccio! Reuccio! - E non vedendolo, e non ricevendo risposta si avviò per tornare addietro deciso che un'altra volta gli si sarebbe attaccato ai panni, e non lo avrebbe lasciato di un passo. Ma prima ch'egli giungesse a palazzo reale, ecco il Reuccio. Il Re fece tanto di cuore. E, dimenticando il suo travestimento da contadino che lo rendeva irriconoscibile, voleva abbracciare il figlio. Vedendosi sdegnosamente respinto, pensò di divertirsi a spese del Reuccio, per l'equivoco. E contraffacendo la voce, disse:

- La bella creatura bianca e fresca
Un giorno se ne andrà di palo in frasca...

- La conoscete anche voi? - esclamò il Reuccio, stupìto.
- Vedere, non toccare, questa è l'esca. Vedere e non toccare... e tutto passa!
- No, vecchiaccio maligno!
E stava per picchiarlo.
- Reuccio!
Riconobbe il Re al grido, e gli si buttò ai piedi chiedendo perdono.
- Ah, Maestà!... Mi ha detto: «Devo recarmi lontano, verso le alte montagne». Voglio andare a trovarla lassù.
- A che scopo? Non potrà mal essere la futura Regina. Vedermi, si; toccarmi, no! È possibile?
- Mi basta vederla. Se vostra Maestà la vedesse, mi darebbe ragione.
Il Re pensò:
- Questo è sortilegio o pazzia.
E il più vecchio dei Ministri suggerì:
- Bisogna consultare la maga Nana.
La maga Nana abitava nella grotta, a mezza costa di una montagna circondata di boschi. Vi si doveva girare tre volte attorno, chiamando ad alta voce: - Maga buona, Maga bella! - Al terzo giro si scopriva la bocca della grotta e si poteva entrare dalla Maga.
Ed ecco il Re a fare il primo giro attorno ai boschi:
- Maga buona! Maga bella!
Era stanco, non ne poteva più; pure riprese il secondo giro: - Maga buona! Maga bella!
Al terzo giro, il Re si trascinava a stento attorno, ed era così sfinito che invece di chiamare: - Maga buona! Maga bella! gli scappò di bocca:
- Maga Nana! Maga Nana!
E dové tornarsene addietro, senza aver trovato l'entrata della grotta.
Intanto il Reuccio si preparava a partire per le alte montagne dove la Creatura bianca e fresca come la neve era andata a rifugiarsi. Il Re, desolato, non sapeva in che modo impedirlo.
Il più vecchio dei Ministri tornò a suggerire:
- Bisogna consultare la maga Nana!
E il Re intraprese di nuovo il viaggio attorno al boschi, chiamando ad alta voce: Maga buona! Maga bella! - Era già all'ultimo giro, non ne poteva più, e dovette fare proprio un grande sforzo per non gridare anche questa volta: - Maga Nana! Maga Nana!
L'entrata della grotta si aperse, e il Re poté inoltrarsi per l'andito che aveva le pareti luminose, senza candele né lampade, e abbagliavano gli occhi.
La maga Nana era a tavola.
- Ben venuto, Maestà! Sedete, Maestà! Mangiate e bevete, Maestà. Poi parleremo di vostro figlio il Reuccio.
Il Re era stupìto che già la maga Nana sapesse il motivo della sua visita.
A guardarla in viso la Maga sembrava una vecchietta, ma il corpo era di una bambina di sei anni.
Il Re si confondeva a rispondere: Grazie! E guardava sbalordito la tavola apparecchiata. Piatti di oro, bicchieri di oro, bottiglie di oro, posate di oro. Quattro bellissime donzelle portavano in tavola le pietanze, mutavano i piatti e le posate.
La Maga divorava tutto e si versava vino quasi a ogni boccone.
- Mangiate, Maestà! Bevete, Maestà! Poi parleremo di vostro figlio il Reuccio.
E la Maga riprendeva a divorare quasi fossero quelli i suoi primi bocconi. All'ultimo:
- Mangiare e dormire; dormire e mangiare è il meglio che si possa fare. Domani parleremo di vostro figlio il Reuccio.
- Parliamone ora, Maga bella!
- Mangiare e dormire; dormire e mangiare è il meglio che si possa fare! Domani... domani...
E non poté finire. Si era addormentata su la seggiola. Le quattro donzelle la sollevarono tra le braccia e la portarono a letto. Si sentì a poco a poco sopraffare dal sonno anche lui, e la mattina dopo si svegliò in una bella camera, su morbidissimo letto.
- Parliamo del Reuccio, Maga buona!
- Oh, Maestà! Che grazioso anello avete al dito!
- Ecco: è per voi... Parliamo del Reuccio, Maga bella!
- Grazie!... Oh, Maestà! Che ricca collana portate sul petto!
- Ecco: è per voi... Parliamo del Reuccio, Maga buona!
- Grazie! Oh, Maestà! Che magnifica cintura avete ai fianchi!
- Ecco: è per voi... Ma parliamo del Reuccio...
E fu un miracolo che il Re, un po' seccato, non soggiungesse: Maga Nana! - Si morse la lingua.
La Maga infilò al dito l'anello, mise sul petto la collana, si affibbiò attorno al fianchi la cintura, e cominciò a socchiudere gli occhi, a sbadigliare e stirare le braccia, mugolando sconnesse parole. Il Re attese un po' prima d'insistere:
- Parliamo del Reuccio, Maga bella! Parliamo del Reuccio, Maga buona!
- Maestà... già... ritorno!
Stirò le braccia e le gambe, si mise di nuovo a sbadigliare e aperse gli occhi.

- Fata Neve l'ha chiamato,
Fata Neve l'ha incantato,
Per finire questo giuoco
Ci vorrebbe fata Fuoco.

Il Re si mise le mani ai capelli, piangendo:
- Ah, povero Reuccio!... E come fare?
- Fata Neve è molto lontana, in cima alle montagne, in questo momento. Daremo al Reuccio poche gocce di Sméntica - eccola qui - e per parecchi mesi non si ricorderà più di fata Neve. Intanto ricorreremo a fata Fuoco, quella che vive nel suo palazzo sottoterra.
- Ah, povero Reuccio! E come fare?
- Egli è già pronto per partire. Direte...
E la maga Nana gli spiegò minutamente come doveva comportarsi.

- Dunque, Reuccio, siete deciso?
- Decisissimo, Maestà.
- E non v'importerebbe di non trovarmi vivo al ritorno?
- Che dite mai, Maestà?
- Beviamo, intanto, alla vostra e alla mia salute.
- Volentieri, Maestà.
E il Reuccio vuotò il bicchiere.
Le gocce di Sméntica operarono subito. Il Reuccio, che aveva tanta fretta di mettersi in viaggio, si diè a gironzolare per le stanze canticchiando, con le mani dietro la schiena, guardando attorno quasi cercasse qualcosa che aveva smarrito. Guardava da una finestra il giardino reale tutto verde, tutto fiorito, e domandava:
- Maestà, è arrivata ora la Primavera?... E quando andrà via?
- Fra tre mesi, Reuccio.
- Maestà, poi verrà l'Estate, è vero? E quando andrà via?
- Dopo altri tre mesi, Reuccio. Perché?
- Troppi fiori in Primavera; troppo caldo in Estate.
E tornava a guardare attorno, quasi cercasse qualcosa che aveva smarrito; non sapeva che cosa. Il Re da un lato era contento; dall'altro quella smemorataggine gli ispirava compassione. Il più vecchio dei Ministri disse al Re:
- Maestà, se approfittassimo di questo intervallo di calma per dar moglie al Reuccio? La figlia del Re di Spagna è bellissima, dicono, e in età da marito. Mandiamolo in viaggio a quella Corte; servirà anche per distrarlo.
E il giorno che il padre gliene fece la proposta, il Reuccio rispose con aria indifferente:
- Andiamo a vedere questa bellezza rara!
Partì, accompagnato dal vecchio Ministro, con un gran seguito e molti ricchi doni per la famiglia reale.
Ma quando il Re di Spagna disse al Reuccio:
- Ecco la mia Reginotta! - il Reuccio stette un po' a guardarla da capo a piedi e, rivolto al vecchio Ministro, esclamò:
- È questa la gran bellezza? Mi sembra una lavandaia!
Figuratevi quel che accadde! La Reginotta svenne; il Re voleva ruzzolar dalle scale l'impertinente Reuccio, e senza l'astuzia del vecchio Ministro che dichiarò il Reuccio improvvisamente ammattito, ne sarebbe nata una guerra.
- Ah, Reuccio! Reuccio! Come vi è passata per la testa...
- Ho detto quel che mi avete suggerito voi...
- Io? Ah, Reuccio!
- Voi o un altro non so; suggerito all'orecchio: «È questa la gran bellezza? Mi sembra una lavandaia!». Non è forse vero?
- Io? Io? Reuccio!
Il vecchio Ministro non sapeva darsene pace.
Il Re capì benissimo chi aveva sussurrato all'orecchio del Reuccio quelle brutte parole: fata Neve certamente.
Ah! il sortilegio durava ancora! Infatti, di tratto in tratto il Reuccio domandava:
- È arrivato l'Autunno, è vero, Maestà?
- Che ve n'importa, Reuccio?
- Niente. Poi, dopo, sopraggiunge l'Inverno, è vero, Maestà?
- Che ve ne importa, Reuccio?
- Non so; mi pare che l'Inverno debba apportarmi una gran gioia.
Il Re si turbò grandemente sentendolo parlare così.
- L'inverno, Reuccio, è la più brutta stagione dell'anno.
Non mise tempo in mezzo. Tornò dalla maga Nana.
- Maga buona! Maga bella! Le gocce di Sméntica non giovano più!
- Sedete, Maestà. Mangiate e bevete. Poi parleremo di vostro figlio il Reuccio. Ah, Maestà! Che bel braccialetto avete al polso!
- Ecco: è per voi... Maga buona!
- Grazie! E quel fermaglio con due stelle diamantate?
- Anch'esso è per voi... Maga bella! Ma parliamo del Reuccio!
- Grazie! Che bello smeraldo avete al dito!
- È vostro, Maga buona! Maga bella!... Ma parliamo...
- Vado e torno!
Socchiuse gli occhi, sbadigliò, stirò le braccia, borbottando sconnesse parole, e si addormentò come l'altra volta.
Stiè un pezzo così. Quando si svegliò sembrava molto stanca.
- Sono andata lontano, per amor vostro, Maestà, dai miei grandi Maestri. Fata Neve sta per arrivare. Bisogna ricorrere a fata Fuoco, la sua forte nemica. Vi conduco io. Venite.
La maga Nana andava lesta; pareva che non posasse i piedi al suolo. Il Re stentava a seguirla. Che non avrebbe fatto, povero padre, pur di salvare il Reuccio?
- Vi avverto, Maestà: bisogna accennare a fata Neve senza punto nominarla. Ed ora, sprofondiamoci sotterra.
Da principio, buio fitto. Non si sapeva dove mettere i piedi. Poi, una luce fioca, che aumentava fino a un chiarore di luna piena; e poi... Le mura, le volte del lungo andito brulicavano come di fiamma e, in fondo, i gradini della scala che conduceva giù negli appartamenti, sembravano di fiamma viva, ed erano più solidi del marmo.
Il Re, che, da principio, aveva avuto paura di rimanere carbonizzato, visto che quelle fiamme avevano maravigliosa ma innocua apparenza, s'inoltrò con animo lieto fino al vasto salone.
Fata Fuoco sembrava la vibrante lingua di una splendida fiamma, con su una bellissima testa di donna attorno a cui si agitavano lunghi capelli d'oro come aureola irrequieta.
- Fata Fuoco! Fata Fuoco! Voi sola potete salvare mio figlio il Reuccio!
- Chi lo minaccia?
- Un pericolo ignoto... ma certo! - disse la maga Nana.
- D'uomo... o di nonna?
- Chi sa chi sa? - rispose il Re. -Vedermi, sì, dice, toccarmi, no!
La fiamma del corpo di fata Fuoco si contorse, si oscurò, l'aureola dei capelli cessò di vibrare, e davanti al Re apparve una vecchina vestita di un umile abito cinericcio, coi bianchi capelli raccolti attorno alle tempie, con lo sguardo sereno e la bocca sorridente.
Usciti all'aria aperta, fata Fuoco disse al Re:
- Maestà, afferratevi forte a un lembo della mia veste. Dobbiamo volare due giorni e due notti per giungere in tempo. Voi, Maga, non ne avete bisogno. Addio, Maga!
Il Re si sentì portar via leggero come una piuma. Vola! Vola! Vola! Due giorni e due notti!
- Ahimè! - sospirò la Fata. - Forse arriviamo troppo tardi!
Volteggiarono per l'aria piccoli e varii fiocchi di neve. Il Re si guardò bene di nominare quell'altra Fata!
Salendo le scale del palazzo reale, fata Fuoco si era trasfigurata in bellissima giovane, riccamente vestita, ornata di preziosi gioielli.
- Reuccio! Reuccio! - disse il Re. - Ecco la bellezza in persona!
Il Reuccio era affacciato alla finestra. Guardava, estasiato, i piccoli fiocchi di neve che volteggiavano per l'aria; e, lontana, lontana, tra le nuvole rosee, vedeva, quasi ombra bianca e trasparente, colei che gli era tornata nella mente e nel cuore, e che egli stava per credere perduta per sempre.
- Reuccio! Reuccio!... Ecco la bellezza in persona!
Il Reuccio si voltò, la guardò da capo a piedi, e sprezzantemente rispose:
Questa la bellezza in persona? Mi sembra una lavandaia!
E tornò a festeggiare con gli occhi i fiocchi di neve che ora volteggiavano più fitti per l'aria, e l'ombra bianca e trasparente che si avvicinava, trasportata lievemente dal vento.
Fata Fuoco era sparita. Il Re, mezzo svenuto dall'ambascia, piangeva in un angolo della stanza.
- Eccola! Eccola!
Il Reuccio capì in quel momento che la sua vita andava a confondersi, a perdersi nel divino fantasma bianco: - Vedermi, sì; toccarmi, no!
Sembravano parole di minaccia, di condanna, ed eran state per lui dolce ammonimento di un bel sogno.
Infatti, la mattina dopo, quando trovarono il cadavere del Reuccio sotto un soffice strato di neve - e pareva serenamente addormentato - il vecchio Ministro esclamò:
- Sorride ancora al suo sogno!

