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Ai miei nipotini
Ada e Francesco Capuana



RE CIANCA


C'era una volta un Re pieno di strani capricci. Era nato con una gamba più corta dell'altra e camminava zoppicando. I cortigiani, per adularlo, fingevano di zoppicare come lui. Quando però andava fuori e vedeva per le vie la gente che camminava diritta, senza arrancare, ne aveva dispetto; e un giorno gli venne il ghiribizzo di ordinare che, pena la testa, i suoi sudditi, uomini e donne, dovessero camminare zoppicando.
Obbedirono. Con re Cianca, come lo chiamavano, non si canzonava; ognuno aveva caro di conservarsi la testa su le spalle! Soltanto una vecchina non se ne diè per inteso; e, quasi lo facesse per dispetto, passava e ripassava diritta e impettita, nonostante gli anni, davanti al palazzo reale.
- Come? - gli diceva la gente. - Non avete paura che vi si tagli la testa?
- Non me ne curo: tagliatene una, me ne rinasce un'altra; sono ben provvista.
Il Re aveva messo le spie, per sapere se c'era qualcuno che non rispettasse il decreto, e quando gli riferirono la risposta della vecchia, montò in furore:
- Conducetemela qui, legata mani e piedi!
- Tu dunque, vecchiaccia, non vuoi zoppicare? - le disse.
- No, Maestà; ho buone gambe, grazie al cielo.
- Ed è vero che hai risposto: Tagliata una testa, me ne rinasce un'altra?
- Sì, Maestà. Sono ben provvista.
- Lo vedremo, vecchiaccia!
Fece chiamare il carnefice, con la scure arrotata di fresco. La vecchia non si turbò. Senza che gliel'ordinassero, s'inginocchiò davanti al ceppo, vi posò la testa e attese il colpo. Il carnefice alzò la scure, ma rimase con le braccia in aria, come pietrificato.
- Maestà, non posso. C'è qualcuno che mi trattiene!
Il Re diventò più furibondo:
- Prendete una corda, ungetela di sapone e fate un nodo scorsoio attorno al collo di costei!
I Ministri mandarono a