Fiaba di neve, fiaba di fuoco,
Se non vi spiace, fatele luogo.
Fiaba di fuoco, fiaba di neve,
Chi ben comprende cara la tiene.



LA FIORITA


C'era una volta un contadino che aveva una moglie più vecchia di lui. Vecchia sarebbe stato niente; era anche brutta assai.
E neppur questo sarebbe stato niente, se quella donna non avesse avuto un caratteraccio che la rendeva insopportabile a tutti, cominciando dal povero marito per finire alle vicine.
Il suo peggior difetto era la contraddizione.
Per esempio: se le vicine, vedendo il cielo nuvoloso, sentendo soffiare un vento diaccio, esclamavano: - Che giornataccia! - lei, per picca, rispondeva: - Ma se è una giornata di paradiso!
E all'inverso, se qualcuno diceva: - Che bella giornata! - lei, immediatamente, ripicchiava: -Giornata d'inferno dovreste dire!
Per farla adirare, certe volte quelle donne, nel meglio del discorso, s'interrompevano, domandando di una cosa:
- È bianca o nera? Noi non sappiamo...
La vecchia mangiava la foglia, e, irritata dallo scherno, prorompeva in una sfilza di male parole che procuravano sonore risate.
Se la prendeva col marito:
- Invece di ridere anche te, dovresti difendermi!
- E tu non cercare col lanternino le occasioni di far ridere la gente! - rispondeva l'altro.
- Ah, se avessi un figliuolo!
- Ha fatto bene di non venire! Ne avrebbe viste di tutti i colori.
- Ah, si? Ha fatto bene di non venire? Ha fatto bene?
Ed erano urli, imprecazioni, strappate di capelli, minacce con le mani contro il figliuolo che non era venuto a rallegrare la loro casa.
Qualcuno le aveva detto:
- Perché non adottate un orfanello?
- Voglio un figlio mio, non di altri.
- Non avete farina? Stacciatela, impastatela, fatene un bel pupo e cuocetelo al forno...
- Al forno cuocerei la lingua vostra, se potessi!
E rientrava in casa, quasi soffocata dalla bile.
Ora, per non questionare con nessuno, se n'era andata in campagna col marito. Pareva che l'aria di campagna le calmasse i nervi. Se ne stava seduta davanti a la porta del casolare, con le mani su i ginocchi, intenta a seguire le operazioni del marito che aveva il campicello attorno; e, in certi momenti, quasi assorta in lontani ricordi, canticchiava un ritornello bambinesco:

- Tri! Tri! Tri!
Il mio grillo fa così!...

Quel giorno il marito era andato in città per fare certe piccole provviste, e lei si era seduta su l'uscio, dalla parte interna, perché fuori piovigginava.
Ed ecco che ella vide venire per la viottola una donna, premurosa di ripararsi dalla pioggia.
Le fece cenno, con una mano, di affrettarsi, e quando se la vide improvvisamente vicina, quasi fosse stata sospinta da un soffio di vento, la invitò ad entrare e le porse una seggiola.
La leggera veste azzurra della bellissima dama sembrava tutta cosparsa di perline iridescenti, e non si capiva se erano tremolanti goccioline di pioggia o rare perlette tessute mirabilmente nella stoffa.
- Mia padrona, comandate, se posso servirvi in qualche cosa... - disse timidamente la vecchia.
- Mi basta il buon cuore, vecchina via! Siete sola?
- Col marito più vecchio di me. Intanto essa pensava:
- Questa dev'essere una Fata! È tanto bella!
- Sì, sono una Fata - disse la dama che le aveva letto nel pensiero. - Ed oggi è una delle giornate nelle quali posso concedere qualunque grazia. Chiedete e otterrete.
- Una fiorita di figliuoli!
La dama si levò da sedere, ed uscì là fuori.
La pioggerella era cessata.
- Ve ne andate, Fata bella?
- Vi preparo la fiorita.
E aggiunse altre parole sottovoce.
Poi fece dei segni colla mano, come per tracciare un piccolo quadrato nel terreno più vicino e vi sparse un pugno di semente.
Parve che il terreno bollisse; le zolle si aprivano, spuntavano foglioline, si rizzavano lentamente steli, quasi scossi da fremiti di vita, e si gonfiavano bocciuoli, si aprivano fiori di ogni forma e colore: rose, garofani, gigli e altri non mai visti.
- Fiorita inutile per me! - esclamò la vecchia.
- Provate e vedrete!
- Che cosa devo provare?
La risposta non venne. La bella Fata era sparita!
Furiosa, non sapendo con chi sfogarsi, la vecchia si slanciò per strappare quei fiori che sembravano un'irrisione, ma si sentì palpare le mani da delicate invisibili manine, e le parve di udir sussurrare da ogni fiore: - Mammina! Mammina!
Si arrestò impaurita e commossa, e poi, con voce tremante, disse:
- Venite, dunque, figliuoli!
E, tutt'a un tratto, si vide circondata da quasi un centinaio di bambini e bambine, vestiti coi colori dei fiori dai quali erano usciti, su per giù della stessa età, dai sette ai dieò anni, freschi, rosei, impazienti, che la tiravano per la veste da tutte le parti:
- Mammina! Mammina!
- Troppa grazia, Fata bella! - esclamò la vecchia, aprendo desolatamente le braccia.
Pensava:
- E come sfamerò tutte queste bocche? E dove potrò ricoverarli questi figliuoli?
Infatti, essi la guardavano con cert'aria che pareva dicesse:
- Mammina, abbiamo fame!
Quando il marito tornò, fu stupìto di vedere tutti quei bambini che lo chiamavano: - Babbo! Babbo!
- Che è questa novità? - domandò alla moglie.
- Sono figliuoli nostri; ce li ha regalati una Fata. Bel regalo! - soggiunse. - Io ne volevo uno solo, e questi sono più di cento! Dove li faremo dormire? Come potremo sfamarli?
- Chi ce li ha regalati non farà le cose a mezzo. Vedrai. Giacché si tratta di una Fata...
I bambini saltavano festosamente attorno:
- Babbo! Babbino, non ci mandare via!
Egli si sentì intenerire. Ne accarezzò, ne baciò parecchi, mentre sua moglie ripeteva:
- Disgraziati! Moriranno di fame e di freddo. Sarebbe meglio che quella stupida Fata venisse a riprenderseli. Fossero almeno grandi! Ne faremmo tanti contadini capaci di guadagnarsi da vivere...
Non aveva finito di parlare, che nel terreno attorno si rizzavano tante bianche casettine da poter comodamente accogliere tutte quelle creature.
La vecchia non ne sembrava sorpresa; ma il buon uomo stentava a credere al suoi occhi.
- Che bellezza! - esclamò girando lo sguardo attonito verso dov'erano sorte le casette.
E intanto pensava:
- Ma è possibile che una Fata si sia mossa a pietà di una Stregaccia come mia moglie? Ci dev'essere un gran mistero!
I bambini presi per mano si avviarono a due a due verso le casette. Ridevano tra di loro e pareva che li guidasse davvero una Fata, poiché giunti che furono davanti alle porte delle casette dissero:
- Questa è mia! Questa è mia!
E quando i contadini dei dintorni appresero dalla bocca del buon vecchio i fatti proprio come egli aveva sentito narrare dalla moglie, e poi veduti coi suoi occhi, anche essi ripeterono:
- Ci dev'essere un gran mistero!
L'indomani, allorché i bambini dissero ai vecchi che avevano tanta fame, quei due non seppero rispondere niente.
Ma, dopo un istante di riflessione, rivolta al marito disse:
- Per sfamarli oggi, lascia fare a me!
Si ricordò di un vicino che aveva un vasto frutteto. Mele, pere, prugne, uva; gli si infradiciavano sulle piante. Non le godeva lui, né permetteva che le godessero gli altri, per cattiveria più che per avarizia.
Si sentì come afferrata di peso e portata via in alto; e i figliuoli con le braccia aperte e le gambe riunite e tese, le volavano dietro allegramente, da sembrare uno sciame:
- Mammina! Mammina!
E quando furono nel frutteto di quel tale, chi si arrampicava a un melo, chi a un pero, chi allungava le mani ai grossi grappoli di uva bionda e di uva nera del pergolato; e, in pochi minuti, non rimaneva sulle piante né una pera, né una mela, né un grappolo d'uva, niente!
Si sentì nuovamente come afferrata di peso, portata via per aria verso il casolare; e i figliuoli, con le braccia aperte e le gambe riunite e tese, le volavano dietro allegramente, da sembrare uno sciame:
- Mammina! Mammina!
Chi sa come avrebbe sbraitato il vicino, accorgendosi di quel saccheggio del suo frutteto?... Invece, la mattina dopo, ella lo vide arrivare tranquillo, sorridente.
- Sapete? Mi era stato detto che voi e i vostri figliuoli avevate massacrato il mio frutteto. Sono corso a vedere... e ho trovato ogni cosa a posto, uva, pere, mele, tutte più fresche di prima! Per far dispetto ai maligni, ve n'ho portato un paniere.
I bambini e le bambine erano accorsi, battendo le mani; e due di essi, preso ü paniere per il manico, cominciarono a vuotarlo.
Vuota, vuota, vuota... Le pere, le mele, l'uva si ammonticchiavano in terra; e più ne uscivano e più ce n'erano. Rigurgitavano; pareva che il paniere avesse fretta di vuotarsi da sé e non riuscisse a finire.
Quell'uomo guardava meravigliato e atterrito.
- Grazie! - disse la vecchia.
Quasi avesse ordinato: Basta!
Il vicino prese il paniere e andò via di corsa, voltandosi più volte indietro; temeva di essere inseguito.
Raccontò il fatto a un amico... E così, di bocca in bocca, la notizia, ingrandita, esagerata, era giunta all'orecchio del Re.
Il Re era uno che non credeva niente, se non vedeva coi suoi occhi, se non toccava con le proprie mani. Si travestì e accompagnato da due Ministri, travestiti anch'essi, andò a trovare la vecchia.
In quel momento ella si bisticciava col marito appunto per via di quei figliuoli.
- Di che vi lamentate? - gli diceva. - Non vi costano niente; anzi, essi pensano pure a sfamarci, me e voi!
Si presentò in questo punto il Re. La vecchia gli si rivolse con tanto di bocca:
- Che volete? Che cercate? Noi non dobbiamo render conto dei fatti nostri a nessuno!
- Badate come pariate!
- Parlo come mi pare e piace!
- Questi è Sua Maestà il Re... - disse uno dei Ministri.
- Già... Il Re ha occhi, naso, bocca, mani e piedi pari a me! Dice che chi lo vede muore...
- Chi vi ha dato a intendere queste sciocchezze? Sua Maestà il Re eccola qui!
- Allora... tanto piacere! - rispose la vecchia rabbonita e impaurita. - Che comanda Vostra Maestà?
- Mi prendo i vostri figliuoli e ne faccio dei soldati; mi prendo le vostre figliuole e ne faccio delle vivandiere.
- Sono ancora ragazzine e ragazzi...
- Chiamateli e vedremo.
Invece, con gran stupore della vecchia, si presentarono tanti bei giovanotti, alti, robusti, tante belle ragazze vigorose, capaci di sostenere ogni fatica. I giovanotti si schierarono da una parte, le ragazze dall'altra, e il Re li guardò con vivissima soddisfazione.
Doveva dichiarare la guerra a una vicina tribù di selvaggi, che scannavano i prigionieri, li squartava, li rosolava appena, e se li mangiava. Faceva la stessa cosa coi disgraziati che capitavano colà, lusingati di guadagnare qualche cosa col commercio del bestiame.
Ultimamente quei selvaggi avevano sorpreso un Ministro del Re in una partita di caccia. Era stata una gran festa. Mentre le membra di esso venivano arrostite, i selvaggi intrecciavano danze attorno al fuoco, accompagnate da urli di gioia...
Il Re, deciso di sterminarli, radunò tutti i suoi soldati, e alla testa di questi mise i giovani della «Fiorita», come li chiamavano, e che erano impazienti di combattere.
I selvaggi si erano rifugiati su le aspre montagne del loro territorio tutto rocce e boscaglie.
Pareva che si fossero fatti dei nidi lassù, e si difendevano ruzzolando grossi massi... Ma i giovani della «Fiorita» si arrampicavano su per l'.erta come tanti scoiattoli; e quanti selvaggi afferravano per i piedi, tanti ne scaraventavano giù a fragellarsi su le rocce sporgenti.
Fu una vera strage! Il Re e tutti gli altri soldati erano stati a guardare e ad ammirare, battendo le mani ogni volta che qualcuno dei nemici faceva dei rivoltoloni per aria. Nessuno dei giovani della «Fiorita» era stato colpito, e, alla fine, essi si schierarono lieti e sorridenti davanti al Re, senza mostrare la minima stanchezza.
Le vivandiere avevano preparato il rancio, e tutti, anche il Re, si misero a mangiare.
Poi i capi dei giovani si presentarono a Sua Maestà ed espressero il desiderio di tornare a casa.
- Che vi manca da me?
- Niente. La casa ci chiama...
Il Re, con una scusa o con un'altra, indugiava a licenziarli; ma quando si accorse che di giorno in giorno quella fresca gioventù s'intristiva, disse:
- Domani andrete via!
E partirono, con le braccia aperte, con le gambe riunite e tese; sembravano uno sciame che volasse.
La vecchia era seduta su la porta e pensava appunto al figliuoli partiti per la guerra. Sentì un confuso rumore lontano, alzò la testa, tese l'orecchio. Si capiva, sì e no, il ritornello che ella soleva cantare:

Tri, tri, tri!
Il mio grillo fa così!

Lo sciame annunziava a quel modo il suo arrivo:
- Mammina! Mammina!
Arrivava però in mal punto. In casa non c'era niente da poterli sfamare; e lei, mortificata, irritata, li accoglieva malamente:
- Giusto oggi! Giusto oggi!
- Mammina, mammina, non vi angustiate. Vi daremo incomodo per poco.
La vecchia fu scossa da questa risposta:
- Perché dite così?
- Il perché lo saprete domani...
La vecchia rimase!
Intanto quei giovani si toglievano dalle spalle un sacco che portavano appeso a tracolla, ne cavavano fuori grosse pagnotte, fette di formaggio, frutta e ne offrivano alla vecchia prima di mettersi a mangiare. Essi mangiavano allegramente, e ogni tanto s'interrompevano per cantare:

- Tri! Tri! Tri!
Il mio grillo fa così...

Come se tutto questo fosse stato un'offesa per la vecchia! Cominciò, al suo solito, a sbraitare:
- Che possiate avere gli stranguglioni! State zitti! State zitti! Neppure in quei momenti riusciva a frenarsi!
E quando quelli replicarono:
- Mammina, mammina, non vi angustiate! Vi daremo incomodo per poco! - la vecchia tornò a domandare:
- Perché dite così?
- Il perché lo saprete domani!
Né sospettò di niente vedendo che alcuni giovani cominciarono a strappare le erbacce cresciute nel posto dov'era stata «La Fiorita», altri a rimuovere con le mani la terra e le ragazze, con piccole anfore, ad annaffiare soltanto quello spazio, quasi lo preparassero per seminarvi qualcosa.
Durante la nottata, la vecchia non chiuse occhi pensando a quel «perché» che avrebbe appreso domani. Voleva sapere dal marito:
- Che cosa sarà?
- Qualche malanno procuratoci dalla tua cattiva maniera.
- E l'asino che ti è morto l'ho ammazzato io?
- Chi sa che non sia morto di stenti per insufficienza di biada! Hai voluto governarlo sempre tu!
- Me la son mangiata io, dunque, la biada?
- L'asino no, certamente!...
Dopo breve pausa, lei ripigliava:
- Che cosa sarà? Che cosa sarà?
Il marito e i giovani erano andati a fare un po' di legna nel bosco vicino. La vecchia, brontolando per abitudine, si era seduta su lo scalino della porta con i gomiti appoggiati su le ginocchia e la faccia sorretta dalle mani.
Ed ecco, in fondo alla viottola, spuntare qualcosa che straluccicava e non si distingueva se fosse animale o cristiano. Se la vide arrivare davanti, quasi spinta da un soffio di vento. Stava per esclamare:
- Ben venuta, Fata bella!...
Ma si arrestò accorgendosi che la Fata aveva il viso deturpato da larghe macchie nella pelle.
- Che vi è accaduto, Fata...
E non osò di dir bella, vedendola ridotta a quel modo.
- Questo - soggiunse la Fata - è il nostro castigo quando facciamo, sbadatamente, del bene alle persone che non se lo meritano. E voi siete diventata più scontrosa di prima!
- Tutti l'avete con me! E voi con tutti!
La vecchia, dimenticando in quel momento che parlava con una Fata, le voltò le spalle, e rientrò in casa, sbatacchiandole l'uscio in faccia.
La Fata si mise a ridere, e cominciò a chiamare forte: - Rose, garofani, gigli! Gigli, garofani, rose!
Si udì come un gran fruscio di ali e il grido confuso:

- Tri! Tri! Tri!
Il mio grillo fa così!...

E, in un batter di occhio, arrivava lo sciame dei giovani della «Fiorita» e si schierava rispettosamente davanti alla Fata. Ora ripeteva per lei l'affettuoso nome:
- Mammina! Mammina!
La vecchia, spinta dalla curiosità, si era affacciata alla finestra. E che vide?
Vide che le ragazze spiccavano un salto nell'aiuola e pareva vi affondassero i piedi e i loro corpi si assottigliavano, dividendosi in rami, in foglie, sbocciando in bellissime rose, bianche, gialle, cremisine, tremolanti su gli steli.
E vide i giovani che saltavano, uno dietro all'altro, e pareva che affondassero anch'essi i piedi nell'aiuola e che i loro corpi, assottigliandosi, si rizzassero in alti steli, sbocciando in garofani di tutte le tinte, in candidi gigli, finché nell'aiuola quadrata non si formò di nuovo «La Fiorita»...
La vecchia aveva guardato con terrore quella distruzione di vite, e quando l'ultimo giovane stava per spiccare il salto, ella esclamò:
- No! No! Almeno uno! Almeno uno! No! No!
Ma non aveva finito di gridare, che quegli era già diventato un magnifico garofano bianco.
La vecchia scese giù, per buttarsi ai piedi della Fata, e invocava:
- Almeno uno, Fata bella! Almeno uno!
La Fata aveva ripreso la straordinaria bellezza del viso, ma restava là, immobile, impassibile, mentre la vecchia, in ginocchio, la supplicava tentando di brancicarle disperatamente la veste. Questa però le sfuggiva tra le dita come fatta di nebbia azzurrognola, le spariva davanti agli occhi, quasi assorbita dall'aria.
- Ah, Fata bella!...
Ma essa si era già dileguata senza lasciar traccia.
Per un momento, la vecchia si lusingò che, accarezzando i fiori, si sarebbe sentita, come la prima volta, palpare le mani da tante delicate manine, e che, se non tutti, parecchi, o almeno uno avrebbe ripreso la forma umana, maschio o femmina non le importava.
Ma quando vide che i fiori rimanevano... fiori, fu presa da grande rabbia e si precipitò su di essi per strapparli e sterminarli senza pietà.
Al tocco delle sue mani, però, i fiori, subitamente intristiti, piegavano il capo, raggrinzivano le foglie, i petali e, quasi arsi da interna fiamma, cascavano su le zolle, ridotti in bianca cenere... E fu l'unico segno che restasse della maravigliosa «Fiorita»!
La vecchia si mise a piangere - non aveva mai pianto in vita sua. - Oh! Si era pentita troppo tardi!
Accade sempre così alla gente cattiva...
Seduta su la soglia della porta, invocava da mattina a sera, inutilmente:
- Fata bella! Fata bella!
E piangeva a dirotto.
Ora le era tornata alla memoria la promessa della Fata nel primo giorno del portento della «Fiorita», promessa dalla vecchia allora non ben compresa e subito dimenticata:
- Da questa giovinezza verrà fuori una nuova razza saggia e forte che non muoverà mai guerra ad altre razze, e si chiamerà appunto «La Fiorita».
- E ora... e ora... - rimpiangeva - per colpa mia! Ah, Fata bella!... Ah, Fata bella!...
Pare che la Fata sia andata a spargere altrove la sua miracolosa semente. E dev'essere vero perché le Fate possono fare questi ed altri prodigi...
Dalla vecchia non si fece più vedere, mai più; e costei da lì a poco morì di crepacuore, gorgogliando:

- Tri! Tri! Tri!
Il mio grillo fa così!

E le vicine e il marito della vecchia si domandavano:
-Chi sa che cosa intendeva dire con quel suo bizzarro ritornello?
Esse non l'hanno saputo mai. Ma il gran «mago Ciancanella», che lo sa, è venuto a dirmi il significato del bizzarro ritornello, ed io ve lo farò sapere un'altra volta...



LUCCIOLETTA


C'era una volta una bambina orfana di padre e di madre che viveva in casa de' nonni, vecchi ricchissimi ma quasi sempre malati.
La bambina, che non aveva conosciuto i suoi genitori, non li chiamava nonni ma babbo e mamma, e li serviva con gran cura quantunque non avesse ancora dieci anni.
Non permetteva che una cameriera o un servitore porgessero al malato o alla malata neppure un bicchier di acqua. Voleva far tutto lei. E, la notte, spesso saltava giù dal lettino per domandare premurosamente:
- Nonno, hai bisogno di qualcosa?... Nonna, hai bisogno di nulla?
Ed era felicissima quando il nonno o la nonna rispondevano
- Sì, sì, abbiamo bisogno... di un bel bacio. E ora, torna a letto.
Durante il giorno, i due vecchi le permettevano d'invitare alcune ragazze del vicinato a fare il chiasso con lei; ed era un correre, un inseguirsi, un saltare, ridendo e cantando per i corridoi e gli stanzoni del vecchio palazzo, o per i viali del giardino ombrati da grandi alberi, circondati da piante in fiore.
La bambina non era superba e trattava le compagne da sue uguali, quantunque figlie di povera gente. Non le rimandava mai via a mani vuote, e a ogni mutar di stagione regalava a tutte bei vestitini nuovi.
Non le mancava niente; qualunque suo più strano capriccio era subito soddisfatto; eppure c'erano giornate che ella veniva presa da profonda malinconia. Voleva rimaner sola nella sua camera, con le imposte delle finestre socchiuse, seduta in un angolo; e lei stessa non sapeva perché. Sentiva che le mancava qualche cosa, ma non poteva dir quale.
- Che hai? - le domandava il nonno.
- Che vuoi? - le domandava la nonna.
- Non ho nulla!... Non voglio nulla!... Non so! - E ridendo tutt'a un tratto, e facendo una graziosa smorfietta, soggiungeva: - Voglio la luna! Voglio la luna!
E riprendeva il suo solito umore.
Or accadde che una sera d'estate ella avea voluto scendere nel giardino per godersi un po' di fresco. Improvvisamente, per la prima volta, vide errare qua e là piccoli punti di luce azzurrognola che pareva si divertissero a inseguirsi tra le piante delle aiuole. Tentò di accostarsi con gran cautela a quelle fiammoline volanti, ma esse si disperdevano quasi, andando di qua e di là, sfuggendo alla caccia della bambina che tentava di afferrarne una con le palme delle mani.
Riuscì la sera dopo, e fu meravigliata di vedere un piccolo insetto scuro, con le ali, che aveva però spenta la sua lanternina, come ella disse sorridendo, e che la riaccese appena poté sfuggirle di mano.
Le pareva di aver scoperto un gran mistero, e ne parlò alla sua amica prediletta pregandola di mantenerle il segreto.
- Ma che mistero! Che segreto! - le rispose questa. - Quelle sono lucciole. Ne ho ammazzate tante l'estate scorsa.
- Perché le hai ammazzate?
- Perché?... Per divertimento.
- Non ti facevano alcun male, poverine!
E da quella sera in poi, ella non diè più loro la caccia. Esse avevano invaso il giardino, e le volavano attorno, e la seguivano lungo i viali, quasi sapessero che la bambina non le avrebbe molestate.
A letto, prima di addormentarsi, la sua testina fantasticava:
-Se fossi una lucciola! Mi divertirei tanto!
E ne fantasticava anche in quelle giornate di profonda malinconia che tornavano ad assalirla di quando in quando.
- Che hai? - le domandava il nonno.
- Che vuoi? - le domandava la nonna.
- Non ho nulla!... Non voglio nulla!... Non so! - Ma non soggiungeva più, ridendo tutt'a un tratto, con graziosa smorfiettina: - Voglio la luna! Voglio la luna!
Non osava dire intanto:
- Vorrei essere una lucciola.
Una mattina ella era uscita per lo stradale di campagna a coglier fiori di prato. Vide venirsi incontro una povera donna, né vecchia, né giovane, ma così coperta di stracci che faceva pietà; senza scarpe, senza calze, senza nulla in testa, e così pallida e magra da sembrare che non si reggesse dalla fame.
- Che avete, buona donna? Siete malata?
- Ho quel che non vorrei!
Parlava a stento, e le tese una mano per l'elemosina.
La bambina aveva soltanto un mazzolino di fiori e glieli diede. Con gran meraviglia vide che quella si mise a piluccarli quasi fossero chicchi di uva, e quando ebbe finito di mangiarseli parve ristorata.
- Grazie, figliuola. Vedete? Sono quasi nuda; a ogni passo che faccio, semino un cencio per via. Dovreste regalarmi quel vestitino; ne avete tanti altri!
- Ma è troppo piccolo per voi.
- Non importa; proviamo.
La bambina si sganciò il vestitino, se lo cavò, e glielo porse, incuriosita.
Ed ecco che mentre quella fa per infilarselo, la stoffa si slarga, si allunga e il vestito le si adatta al corpo come se fosse stato tagliato e cucito per lei.
- Grazie, figliuola! Vedete? Ho i piedi insanguinati. Dovreste regalarmi quelle scarpine; ne avete tante altre!
- Ma il mio piede è così piccolo!...
- Non importa; proviamo.
La bambina si cavò le scarpine. Fece anche di più; si cavò le calzine che le arrivavano al ginocchio, e gliele diede.
Ed ecco che le calzine si slargano, si allungano fino a mezza gamba di quella donna, e le scarpine le si adattano al piede come se il calzolaio gliele avesse lavorate su misura.
- Grazie! Grazie, figliuola!
La bambina la guardava un po' impaurita. E più la guardava e più la sua paura cresceva. Quella stracciona pallida, magra che, poco avanti, pareva non si reggesse in piedi dalla fame, era diventata rossa in viso, ben vestita, ben calzata, quasi irriconoscibile.
- Chi siete? Non vorrete farmi del male! - disse la bambina con voce tremante.
- Anzi, voglio farti tutto il bene possibile. Chiedi qualunque cosa, e sarai contentata. Mi chiamo Faterella perché sono la più giovane delle Fate. Vuoi un vestitino ricamato di oro e diamanti?
- No!
- Vuoi delle scarpine che non si consumano mai, e crescono come cresce il piede?
- No! No!... Vorrei...
- Parla! Parla!
- Vorrei... di quando in quando... diventar luccioletta, simile a quelle che, la sera, veggo errare nel giardino!
- Così poco? E nient'altro?
- Così poco e nient'altro.
- Prendi quest'anellino. Lo porterai a un dito della mano manca. Quando... vorrai diventare luccioletta, lo infilerai al mignolo della mano dritta e dirai:

- Faterella del mio core,
Luccioletta per due ore!

...Anche per tre» per quattro e più ore, purché all'ultimo minuto sii tornata nel tuo giardino. Sarai avvertita da una lieve puntura un quarto d'ora prima.
- Ah, Faterella cara!
Voleva baciarle la mano, ma si accorse che il corpo di Faterella era formato d'aria: e infatti svaniva come nebbiolina.
Ella però aveva l'anellino a un dito della mano manca, e si trovava ai piedi le scarpine e indosso il vestitino regalati alla creduta mendicante. Non vedeva l'ora che si facesse sera per provare la virtù dell'anello.
Appena i nonni furono andati a letto, ella, zitta zitta, scese in giardino, e:

- Faterella del mio core,
Luccioletta per due ore!

Si sentì diventare piccina piccina, e subito vide accendersi quello che lei chiamava il lanternino. Volò di qua e di là, presa da gioia pazza. Avrebbe voluto essere inseguita da qualcuno, come lei soleva fare con le lucciole; ma nel giardino non c'era nessuno. C'erano soltanto altre lucciole, attratte da quel lume assai più vivo del loro e che variava continuamente di colore, ora rosso, ora verde, ora arancione, ora azzurro. Le andavano dietro, le si affollavano attorno, e lei si divertiva a salire in alto, a volare da un punto all'altro, a nascondersi tra i cespugli, fino al momento in cui sentì la lieve puntura, e provò la sensazione che il suo corpo si distendeva, si allungava, e riprendeva forma umana. Rimise l'anello a un dito della mano sinistra, tornò su, ma era così commossa che non riuscì a prender sonno. Lucciola! Luccioletta! Non le sembrava vero!
Parecchie sere, di seguito, appena i nonni andarono a letto:

- Faterella del mio core,
Luccioletta per due ore!

Le lucciole le andavano dietro, la circondavano, quasi le facessero un corteo come loro Regina; mai il giardino aveva visto tanta folla di lucciole; pareva che si fossero data la posta colà tutte quelle delle campagne attorno.
Una sera, ella spense improvvisamente il suo lanternino, volò oltre il muro di cinta non potuta seguire da nessuna, ed erra di qua, erra di là, si trovò, senza accorgersene, nel giardino del Re.
Il Reuccio passeggiava pei viali a prendere il fresco.
- Oh, che bella lucciola! Oh, che bella lucciola!
Lei non sapeva che quello fosse il Reuccio; lo credette un giovane giardiniere; e per parecchie ore lo stancò, facendoselo correre dietro il suo volo ondulante, cambiando il colore del lanternino ora in verde, ora in rosso, ora in arancione, ora in azzurro; da non sembrare più una lucciola, ma una grossa pietra preziosa cangiante e con le ali.
- Férmati, bella lucciola! Férmati! Non voglio farti del male... Sono il Reuccio!
Ci mancò poco che Luccioletta non svenisse, udendo queste parole. Alzò il volo e si affrettò a fuggire mentre il Reuccio le gridava dietro:
- Ritorna domani notte! Ti attendo! Ritorna!
Ella non aspettò l'avviso della lieve puntura, e corse a rifugiarsi nel suo giardino. Il cuore le batteva forte: le pareva di aver corso un grave pericolo.
Il Reuccio raccontò tutto alla Regina sua madre.
- Avete fatto un bel sogno! - ella gli disse ridendo. - E vi sembra cosa vera.
Per due notti, il Reuccio non vide ricomparire la lucciola desiderata e stava per credere che avesse davvero sognato, quando, la terza sera, egli scorse laggiù, in fondo a un viale, il lumicino errante che ondulava su le erbe e i fiori delle aiuole, cangiando di colore a ogni po'.
- Eccola! Eccola! - E le corse incontro.
Il gioco della prima sera ricominciò ora più festoso, più accalorato. Il Reuccio tentava di afferrarla, e lei si schermiva, avanti, indietro.
- Ah, lucciola cattiva! Se ti lasciassi prendere ti sposerei: saresti Reginotta!
Ella non aspettò l'avviso della lieve puntura, e corse a rifugiarsi nel suo giardino. Il cuore le batteva forte. Reginotta! Reginotta!... Ma sospettava un inganno.
Avrebbe voluto confidare alla nonna: - Nonnina mia!... Questo e questo! - e prender consiglio da lei.
Se ne astenne per paura di esser sgridata. Il segreto però le pesava troppo sul cuore. Prese a parte la sua amica prediletta, e le disse:
- Tu non lo crederai... ma io posso diventare lucciola quando voglio.
- In che modo?
- Così e così!...
E le raccontò l'avventura.
- Fammi provare!
La sciocchina rispose:
- Vieni questa sera. Sarò in giardino; vedrai!
Le mise lei stessa l'anello al mignolo della mano diritta, e le suggerì le parole:

Faterella del mio core,
Luccioletta per due ore!

- Quando sentirai una lieve puntura, torna subito.
Quella errò un momento pel giardino, poi volò in alto e sparì. Luccioletta l'attese invano fino a tardi, e pianse tutta la nottata pensando alla disgrazia che doveva essere accaduta alla sua amica. Attese altri due giorni, ma quella non si faceva viva. Allora, si decise di tornare nel posto dove le era apparsa Faterella e con le lagrime agli occhi cominciò a invocarla:
- Faterella buona! Faterella cara!
Parve che l'aria si condensasse per formare il corpo lieve e quasi fosforescente di lei. Aveva il sorriso negli occhi e su le labbra, sorriso di gentile rimprovero e di consolazione nello stesso tempo.
- So tutto - disse: - la tua amica ti ha tradita. È andata a trovare il Reuccio, gli si è posata su la palma di una mano. Il Reuccio le domandava:
«Chi sei? Chi sei? Come ti chiami?».
«Mi chiamo Luccioletta.»
«Se ti facessi conoscere, ti sposerei; saresti Reginotta»
«Giuratelo!»
«Parola di Reuccio!» Il Reuccio stava per giurare quando ella sentì la puntura e scappò via.
- E il mio anello, Faterella buona?
- Il tuo anello eccolo qui. Gliene ho messo un altro in dito che sarà il suo castigo. Tu però non pensare più al Reuccio, non andare più nel giardino reale... Mi obbedirai?
- Sì, Faterella cara!
Ed essa, sorridendo, svaniva come nebbiolina.
Luccioletta - si faceva chiamare così anche dai nonni, per capriccio, diceva - tornò a casa con la morte nel cuore per il divieto: - Non pensare più al Reuccio!
Ci aveva pensato tanto, giorno e notte, che ora non sapeva non pensarci più.
Fu ripresa da quella profonda malinconia che da qualche tempo non l'aveva turbata; se non che le altre volte durava appena un giorno, e lei stessa non sapeva perché. Sentiva che le mancava qualcosa, ma non poteva dir quale.
Ora no, era invasa da furibonda gelosia contro la sua amica che avrebbe sposato il Reuccio e sarebbe diventata Reginotta.
Se questo fosse avvenuto, ella non avrebbe più avuto nessuna ragione di vivere! E se fosse andata lei invece dell'altra, per avvertire il Reuccio che quella era un'intrusa e che la vera Luccioletta era lei?
Non fece a tempo.
Quella sera, l'altra, che non si era accorta del cambiamento dell'anello, se lo mise al mignolo della mano dritta e invocò:

- Faterella del mio core,
Luccioletta per due ore!

Il Reuccio l'attendeva nel giardino.
Lei cominciò a fare la graziosa, volando pei viali, per le aiuole, provocando il Reuccio perché le ripetesse le parole:
- Se ti farai conoscere, ti sposo: sarai Reginotta. Chi sei? Come ti chiami?
Il Reuccio, invece, le disse:
- Fermati! Sono stanco! Se ti fai conoscere, ti sposo.
- Giuratelo!
- Parola di Reuccio, lo giuro!
Lei sentiva già la lieve puntura, e intanto indugiava. Sapeva di esser bella e piacente, e voleva rivelarsi. Attese l'ultimo minuto e disse:
- Eccomi!
Il Reuccio diè un grido, indietreggiando atterrito. Aveva davanti una vipera che, rizzata su la coda, ondeggiava, vibrando fuori la lingua, e pareva minacciasse di mordere. A quel grido erano accorsi giardinieri, guardie che si misero subito a inseguirla. Corsa folle! La vipera sguisciava tra le erbe, saltava da un viale all'altro, sotto una pioggia di sassi che non riuscivano a colpirla. Finalmente un giovane giardiniere arrivò a schiacciarle, con un colpo di bastone, la testa.
E che si vide? Si vide il corpo della vipera squarciarsi, dilatarsi, e diventare quello di una giovinetta col cranio spaccato! Sussultava, dava gli ultimi tratti, tra lo spavento di tutti i presenti, e soprattutto del Reuccio.
La mattina, saputo il terribile caso, Luccioletta corse dai nonni. Narrò per filo e per segno quel che le era accaduto, dall'incontro di Faterella fino alla confidenza fatta alla sua amica prediletta, e al tradimento di questa, che n'era stata terribilmente punita.
Luccioletta non sapeva come comportarsi. Mostrò l'anello restituitole da Faterella e domandò:
- Che devo fare, babbo? Che mi consigli, mamma?
Mai ella aveva veduta la nonna così scura e così severa in viso.
- Da' qua quell'anello!
- Che vuoi farne, mamma?
- Lo vedrai!
Appena lo ebbe in mano, la vecchina si rizzò da sedere, aperse la finestra che dava sul fiume e buttò l'anello nell'acqua che là sotto scorreva limacciosa e violenta.
Luccioletta venne meno, e sarebbe cascata per terra se la nonna non fosse stata pronta a prenderla tra le braccia.
Quando rinvenne, era straordinariamente pallida, un po' stordita, ma tranquilla. Ricordava come un sogno lontano, le lucciole, Faterella, l'anello portentoso e il Reuccio. Disse alla nonna:
- Ho fantasticato troppo, è vero, mamma? Ora tu insegnami a vivere!
E la nonna, sorridendo e accarezzandola, rispose:
- Sei già savia; non hai bisogno di insegnamenti, bambina mia!

Luccioletta, Luccioletta,
Fiaba scritta e fiaba detta.



FATA ROSABIANCA


Fiaba sceneggiata
atto unico

PERSONAGGI

Sua Maestà il Re DormiLa Fata Rosabianca
Sua Maestà la Regina DormigliaIl primo ministro di Re Dormi
Il Reuccio «Testa-di-Rapa»Prima Cameriera reale
La Reginotta «Testa-di-Mela»Seconda Cameriera reale
Il Mago SbuffanteAlcune Ancelle di Fata Rosabianca

Epoca dei tempi del C'era una volta...

ATTO UNICO

Larga radura in una foresta. Grandi e folti alberi la circondano. A sinistra scorre un ruscello, tra prode coperte di pianticine selvatiche fiorite. A destra e nel mezzo, vecchi tronchi di alberi, coperti di muschi, che possono servire da sedili.

QUADRO PRIMO
È l'alba. A poco a poco, dietro gli alberi, il cielo si schiarisce fino al rosseggiare dell'aurora; intanto si odono risa, poi canti dolcissimi

SCENA PRIMA

CORO DI ANCELLE: Fuggiamo! L'alba imbianca...
Fuggiamo! Vien l'aurora,
Son stanca! Sei tu stanca?.
Fo!leggeremo ancora...
Ma, ecco, l'alba sbianca!
Rosseggia, ecco, l'aurora!

(Si affollano, ridendo, su la proda del ruscello e pare che sentano i brividi dell'acqua dove stan per buttarsi.)
FATA ROSABIANCA (alle Ancelle): Su! Su! Già spunta il sole... salutiamolo con un bel gracidio. Ma prima tuffiamoci nell'acqua...
(Le Ancelle e la Fata si mutano istantaneamente in rane, e affacciano le teste a fior d'acqua del ruscello, mentre il sole indora la cima degli alberi e le nuvolette erranti pel cielo. Le rane gracidano tutte insieme.)

SCENA SECONDA

Entrano correndo ansimanti il Reuccio Rapa e la Reginotta Mela, seguiti da due Cameriere reali.

PRIMA CAMERIERA: Ma Reginotta!... (Depone in un angolo, per terra, un bel cestino a vivaci colori.)
SECONDA CAMERIERA: Ma Reuccio!... (Depone anch'essa, in un angolo, per terra, un bel cestino a vivaci colori.)
IL REUCCIO RAPA: Che c'è? Non possiamo correre neppur qui?
LA REGINOTTA MELA: Nel palazzo reale, si, ma in campagna non vogliamo fatte osservazioni!
PRIMA CAMERIERA: Ma così corrono i figli dei villani!
IL REUCCIO RAPA: Sono, forse, meglio di noi?
PRIMA CAMERIERA (a parte): Non capisce!... Non per niente ha per testa una rapa!
SECONDA CAMERIERA: In città o in campagna le Principesse devono stare composte, dignitose... LA REGINOTTA MELA: Come voi che sembrate una marmotta!
PRIMA CAMERIERA: Lo dirò a Sua Maestà il Re!
SECONDA CAMERIERA: Lo dirò a Sua Maestà la Regina!
(Il Reuccio e la Reginotta fanno una spallucciata, poi si accostano, chini, cautamente alla proda del ruscello. Il gracidare delle rane cessa tutt'a un tratto.)
PRIMA CAMERIERA: Si bagneranno le braccia; si intrideranno di terra i vestiti...
IL REUCCIO RAPA: Ecco una rana che saltella tra le erbe!
LA REGINOTTA MELA: Prendiamola!... (Alle Cameriere:) Prendetela!
(Le due Cameriere tentano di afferrare la rana che saltella qua e là, ma non vi riescono. Il Reuccio e la Reginotta si divertono e ridono. Le Cameriere, stizzite, afferrano alcuni sassi e li tirano contro la rana che non vuol lasciarsi prendere.)
LA REGINOTTA MELA: No! No!... Non l'ammazzate, povera rana!
IL REUCCIO RAPA: Eccola!... L'ho presa io. (Alla rana:) Non aver paura! Non ti faremo alcun male!...
LA REGINOTTA MELA: Lasciami vedere. Che gambe lunghe!...
IL REUCCIO RAPA: S'è chetata ora che le ho detto: Non ti faremo male.
LA REGINOTTA MELA: Poverina! Ci guarda con certi occhi!...
IL REUCCIO RAPA: Come se avesse capito!
PRIMA CAMERIERA (alla compagna, sottovoce): Fra rapa e rana s'intendono bene! (Ride.)
SECONDA CAMERIERA (sottovoce, all'altra, ridendo): La Reginotta Mela, che è più stupida, s'intenerisce...
IL REUCCIO RAPA: Se ce la portassimo a palazzo?
LA REGINOTTA MELA: Bravo! L'alleveremo in camera.
IL REUCCIO RAPA: Ha trasalito! Vuole restare. Ecco: la rimetto nell'acqua. (Esegue. Si sente un piccolo tonfo e poi la parola: Grazie!)
LA REGINOTTA MELA: Hai sentito?
IL REUCCIO RAPA: Ho sentito!
LA REGINOTTA MELA: Ora, corriamo laggiù. (Corrono e si perdono tra gli alberi. Le Cameriere stentano a seguirli.)


SCENA TERZA

Arrivano il Re, la Regina e il Primo Ministro. Il Re, grigio di capelli e di barba, con occhi ammammolati, cammina come uno che caschi dal sonno. Si siede su un tronco di albero; la Regina, un po' insonnolita anche lei, gli siede accanto. Il Ministro resta in piedi a riguardosa distanza.

IL RE DORMI: Siamo giunti?
IL MINISTRO: Sì, Maestà. Il Mago dovrà passare di qui.
IL RE DORMI: Che sonno!
LA REGINA DORMIGLIA: Perché lo chiamano mago Sbuffante?
IL MINISTRO: Perché sbuffa continuamente, quasi scoppiasse dal caldo.
IL RE DORMI: Che frescura! Che silenzio! (Sbadiglia.)
LA REGINA DORMIGLIA (al Ministro): Tentiamo di non farlo addormentare. Io mi sforzerò di stare più sveglia.
IL MINISTRO: Sarà impossibile, Maestà!
(Il Re sbadiglia più a lungo.)
LA REGINA DORMIGLIA: Se il Mago compisse il portento! Renccio e Reginotta sono il nostro gran dolore. Dicono che la colpa è mia, perché quando stava per nascere desiderai una rapa, e mi grattai il capo, e per ciò il Reuccio nacque con quella testa! Non è vero! Non è vero! E neppure per la Reginotta! Non è vero! Non è vero!
IL MINISTRO: Si tratta di maleficio... Soltanto il mago Sbuffante potrà disfarlo.
IL RE DORMI (borbotta parole incomprensibili, china il capo sul petto e si addormenta. Poco dopo russa leggermente.)
LA REGINA DORMIGLIA (osservando il Re): Come dorme!
IL MINISTRO: Anche questo è maleficio! Prima non c'era persona più spigliata e più svelta di Sua Maestà.
LA REGINA DORMIGLIA (sospirando): Lo sento un po' anch'io il maleficio; ma resisto. Non dormo, dormiglio. (Sbadiglia.)
IL MINISTRO: Fate pure, Maestà... Veglierò io in attesa del Mago.
(La Regina si addormenta. Di tratto in tratto apre gli occhi e sùbito li richiude.) Che famiglia reale disgraziata! Tutt'a un tratto, il Re è colpito da questa malattia del sonno. Appena si siede... eccolo là!... La Regina, meno male, dormiglia!... E poi, la sventura di quei due figli!... (Girando lo sguardo attorno) Dove sono andati? Dovrebbero essere qui. Uno con la testa di rapa! L'altra con la testa di mela! Quasi due cretini... Che famiglia reale disgraziata!
LA REGINA DORMIGLIA (aprendo gli occhi): Sta per arrivare?
IL MINISTRO: Non ancora, Maestà. State tranquilla... L'appressarsi del Mago si sente in distanza: sbuffa così forte!... Veglio io... (Osservando il Re:) Povero Re! Russa... deliziosamente! (La Regina riprende a dormigliare.) Per i Ministri, un Re che dorme tanto è quasi una fortuna! Quando si sveglia, però, ha sguardi così penetranti, che se non si riaddormentasse subito... ci farebbe tagliare a tutti le teste!... M'inganno? (Si ferma ad origliare.) M'inganno? (Facendo riparo con mano agli orecchi) È il mago Sbuffante che arriva! (Si sente il suo rapido e forte sbuffare che si avvicina.)


SCENA QUARTA

Entra il mago Sbuffante. Magro, altissimo, un po' curvo, con una gran barba rossa come una fiamma, che gli arriva alle ginocchia, e un lungo bastone in pugno; si ferma alla vista del Re e della Regina addormentati.

IL MINISTRO: Potentissimo Mago... (S'inchina.)
IL MAGO (sbuffando): Chi siete? Che cosa volete?
IL MINISTRO: Sono un misero verme di terra che vi prega di fermarvi un momento! (Si precipita verso il Re e lo riscuote bruscamente.)
IL MAGO (osservando): Che sonno!...
IL MINISTRO: Maestà!... Maestà!...
IL RE DORMI (destandosi di soprassalto): Dov'è?... Dov'è?... Fatelo arrestare!
IL MINISTRO: Maestà, perdonate... C'è qui il potentissimo Mago...
IL RE DORMI: Sognavo che...
IL MAGO (seccato): Ce lo direte un'altra volta. Ah!... Siete il re Dormi?... Tutti vi chiamano così. (Sbuffa.) E questa è la regina Dormiglia... Tutti la chiamano cosi. (Sbuffa di nuovo.)
LA REGINA DORMIGLIA (aprendo improvvisamente gli occhi): Oh, potentissimo tra i potenti Maghi!... (Al Re) Maestà, non avete, dunque, capito?... Abbiamo la fortuna...
IL RE DORMI: Dormivo... Sognavo che...
IL MAGO (seccatissimo, sbuffando più forte): Ce lo direte un'altra volta!
IL RE DORMI (destandosi completamente): Perdonate, potentissimo Mago... La Regina ed io, insieme coi nostri figli... Dove sono? (Al Ministro:) Cercateli! Chiamateli! Conduceteli qui!... (Al Mago:) Siamo venuti ad attendervi al passaggio, per buttarci ai vostri piedi...
(Il Ministro s'inoltra fra gli alberi e sparisce.)
IL MAGO (sbuffando): State ritta, Maestà, per... non addormentarvi in ginocchio!
LA REGINA DORMIGLIA: Oh, grandissimo Mago!... Vi commuova il dolore di una povera madre! Un maleficio ha colpito i miei figli. Uno è nato con la testa...
IL MAGO (interrompendola): ...di rapa! Lo so; l'altra con la testa... (Sbuffa.)
LA REGINA DORMIGLIA (interrompendolo): ...di mela! E paiono due bambini...
IL RE DORMI: Il maleficio, potentissimo Mago...
IL MAGO (sbuffando): Maleficio!... Maleficio! (Sbuffa più rumorosamente.) E perché non dite castigo?
IL RE E LA REGINA: Castigo di che?
IL MAGO (a tutti e due): Avete poca memoria, Maestà! (Sbuffa più volte di seguito.) Vi ricordate di quel povero contadino, che possedeva un piccolo orto dietro il palazzo reale?
IL RE DORMI (un po' imbarazzato): Mi pare... Non lo rammento bene.
LA REGINA DORMIGLIA: Sì, sì, quello che non ci volle vendere l'orto che formava tutta la sua felicità...
IL MAGO: E Sua Maestà, (sbuffa) se lo prese per forza?...
IL RE DORMI: Lo avrei pagato tre, quattro volte di più del suo valore! ... E il contadino, ostinato, rispondeva: - In casa mia il Re sono io, soltanto io!
IL MAGO (c.s.): Diceva bene! In casa sua il Re era proprio lui!
LA REGINA DORMIGLIA: Disse, però, anche peggio! E Sua Maestà dovette punirlo severamente...
IL MAGO (interrompendola sbuffando): Facendolo impiccare! Ma l'orto che produceva le più buone rape, le più belle e dolci mele del regno, in meno di sei mesi inaridì! La maledizione del contadino.
(Intanto il Re si è seduto, si è addormentato e russa leggermente. La Regina socchiude e apre gli occhi sbadigliando. Il Mago continua a sbuffare.)

SCENA QUINTA

Il Ministro e Detti. Poi il Reuccio Rapa, la Reginotta Mela e le Cameriere.

IL MAGO: Si sono riaddormentati!
IL MINISTRO: Ah, potentissimo Mago! Abbiate pazienza. Ecco il Reuccio e la Reginotta. (Scuote il Re e la Regina) Maestà! Maestà!
IL RE DORMI (destandosi a stento): Perché mi avete svegliato? Facevo un bel sogno. Mi pareva...
IL MAGO (spazientito, sbuffa con rabbia): Ce lo racconterete un'altra volta.
LA REGINA DORMIGLIA (scattando in piedi, indicando col gesto verso un punto della radura): Eccoli! Eccoli! Ah, gran Mago!...
IL REUCCIO RAPA (sbuca di tra gli alberi, saltellando e ridendo. Alla vista del Mago si ferma, guardandolo con curiosità): Oh! Oh! Che barba rossa!...
LA REGINOTTA MELA (fa lo stesso; poi, più ardita, si accosta al Mago e lo prende per la barba. Il fratello la imita): Come è folta! ... Potrebbe servirci da manto!
IL REUCCIO RAPA (al Mago): Chi sei?
IL MAGO (sorride): Sono... (Si arresta.)
LA REGINOTTA MELA (tirando metà della barba, quasi fosse la corda di una campana): Ntin! Nton! Ntin! Nton!...
lL REUCCIO RAPA (imitandola): Ntin! Nton! Ntin! Nton!...
IL MAGO (irritato e sbuffando): Basta! Basta! Impertinenti!...
(Il Reuccio e la Reginotta restano con le mani aperte e le dita rese. Gridano.)
IL RE DORMI: Potentissimo Mago! ... Tutto quel che vorrete! Ma mutate le teste del Reuccio e della Reginotta!
LA REGINA DORMIGLIA: Tutto quel che vorrete, gran Mago! Ma mutate le teste del Reuccio e della Reginotta...
IL REUCCIO RAPA (strillando e pestando i piedi): No! No! No!... Non voglio mutata la testa!
LA REGINOTTA MELA (imitando il Reuccio):
No! No! No!... Non voglio mutata la testa!
IL MAGO: Psi! Psi! (Si mette in ascolto.) Silenzio!... (Sbuffa.)
IL MINISTRO (al Mago): Sono le rane del ruscello. Gracidano e sembra che cantino.
IL MAGO (sbuffa): Io le capisco. Si fanno beffa di me!... Dicono:

- Una, due e tre!
Smetti, Mago barbone!
Non è roba da te!

IL RE DORMI: Possibile che dicano questo?
IL MAGO (c.s.): Le rane sono maligne! Ma domani verrò qui con una mazza... E una, due, tre!... (S'interrompe, sbuffando, e si rimette in ascolto.) Dicono... Ma ora è una sola... Ah!... È lei!... È lei!... La «fata Rosabianca» che di giorno è rana, e di notte è Fata... Dove c'è lei, io non posso far niente... Vado via! Vado via!... (Sbuffa più volte.) Rivolgetevi ad essa... Non posso far niente per voi! (S'inoltra rapidamente nella foresta.)
IL RE DORMI (sbadigliando): E ora come faremo?
LA REGINA DORMIGLIA: Attendiamo fata Rosabianca!
IL RE DORMI (al Ministro): Che ne sapete voi di questa Fata?
IL MINISTRO: Maestà, è la prima volta che la sento nominare! Giacché è Fata... sarà buona come tutte le Fate!
LA REGINA DORMIGLiA: Chiamiamola! Se è in fondo al ruscello...
IL RE DORMI: Attendiamo che venga da sé. (Sbadiglia chiudendo gli occhi) Attendiamo, Regina... (Si addormenta.)
IL MINISTRO (al Reuccio e alla Reginotta che si divertono a lanciare sassolini nell'acqua del ruscello): Cheti! Cheti! Potreste colpire la fata Rosabianca che dovrà mutarvi le teste... Cheti, vi dico! Cheti!
IL REUCCIO RAPA (strillando, e pestando i piedi): No! No! No!... Non voglio mutata la testa!
IL MINISTRO: Zitti! Non svegliate il Re che dorme...
IL REUCCIO RAPA (passando dal pianto al riso): Ha detto: Non svegliate il can che dorme!
LA REGINOTrA MELA (fa come il Reuccio): Ha detto: Non svegliate il can che dorme!
IL MINISTRO (da sé): Sono sciocchi e maligni! Per fortuna il Re dorme la grossa...
LA REGINA DORMIGLIA (riaprendo gli occhi): Che è stato? Che è stato?...
IL MINISTRO: Niente, Maestà. Il Reuccio e la Reginotta facevano un po' di chiasso.
LA REGINA DORMIGLIA: Fateli mangiare, poverini... (Sbadiglia, richiude gli occhi e si riaddormenta.)
IL MINISTRO (alle Cameriere, rimaste ritte, impalate, in fondo): Date un po' di refezione al Reuccio e alla Reginotta.
(Le Cameriere prendono i cestini riposti in un canto, e preparano sopra un tronco la refezione.)
IL REUCCIO RAPA (prendendo qualcosa dalla refezione della Reginotta): Questo mi piace di più!
LA REGINOTTA MELA (prendendo, per ripicco, qualcosa dalla refezione del Reuccio): E questo piace a me!
IL MINISTRO: Reuecio! Reuccio!... Ricordatevi chi siete! Reginotta! Reginotta!... Ricordatevi chi siete!
IL REUCCIO E LA REGINETTA (dopo di aver mangiato tutto, indicando le briciole e le ossa spolpate): Volete favorire? Se avete denti per rosicchiare...
IL MINISTRO (con indignazione rattenuta, da sé): Li compatisco perché sono cretini! (Alla Reginotta e al Reuccio Grazie, Reuccio! I miei cani mangiano meglio! Grazie Reginotta! I miei gatti mangiano meglio!
(Il Reuccio Rapa e la Reginotta Mela ridono scioccamente, rifacendo l'aria troppo seria e la voce grossa del Ministro.)
IL REUCCIO RAPA: I miei cani!!!
LA REGINOTTA MELA: I miei gatti!!!



QUADRO SECONDO

SCENA PRIMA

Si è già fatta sera. Il cielo, a poco a poco, si copre di stelle. Appare, dietro gli alberi, la luna falcata che sembra cullarsi tra le nuvole. Riprende, dal ruscello, il gracidio delle rane.

IL MINISTRO: Ci siamo! (Il gracido lentamente smuore, e sorgono dall'acqua le Ancelle di fata Rosabianca. Si distinguono nell'oscurità per la lieve fosforescenza di tutta la persona. Cantano con grande dolcezza, a bassa voce.)
CORO DI ANCELLE: Notte silente! Notte serena!
Sotto il tuo manto lieve vaghiamo.
La nostra Fata seco ci mena:
Quante miserie noi confortiamo!
(Si vede sorgere lentamente la fata Rosabianca con la testa iridata di perle che sembrano tremolanti gocce di acqua. Il Coro riprende.)
Eccola! Bella, raggiante appare.
A fior dell'onda, come una stella!
Eccola! Al fioco lume lunare,
Si slancia fuori, ridente e snella...
IL MINISTRO (scotendo per i bracci il Re e la Regina): Maestà! Maestà!...
IL RE DORMI (ancora insonnolito): Chi mi vuole?
LA REGINA DORMIGLIA (destandosi): Che accade?
IL MINISTRO: Ecco la fata Rosabianca...
IL REUCCIO e LA REGINOTTA (la guardano estasiati, le si accostano timidamente: le palpano la veste, i lunghi capelli d'oro): Come sono belli! Come è fine questa veste azzurra!
LA REGINA DORMIGLIA (cadendo in ginocchio ai piedi della Fata): Abbiamo atteso, per sette anni, un mese e un giorno, questo portento! A ogni primavera... siamo venuti qui, ad attendervi, benefica Fata! Un giorno... nel giardino reale, mi apparve una vecchina... (sbadiglia) che mi chiese la carità. Non gliela negai; mi ringraziò dicendomi: la felicità che manca al Re e a voi, Maestà, ve la concederà fata Rosabianca!
IL RE DORMI (interrompendola): Invece a me, un brutto vecchiaccio... (Al Ministro:) Chi era? Ve ne ricordate, signor Ministro?
IL MINISTRO: Maestà... non rammento!
IL RE DORMI (riprendendo e sbadigliando): Insomma, era un vecchio che tagliava la legna in un bosco reale... Mi disse: Il mago Sbuffante l'ha con voi, Maestà! Guardatevene, a meno che voi non gli offriate il regno in cambio del bene che cercate!
LA FATA ROSABIANCA: Il mago Sbuffante ha minor potere di me! È il suo castigo. Dona un fiore, e vuole un giardino; salva una vita e ne sopprime cento... Io, no! Io faccio il bene per il bene!... (Lanciando un'occhiata alle Cameriere.) Ma so anche punire i tristi!...
IL RE DORMI: Ahi Benefica Fata!... Meritereste di essere Regina! (Al Ministro:) Mi sembra di non avere più sonno!
LA REGINA DORMIGLIA (al Re): Regina... sarebbe un po' troppo! Esser fata Rosabianca... è già molto! Non dite sciocchezze, Maestà... (sorride ironicamente.)
IL RE DORMI: Maestà, non dimenticate che io sono il Re!
IL REUCCIO E LA REGINOTTA (al Ministro): La Fata è bella! Voi siete brutto!
IL MINISTRO: Smettete, Reuccio! Smettete, Reginotta!
LA FATA ROSABIANCA: Lasciateli fare! (Alla Regina:) Sono già passati sette anni, un mese e un giorno... (A tutti indicando il Reuccio e la Reginotta:) Sono venuta a posta per loro! (Prende per mano il Re e la Regina, e li fa rizzare in piedi.) Ho visto, ho sentito quel Mago presuntuoso... Se oggi lui avesse toccato le teste del Reuccio e della Reginotta, le povere creature sarebbero subito morte... (Al Re e alla Regina) Voi non sapete quanto sono grata ai vostri figliuoli! Questa mattina - la notte sono Fata, il giorno sono rana - il Reuccio e la Reginotta hanno impedito a quelle... (indica le Cameriere) a quelle talpe, di ammazzarmi a sassate!
LA REGINA DORMIGLIA (al Re): Non so più sbadigliare. (Alla Fata:) Perdonate, gloriosa Fata! Non sapevano quel che facevano.
LA FATA ROSABIANCA: Lo apprenderanno vivendo un paio di mesi da vere talpe! (Le Cameriere cominciano a rattrappirsi, e, trasformate in grosse talpe, si dànno a scavarsi le tane.)
IL RE DORMI (osservando quella trasformazione): Ohi Portento!... Portento!...
LA REGINA DORMIGLIA (osservando come il Re): Oh! Portento... Portento...
IL MINISTRO (da sé): Povere Cameriere! Fortuna che io non ho commesso niente di male contro la Fata!... Altrimenti, in che cosa mi trasformerebbe?... In asino, forse! (Ride.)
LA FATA ROSABIANCA: Ed ora, pensiamo a mutare queste teste indegne di un Reuccio e di una Reginotta...
IL REUCCIO RAPA (strillando e pestando i piedi): No! No! No! Non voglio mutata la testa!
LA REGINOTTA MELA (strillando e pestando i piedi): No! Noi No! Non voglio mutata la testa!
LA FATA ROSABIANCA: Tante volte il bene bisogna farlo con la forza... (La Fata stende un braccio, stacca la testa di rapa del Reuccio e la posa sopra uno dei tronchi stesi per terra; fa la stessa operazione alla Reginotta, e da un albero stacca alcune foglie. Le Ancelle della Fata hanno portato, intanto, un fornello acceso, un paiolo e un mestolo. Il paiolo messo sui fornello comincia a bollire, e la Fata agita forte col mestolo le foglie che vi ha gettato dentro. Il Re, la Regina e il Ministro guardano intenti, spaventati.)
LA REGINA E IL RE: Oh! Portento! Oh! Portento!...
IL MINISTRO: Non credo ai miei occhi!...
LA FATA ROSABIANCA (rimescolando sempre più forte, canta): E frulla! E frulla! E frulla! E frulla! E frulla! E frulla! (Il Reuccio e la Reginotta, intanto, brancicano sul tronco dove la Fata ha posato le loro teste. La Reginotta prende la testa del fratello; questi la testa di lei. Se le adattano sul collo.)
LA REGINOTTA MELA (ridendo, al Reuccio): Come sei brutto con quella mela!
IL REUCCIO RAPA (ridendo, alla Reginotta): Come sei brutta con quella rapa!
LA REGINOTTA MELA (facendo graziosamente il verso alla Fata): E frulla! E frulla! E frulla!
IL REUCCIO RAPA: NO! No! La Fata è bella... Non dobbiamo canzonarla!
IL MINISTRO (da sé): Dice così... mentre ha una voglia matta di farle il verso! Se arriverà ad essere Re, sarà un furbone! E allora, poveri Ministri!... (Tutt'a un tratto, mentre il Reuccio e la Reginotta ridono, a un rapido gesto della Fata, si trovano con due teste nuove: lui, di bel giovane biondo con occhi azzurri e labbra ombreggiate da baffetti incipienti; lei, di bellissima giovane bruna, con lunga e folta capigliatura, grandi occhi neri lucenti, rosee labbra sorridenti. Si guardano stupìti, con palpiti crescenti di gioia e s'interrogano:)
LA REGINOTTA (quasi incredula): Sei tu il Reuccio mio fratello?
IL REUCCIO (quasi incredulo): Sei tu la Reginotta mia sorella? (Si abbracciano.)
LA REGINA: Grazie, potentissima Fata! (Abbracciando i figli, piangendo di gioia) Così vi avevo sognati!
IL RE DORMI (abbracciando i figli): Figli miei!... Come sono contento!... (Alla Fata:) Dovreste compiere un altro prodigio... Guarirmi da questa malattia del sonno...
LA REGINA DORMIGLIA: E guarire anche me...
LA FATA ROSABIANCA (dopo un'esitanza): E sia! (Tocca le palpebre del Re e quelle della Regina, soffia leggermente sulla fronte dell'uno e dell'altra.) È fatto! Per il bene del vostro regno, Maestà! Un Re, una Regina devono tener gli occhi aperti, ben aperti, sempre!
IL MINISTRO (tra sé): La disgrazia è di noi Ministri, ora che il Re non dorme più!
LA REGINA E IL RE: Grazie! Grazie, fata Rosabianca!... (A un gesto del Re, il Reuccio e la Reginotta si precipitano riconoscenti a baciare le mani alla Fata.)
LA FATA ROSABIANCA (schermendosi): Basta! Basta!... (Sorride soddisfatta dell'opera sua.)
(La Fata alza un braccio e traccia dei segni nell'aria. Sul fondo scuro del cielo si vedono apparire due giovani figure, una di uomo, l'altra di donna. Il Reuccio e la Reginotta le guardano estasiati. Le due figure sembrano ondulare nell'aria, sorridere, quasi far dei cenni. Tutti hanno fissi gli occhi a quella maraviglia. Intanto, le Ancelle, prese per mano, danzano lentamente attorno alla Fata cantando a mezza voce.)
CORO DI ANCELLE: Chi sorride di lassù?
Chi risponde di quaggiù?
Feste e feste - non è inganno!
Nozze e nozze in fine d'anno!
TUTTI MENO LA FATA: Grazie! Grazie! Grazie!
IL MINISTRO (da sé): Che sciocco! L'ho ringraziata anch'io!... Che sciocco!
LA FATA ROSABIANCA (al Re, alla Regina): Ricordatevi, Maestà, che se, talvolta, i figli scontano le colpe dei padri, spesso i padri godono i benefici delle buone azioni dei figli...
IL REUCCIO E LA REGINOTTA (timidamente): Fata bella, le nostre cameriere, poverine...
LA FATA ROSABIANCA (fingendo di non capire): Fra due mesi. Ve le restituirò sagge, incapaci di far del male, sia pure alle rane...
CORO DI ANCELLE: (ripetendo come sopra):
Chi sorride di lassù?
Chi risponde di quaggiù?
(Le Ancelle e la Fata si dileguano a poco a poco, sparendo tra gli alberi, ripetendo tra allegre risa:)
Feste e feste - non è inganno!
(Il resto delle parole si perde in lontananza.)

RE MANGIA-MANGIA


Fiaba sceneggiata in due parti

PERSONAGGI

Re Mangia-MangiaLo Scaleo del Re
Il primo MinistroUn Usciere del Re
CentoviteUn Vecchio
Il Gran MagoUna Ragazzina.
La Regina MangiapocoUn Contadino
La ReginottaIl Carnefice
Fata Azzurra (anche sottoDame della Regina
le sembianze di una vecchina)
Servitori di Casa reale


La scena ha luogo nel palazzo del Re, ai tempi del C'era una volta...

PARTE PRIMA
Vasta sala delle udienze reali; in fondo, un gran tavolino davanti a una poltrona per il Re. Sul tavolino è stesa una tovaglia bellissima. I piatti e le posate sono di oro, i bicchieri e le bottiglie di argento. Alcune fruttiere di cristallo ed oro sono ricolme di frutta d'ogni specie. A destra, un po' distante, c'è un tavolino più piccolo, ma egualmente apparecchiato, però con piatti di porcellana e posate d'argento. È il tavolino del Primo Ministro. La Regina Mangiapoco e alcune sue Dame.

LA REGINA (entrando): Voglio accertarmi se tutto è ben preparato. (Osserva ogni cosa del tavolino del Re, sposta qualche oggetto, mentre le Dame si occupano del Primo Ministro.) Io non posso assistere alle udienze reali... Il vedere mangiar troppo mi fa nausea! E il Re, invece, non sa far niente se non mangiando, anzi, divorando. Dicono che è una malattia.
UNA DAMA: Bella malattia, Maestà!
LA REGINA: Preferisco la mia, quella di mangiar poco.
UN'ALTRA DAMA: Bella malattia anche questa, Maestà.
LA REGINA (sorridendo tristemente): Tutte le malattie dei regnanti sono belle! Se sapeste come soffro pensando che Sua Maestà non può dare udienze se non mangiando! Più parla, e più ha appetito. Ingrassa, ingrassa ogni giorno; sembra che da un momento all'altro debba scoppiare!
LE DAME: Salute a Sua Maestà! Salute a Sua Maestà!
(Si ode un prolungato squillo di tromba.)
LA REGINA: È il segnale delle udienze. Ritiriamoci...
UNA DAMA: In cucina tutto è pronto. L'odore delle pietanze risusciterebbe anche un morto!
LA REGINA (fa un gesto di nausea ed esce, seguita dalle Dame.)
(Entra il Re, dondolando il pancione e passandosi la lingua su le labbra. Va subito a sedersi nella poltrona, e infila una punta del tovagliolo tra il collo e la camicia. Il Ministro attende !'ordine di sedersi.)
IL RE (al Primo Ministro): Sedetevi...
IL MINISTRO (s'inchina e poi si siede): Buon appetito, Maestà!
(Un usciere è ritto, quasi impalato, presso !'uscio.)
IL RE: Grazie! L'appetito è sempre buono, a me non manca mai.
IL MINISTRO: Lo fa venire anche agli altri, Vostra Maestà!
IL RE: Eccellenza, mangiate...
IL MINISTRO: Questo è il terzo pasto, Maestà!
IL RE: Non cercate scuse! Fate onore alle poche pietanze..
IL MINISTRO: Vostra Maestà le chiama poche e basterebbero a sfamare, almeno, cinquanta persone.
IL RE (offeso): Che intendete dire? Che io mangio per cinquanta persone?
IL MINISTRO:: Se ho sbagliato, Maestà...
IL RE (risentito): Io mangio per uno!... Sappiatelo!
IL MiNiSTRO (a parte): Già; per cinquantuno! (Entrano lo scalco e i servitori che portano grandi vassoi con le pietanze fumanti. Posano davanti al Re quello che contiene un capretto arrostito. Il Re approva subito con cenni del capo, e subito lo scalco tira da parte il vassoio e comincia a scalcare il capretto. Davanti al Primo Ministro i servitori depongono un vassoio con un coniglio anch'esso arrostito.)
IL RE (allo scalco): Bravo! Incomincio anche oggi dall'arrosto... lo voglio mangiare a modo mio! Che buon odore!... (Mangiando avidamente.) Fate entrare a una a una le persone che vogliono udienza.
L'USCIERE (chiamando): Avanti il numero primo! (Entra un vecchio curvo e calvo, che cammina a stento. Fatti pochi passi, si ferma, s'inchina profondamente.)
IL VECCHIO: Maestà, buon appetito!... Grazia, Maestà!: Grazia vi sia concessa. Non occorre spiegarmi... Il mio Ministro
darà gli ordini opportuni. (Si rimette a mangiare con gran gusto.)
IL VECCHIO: Maestà, buon appetito!... Grazia, Maestà!
IL RE: Ancora? (Continua a spolpare un coscetto del capretto.)
IL VECCHIO: Maestà, una Strega mi ha detto: Se vuoi campare fino a cento anni devi chiedere al Re una porzione di capretto... Maestà, Maestà fatemi campare fino a cento anni!
IL RE (con mal garbo, gettandogli il coscetto mezzo spolpato): Tenete... E via! Non posso mangiare in pace nemmeno un boccone!..
IL VECCHIO (va via, tutto contento): Grazie! Grazie, Maestà!
L'USCIERE (chiamando): Avanti il numero secondo! (Entra una ragazzina, sporca di mota, coi capelli arruffati, piagnucolante. Fa un grande inchino.)
RAGAZZINA: Maestà... buon appetito! Grazia... Maestà!...
IL RE: Grazia ti sia concessa.
RAGAZZINA Una vecchia mi ha detto: Va dal Re, se vuoi trovare il gioiello che hai perduto all'insaputa di tua madre... Maestà... Se la mamma arrivasse a scoprire... mi picchierebbe a sangue! Datemi, Maestà, un po' di carne della pietanza che mangiate... Dite che io ritrovi subito il gioiello perduto. Ah, Maestà! Ah, Maestà!
IL RE (con mal garbo, buttandole un pezzo di carne): Prendi! E via... Non posso mangiare in pace neppure un boccone!...
RAGAZZINA (andando via, lieta della grazia ottenuta): Buon appetito, Maestà !
(Un cameriere porta via il gran vassoio con gli assi, e un altro reca un grosso pasticcio, che io scalco si affretta ad affettare.)
L'USCIERE (chiamando): Avanti il numero terzo!
(Entra un contadino, lungo lungo, magro magro.)
IL CONTADINO (inchinandosi): Buon appetito, Maestà... Grazia, Maestà!
IL RE: Grazia vi sia concessa. Il mio Primo Ministro provvederà!
IL CONTADINO: Maestà... Sono così debole che ho perduto la memoria. Un po' di quel pasticcio, Maestà, forse me la farebbe tornare!
IL RE: Prendete! E... via ! Non posso mangiare in pace neppure un boccone!...
IL CONTADINO (addentando allegramente la fetta del pasticcio datagli dal Re): Grazie, Maestà!... Ecco, ora mi ricordo...
(Il Re ha già divorato il pasticcio; un altro servitore posa sulla tavola un ampio vassoio colmo di frittura di pesce.)
IL RE (riprendendo a mangiare): Che buon odore!
IL CONTADINO: Buon appetito, Maestà. Ahimè! Non ricordo più... Forse, qualche pesciolino...
IL RE (gliene butta una manata, con mal garbo): Prendete... e andate via! Non posso mangiare in pace neppure un boccone! E voi, Eccellenza, siete ancora al magro coniglio?
IL MINISTRO (sospirando): Sì, Maestà...
IL RE: Mi hanno fatto passar di mente di farvi gustare il pasticcio. (Al servitore) Portate un altro pasticcio... (Al contadino) E voi che fate ancora qui?
IL CONTADINO: Perdono, Maestà! Aspettavo di ricordarmi...
IL RE: Un'altra volta! Un'altra volta. Ora l'udienza è chiusa.
L'USCIERE (gridando): L'udienza reale è chiusa! (Si sentono voci tumultuose, e tra esse una che grida.)
UNA VOCE: Voglio parlare col Re ! Voglio parlare col Re! (Irrompe violentemente nella sala un bel giovane che le guardie non sono riuscite a trattenere; nello stesso tempo un servitore reca un gran vassoio con un nuovo grosso pasticcio che lo scalco si affretta ad affettare.)
IL GIOVANE: Maestà, io mi chiamo...
IL RE (sdegnato): Come non sarai chiamato più! Olà! Venga il carnefice con la scure e il ceppo! Ti chiamerai... Senzatesta! (Riprende a mangiare.)
IL GIOVANE (ridendo): Maestà, forse... no!
(Entra il carnefice col ceppo e con la scure.)
IL CARNEFICE: Agli ordini di Sua Maestà!
IL RE (quasi soffocato da un boccone andatogli per traverso): Si... tagli... la... testa:.. a costui!
IL GIOVANE (ridendo): Non importa legarmi le braccia. M'inginocchio e poso da me la testa sul ceppo... Tagliate!
IL CARNEFICE (alza la scure e taglia la testa che rotola per terra; il giovane si rizza in piedi, e subito un'altra testa gli spunta sul collo): Oh! Oh!
IL RE (intento a mangiare, non si è accorto che il carnefice ha tagliato la testa al giovane. Impaziente): Che cosa aspetti?...
IL CARNEFICE (mostrando la testa recisa, ancora grondante di sangue): Devo tagliare anche quest' altra?
IL RE: Si! Si! (Si rimette a mangiare.)
IL GIOVANE (ridendo, al carnefice): Non importa legarmi le braccia... M'inginocchio e poso da me la testa sul ceppo. Tagliate!
IL CARNEFICE (alza la scure e taglia la testa; ma anche questa volta il giovane si rizza in piedi, e subito un'altra testa gli spunta sul collo): Oh ! Oh!
IL RE (sbalordito, al giovane): Chi sei? Come ti chiami?
IL GIOVANE Sono... chi sono! Mi chiamo Centovite! Voglio per moglie la Reginotta...
IL RE (c.s.): Ma io... non ho figlia!
IL GIOVANE Ce l'avete; è sempre bella nonostante i maltrattamenti!
IL RE (alzandosi da tavola, spaventato): Chi sei? Non è vero! Non è vero! (Tentando di rimettersi.) Non posso mangiare in pace neppure un boccone!
IL GIOVANE: Almeno la Regina piange in segreto e si consuma dal dolore, pensando alla sorte della Reginotta!
IL RE (furibondo, al carnefice): Gli si mozzi quest'altra testa!
IL GIOVANE (ridendo): Non importa legarmi le braccia... M'inginocchio e poso da me la testa sul ceppo. Tagliate!
IL CARNEFICE (alza la scure, e taglia la testa che rotola per terra. Ma il giovane si rizza in piedi, e subito una nuova testa gli spunta sul collo): Oh ! Oh!
IL GIOVANE: Maestà... Buona digestione! Appetito ne avete troppo. Voglio sposare la Reginotta... Tornerò domani. (Va via. Il carnefice fa lo stesso portando con sé le teste, il ceppo e la scure.)
IL RE E chi è costui che sa tutto? Che ne dite, Eccellenza?
IL MINISTRO: Dico che costui ha fatto dimenticare a Sua Maestà di darmi qualche fetta del secondo pasticcio...
IL RE: Possibile? L'ho mangiato tutto io? Senza avvedermene, mi accade spesso! (A un servitore:) Un pasticcio per Sua Eccellenza...
IL MINISTRO: Grazie! Ho mangiato abbastanza...
IL RE: Vi terrò compagnia, Eccellenza.
IL MINISTRO: Troppo onore, Maestà! (Un servitore porta un terzo pasticcio e lo posa sul tavolino del Primo Ministro.)
IL RE: Faccio io da scalco... (Eseguisce.)
IL MINISTRO: Troppo onore, Maestà!
IL RE (mangia avidamente una grossa fetta di pasticcio): Eccellente!... Eccellente! (Séguita a mangiare, dimenticando di darne al Ministro, e finisce da sé tutto il pasticcio.)
IL RE: Non vi pare, Eccellenza, che quel giovane sia un Mago?
IL MINISTRO: Certamente, se ha fatto dimenticare a Vostra Maestà...
IL RE: Un’altra volta? È strano! Dicevo, Eccellenza, che quel giovane dev'essere un Mago. Vuole per moglie, la Reginotta !
IL MINISTRO: Certamente! Certamente! (Entra la regina Mangiapoco.)
LA REGINA: Oh, Maestà! Questa notte ho fatto un brutto sogno!
IL RE: Raccontate, Regina! Io, intanto, mangio la frutta. (Torna a sedersi a tavola, e sbuccia e mangia fichi, prugne, pere, pesche, vuotando presto una fruttiera. Vedendo che la Regina non parla, le ripete:) Regina, raccontate... (E si rimette a mangiare la frutta.)
LA REGINA (nauseata di vedere il Re divorare a quel modo): Più tardi, Maestà. Ora digerite tranquillamente...
IL RE (severo): Che intendete dire? Che ho mangiato troppo?...
LA REGINA: No, Maestà! Voi non mangiate mai abbastanza... quanto si conviene a un Re pari vostro!
IL RE: Dovreste imitarmi...
LA REGINA: Mi chiamo la regina «Mangiapoco» e tale voglio essere davvero... Ah, Maestà!... quella povera figlia...
IL RE: Non me ne parlate!
LA REGINA: È ridotta pelle e ossa; ha appena il fiato per respirare.
IL RE: Non me ne parlate, Regina! Ci dev'essere stato un tradimento. Or ora mi si è presentato un giovane... Centovite! Lo avete mai sentito nominare? Egli ha avuto l'ardire di dirmi: Voglio sposare la Reginotta !
LA REGINA: Diamogliela! La porti via... Quando sarà lontana...
IL RE: E osate di rispondermi così pur sapendo che il giorno delle nozze di nostra figlia sarebbe l'ultimo giorno della mia vita? Me l'ha predetto il «Gran Mago»...
LA REGINA: Sciocchezze, Maestà!
IL RE: Non voglio farne l'esperimento a mie spese... Ed ecco, dal dispiacere mi si è smosso di nuovo l'appetito! Anche a voi, è vero, Eccellenza?
IL MINISTRO: Se fa piacere a Sua Maestà...
LA REGINA (se ne va piangendo): Povera figlia! Povera figlia! (Re e Ministro, dopo essersi inchinati alla Regina, si siedono a tavola, ognuno al suo posto. Due servitori portano un gran vassoio con un gallinaccio ripieno al Re e un galletto lesso al Ministro. Appena i servi sono andati via, entra, invisibile per il Re, il Ministro e lo scalco, che scalca il gallinaccio, fata Azzurra.)
IL RE: Che buon odore!
FATA AZZURRA (avanzandosi, bellissima e sorridente): E che buon sapore!
IL RE (credendo che abbia parlato il Ministro): Eh! Volete anche un po' di questo?
IL MINISTRO: Io non ho detto niente!
IL RE (porta alla bocca una fetta di gallinaccio, ma fata Azzurra gliela leva dalla forchetta e la depone nei piatto del Ministro): Eh?... Eh? Certi scherzi, Eccellenza, non mi piacciono!
IL MINISTRO: Grazie, Maestà! (Il Re lo guarda in cagnesco. Porta alla bocca un'altra fetta di gallinaccio, e fata Azzurra gliela leva di nuovo dalla forchetta e la depone nel piatto del Ministro.)
IL MINISTRO (stupito): Grazie, Maestà! È troppo... per ora!
IL RE (guardando in cagnesco anche lo scalco): Certi scherzi non mi piacciono! Posso farvene pentire!
FATA AZZURRA: (prende il gran vassoio col gallinaccio e lo porta via, uscendo sempre invisibile.)
IL RE (alzandosi da tavola e tentando di nascondere il suo terrore): Sono sazio... Non ho più appetito!
IL MINISTRO (tra sé): Già! Già! Io tremo dalla paura! Poco fa qui c'era qualcuno... invisibile! (Prorompendo) Ah, Maestà! Maestà!
IL RE (sdegnosamente): Che cosa c'è?... Che vi prende? (Si ode un canto cupo, lontano, come proveniente da un sotterraneo.)
LA VOCE: Conto i giorni, conto l'ore... Dove sei? Perché non vieni? Di speranza e di dolore Io più vivere non so!
IL MINISTRO (quasi piangente): Maestà! ... è la voce della Reginotta.
IL RE (furibondo): Zitto! Domani non canterà più!... (Esce, minacciando con le mani, seguito dal Ministro.)



PARTE SECONDA
Rustica stanza. Un rozzo tavolino e poche seggiole. In fondo l'uscio ferrato della prigione dov'è rinchiusa la Reginotta. Si sente la voce flebile di lei che canta:

LA REGINOTTA Conto i giorni, conto l'ore...
Dove sei? Perché non vieni?
(Entra la Regina Mangiapoco, seguita dalle sue Dame.)
LA REGINA (si accosta all'uscio e picchia con una mano, chiamando): Figlia! Figlia mia!
LA REGINOTTA (dall'interno): Ah! mamma! Ah, Regina!...
(Riprende a cantare.)
Di speranza, di dolore
Io più vivere non so!
LA REGINA: Ti ho portato un po' di pane e un po' di acqua... Ma non posso darteli. La chiave della cella l'ha il Re ! Vuol farti morire di fame, povera Reginotta!
LA REGINOTTA: Maestà, non vi date pensiero di me. Qui non mi manca niente. La mia madrina fata Azzurra mi provvede di tutto.
LA REGINA: Sua Maestà il Re, tuo padre, è furibondo contro di te!... Se la buona Fata facesse il miracolo!...
LA REGINOTTA: Lo farà, forse, presto... mamma Regina.
LA REGINA: Chiamami mamma... soltanto! Sono la più disgraziata di tutte.
LA REGINOTTA: Ed io la più disgraziata delle figlie! (Entra il Re, seguito dal Primo Ministro.)
IL RE (imperioso): Se scopro che i miei ordini non sono stati eseguiti!... Che fate qui, Regina?
LA REGINA: Ho scambiato qualche parola con la disgraziata nostra figliuola.
IL RE: E vi ha risposto? Non è ancora morta di fame? Sono quindici giorni che è stata tenuta a digiuno... Se arrivo a scoprire!... Molte teste cadranno, Regina! Voglio accertarmi... (Cerca in tutte le sue tasche la chiave della cella dov'è rinchiusa la Reginotta e non la trova. Al Ministro) Eccellenza, andate a cercare la chiave in tutti i cassetti della mia camera... Spicciatevi! Non vedete come fremo?... (Il Ministro esce di corsa.) Lo fate apposta. Ed ecco, la collera mi ha smosso di nuovo l'appetito... Qualcosa da mangiare!
LA REGINA (alle Dame): Andate nelle cucine reali. Fate eseguire gli ordini di Sua Maestà. (Le Dame obbediscono.)
IL MINISTRO (rientra turbato): Ho rovistato dappertutto; la chiave non si trova!
IL RE: Come, non si trova?
IL MINISTRO: Almeno, io non sono riuscito a trovarla! (Ritornano le Dame accompagnate da servitori che portano biancheria da tavola, piatti, bottiglie d'acqua e di vino, posate e tutto l'occorrente per apparecchiare. Uno dei servi reca un gran vassoio colmo di carne fumante. Appena il Re si è seduto entra una vecchia, cenciosa, coi capelli tutti bianchi.)
LA VECCHIA: Maestà, buon appetito! Vi faccio compagnia. Che buon odore! ... (Il Re la guarda, stupìto, e la lascia fare. La vecchia si serve dei meglio bocconi e mangia affrettatamente. Tra un boccone e l'altro, parla.) Ero venuta per fare una visita alla Reginotta prigioniera... Sua Maestà vorrà permetterlo...
IL RE (turbatissimo): Chi vi ha detto che la Reginotta è prigioniera?
LA VECCHIA: Io so tutto, Maestà! So financo che avete perduto una chiave; ma a me non occorre. Entro pel buco della serratura. (La vecchia si alza da tavola, si accosta all'uscio della cella. Tutt'a un tratto diventa fata Azzurra e sparisce pel buco della serratura.)
IL RE (pallido, quasi balbettando): Avete visto, Regina?
LA REGINA. Ho visto. E niente vi scote, Maestà?
(Entra il Gran Mago. Ha una barba bianca lunga fino ai piedi, e una folta zazzera, pure bianca, che gli scende sul collo. Si appoggia a un nodoso bastone.)
IL GRAN MAGO: Oh! Oh! (Al Re) Ai vostri ordini, Maestà!
IL RE: Tutto è contro di me. Tutti tendono insidie alla mia vita!
IL GRAN MAGO: Maestà, avete fatto tanto male a tutti... lasciatemi dire... che nessuno, naturalmente, può pensare a farvi un po' di bene. Per questo voi siete destinato a morire il giorno delle nozze della Reginotta! Però... Però...
IL RE: Però?... Continuate.
IL GRAN MAGO: Però, se vi rassegnerete a rinunziare di essere Re... e a distribuire al popolo quel che avete mangiato in tanti anni...
IL RE: E come potrei fare a distribuire...
IL GRAN MAGO (interrompendolo): A questo penserò io. Voi non dovreste far altro, Maestà, che stare per parecchie ore con la bocca aperta.
LA REGINA (al Re): Rassegnatevi, Maestà...
IL RE (al Gran Mago): E non morrò? Non morrò?...
IL GRAN MAGO: Non morrete, per ora. Camperete fino a novant'anni.
IL RE: Facciamo cento...
LA REGINA: Facciamo centodieci...
IL GRAN MAGO: E centodieci siano!
IL RE (allegro, si siede su una seggiola, in mezzo alla stanza. Dame e servitori, in piedi, sono attorno al Re, ognuno con un vassoio in mano, pronti agli ordini del Gran Mago. Di fuori, si sente un vocio confuso di popolo): Eccomi! (Apre la bocca; ha gli occhi spalancati come chi attende di vedere una casa straordinaria.)
IL GRAN MAGO (alle Dame, ai servitori): Voi butterete dalla finestra quello che io vi darò. Griderete ogni volta: Viva il Re!
LE DAME: Obbediremo!
I SERVI: Obbediremo!
IL RE: Non mi fate stancare, Gran Mago!
(Il Gran Mago introduce due dita in gola al Re, e ne trae fuori qualcosa che subito si ingrandisce: pasticci, galline, capretti, cosce di vitello, di maiale, pietanze d'ogni specie, fresche come uscissero allora dalle mani dei cuochi. Al getto di tutta questa roba si sente di fuori una formidabile acclamazione.)
VOCI DELLA FOLLA: Viva il Re! Viva il Re!
(L'operazione continua, e sembra non debba terminare più! E, intanto, il corpo del Re si va di mano in mano sgonfiando.)
IL GRAN MAGO: Come vi sentite, Maestà?
IL RE (che non ne può più): Basta, Gran Mago, basta!
(Il Gran Mago continua l'operazione; al getto delle pietanze, dalla finestra si sentono le acclamazioni della folla.)
VOCI DELLA FOLLA: Viva il Re! Viva il Re!
(La Regina osserva, stupìta, la trasformazione del Re che sembra un otre sgonfiato.)
IL RE: Basta, Gran Mago, basta! (Estenuato, si sdraia su la seggiola, chiudendo gli occhi Entra Centovite.)
CENTOVITE: Maestà! Maestà, voglio sposare la Reginotta!
IL RE (apre gli occhi atterrito e mormora): Tutti contro di me! Tutti contro di me!
CENTOVITE (picchiando forte con le mani all'uscio della prigione): Aprite! Aprite!
FATA AZZURRA: (di dentro): Entrate per il buco della serratura...
IL RE (vedendo sparire Centovite): Ma dunque, è destino? Per tutto il male che ho fatto agli altri, dunque, devo morire?... (Piange.)
LA REGINA: Coraggio, Maestà...
IL GRAN MAGO: C'è un rimedio, Maestà. Ve l'ho già detto: Rinunziate di essere Re... Rinunziate in favore di Centovite che è Principe di sangue reale.
IL RE (nicchiando): E che farò quando non sarò più Re? Non potrò più nemmeno passare il tempo mangiando come prima! Mi è già mancato l'appetito...
IL GRAN MAGO: Potrete beneficare tutte le persone alle quali avete fatto del male...
LA REGINA: Sì, sì, Maestà! Vi aiuterò io a fare del bene.
IL GRAN MAGO: Decidetevi, Maestà!
LA REGINA (supplicando): Decidetevi, Maestà!...
IL RE (esitante): Non posso! Per rinunziare... (Si arresta.) (Dall'interno della cella si odono tre voci: della Reginotta, di fata Azzurra, di Centovite.)
LE TRE VOCI: Decidetevi, Maestà! Sarà meglio per voi, Maestà!
IL RE (si leva in piedi, commosso, e con aria solenne ripete tre volte):
Rinunzio di essere Re! (Appena egli ha pronunziato queste parole, si spalanca l'uscio della prigione e ne esce fata Azzurra splendida di bellezza, circondata da un 'aureola di luce azzurrognola. Tiene per mano la Reginotta, bellissima, anch'essa, riccamente vestita da sposa e ornata di magnifici gioielli. Con l'altra mano conduce il giovane Centovite che ha già indossato le insegne reali./
IL RE: Ah! Reginotta!... Perdonatemi i tormenti che vi ho dati... Ah! Principe reale!... Perdonatemi le tre teste che vi ho fatto tagliare... (Si abbracciano.)
LA REGINA (stringendo al suo petto la Reginotta e baciandola): Figlia del mio cuore! Come sei bella!
CENTOVITE Sarò vostro figlio anch'io... (Bacia la mano alla Regina che lo abbraccia con tenerezza materna.)
FATA AZZURRA (cantando, dolcemente):
Più non conti i giorni e l'ore,
più non gridi: - Dove sei? –
- Ogni voto del tuo cuore,
mercè mia, compiuto è già!
E di amore un dolce sogno
la tua vita, ormai, sarà!
(Mentre il canto si attenua, il corpo della fata Azzurra diventa sempre più diafano, trasparente, fino a che svanisce come una leggera nuvola nell'alla.)
IL MINISTRO: Ora non rimane altro che celebrare le nozze. Basta che Sua ex Maestà dica: In nome del Cielo e della Terra vi unisco per sempre in matrimonio.
CENTOVITE Un momento!... Io voglio avere una sola vita, da conservare tutta alla Regina, e al mio popolo. E prima di sposare, intendo sbarazzarmi delle altre che possiedo in più! Una sola mi basta...
LA REGINOTTA: Che vuoi fare?
L'EX RE (tra sé): Le avessi io cento vite! Quanto potrei mangiare!...
CENTOVITE (con aria di comando): Un po' di largo! (Si strappa la testa, e subito un'altra gliene spunta sul collo. La testa buttata per terra si muta in un magnifico fiore mai visto.) È per voi, Reginotta!
LA REGINOTTA (ancora impaurita): Grazie, Maestà.
CENTOVITE (si strappa l'altra testa, che vien subito sostituita. Quella
strappata si muta in un fiore più bello del primo):
È per voi, Regina Madre...
LA REGINA MADRE (sbalordita): Oh!... Grazie, Maestà!
CENTOVITE (ripete l'operazione. La terza testa che si è strappata si muta in una grossissima arancia): Questa è per voi, ex Maestà... Torna a ripetere !'operazione, e la quarta testa che ha buttata in terra, si muta in una enorme zucca.) E questa, Eccellenza, è per voi!...(Offre la zucca al Ministro.)
IL MINISTRO (fingendo di non essersi offeso): Troppa grazia, Maestà!
CENTOVITE (ironicamente): Poca cosa, Eccellenza, per un Ministro come voi! ... (Egli continua a strapparsi le teste rinascenti, che si mutano in ogni specie di frutta. Centovite distribuisce tutto alle Dame, ai servitori. Poi s'inginocchia galantemente davanti alla Reginotta e dice:) Mi resta una sola vita; la consacro a Voi, mia Regina, e al mio popolo...
IL GRAN MAGO (interrompendolo): ... che attende da un pezzo un Re saggio, un Re buono! (Ridendo) E a me che cosa offrite, Maestà?
CENTOVITE: La gratitudine della Regina e la mia!
IL GRAN MAGO: Ben detto, Maestà!
L'EX RE (tastandosi le braccia, lo stomaco e le gambe): Mi sembra di essere un altro! Prima potevo muovermi a stento; ora sono così agile, così magro, da poter fare delle capriole... (Si mette a fare salti e capriole. Tutti ridono e battono le mani, meno la Regina Madre.)
LA REGINA MADRE: Oh! Oh, ex Maestà!... Fermatevi...
L'EX RE (arrestandosi): Non sono più Re, e posso permettermi questi scherzi... (Torna a fare salti e capriole.)
iL GRAN MAGO (all'ex Re): Non dimenticate di far felice la Reginotta...
IL MINISTRO (interrompendolo): Che ha tanto sofferto per l'egoismo del mio ex Re!
L'EX RE (con uno scatto rabbioso): Ma, Eccellenza!...
IL MINISTRO: Eh! Ormai, la verità si può dire! Re nuovo, vita nuova!
IL GRAN MAGO: Ben detto, Eccellenza...
LA REGINA MADRE (a Centovite): Re nuovo... Ministri nuovi!
CENTOVITE (alla Regina Madre): S'intende!... Chi vivrà vedrà!
IL GRAN MAGO (riprendendo il suo discorso): ...felice la Reginotta e il Principe fedele e saggio che, con l'aiuto della più benefica delle Fate, è riuscito a salvarla...
L'EX RE (interrompendolo): Basta! Basta! Infine, che cosa volevo?...Mangiare tutto io... ed essere eterno!
IL MINISTRO (tra sé): Poverino!... Non desiderava niente!... (Ha sulle labbra un sorrisetto ironico che non sfugge alla Regina Madre.)
LA REGINA MADRE (al Ministro): Che borbottate, Eccellenza?
IL MINISTRO: Approvavo quel che diceva il mio povero ex Re...
IL GRAN MAGO (a tutti): Su, non perdiamo tempo; e poiché non è giusto che gli sponsali avvengano in una rozza stanza di carcere, io la muterò, con la potenza della mia arte magica, in un salone degno delle nozze reali... (Il Gran Mago alza le braccia, fa dei segni in alto e in basso e attorno, e, tutt'a un tratto, le pareti si allargano, si allungano, ornate di splendide pitture, di sculture in oro e di corone di rari e freschissimi fiori. In fondo c'è il trono reale, dove l'ex Re MangiaMangia e la Regina Mangiapoco vanno a sedersi, circondari dalle Dame e dai Dignitari del Regno. Si odono deliziose musiche invisibili. Guidati dal Gran Mago, e presi per mano, s'inoltrano la Reginotta e Centovite.)
L'EX RE (Si alza solennemente in piedi e pronunzia con voce lenta e sonora): In nome del Cielo e della Terra vi unisco per sempre in matrimonio. E da questo momento in poi, tu sarai Re e tu sarai Regina! (Tutti gli astanti gridano.)
TUTTI: Viva il Re! Viva la Regina! (Uguali acclamazioni si odono salire dalla piazza sottostante.)
L'EX RE (mette in capo a Centovite la corona reale, dicendogli): Fa bene e scordatene! Fa male e pensaci!
MINISTRO (tra sé): Come diventano saggi i Re, quando perdono il potere...
IL GRAN MAGO (a Centovite): Maestà!... sarò sempre agli ordini vostri... (Le Dame e i Dignitari ripetono le stesse parole del Gran Mago)
L'EX RE (mettendo la corona reale anche sul capo della figlia): Fa come tua madre e non sbaglierai! (Riprendono le deliziose musiche invisibili e, poco dopo, si sente il dolcissimo canto della fata Azzurra.)
LA FATA AZZURRA:
Più non conti i giorni e l'ore,
Più non gridi: - Dove sei?
- Ogni voto del tuo core,
Mercè mia, compiuto è già!...
E di amore un dolce sogno
La tua vita, ormai, sarà!
LA REGINA MADRE (all'ex Re): Cominciamo noi ad augurare ogni bene agli sposi. Dicono che gli auguri dei vecchi portano sicuramente fortuna...
IL GRAN MAGO (intervenendo, lietamente):
E siccome il più vecchio sono io...
Prima che passi un anno, un mese e un giorno
Dentro la culla vi sorrida un figlio!
E prima di un altr'anno, un mese e un giorno,
S'apra un bocciol di rosa accanto al giglio!

(Si odono salir, da fuori, nuove gioconde acclamazioni.)
IL GIOVANE RE, LA GIOVANE REGINA: Grazie! Grazie, Gran Mago!...






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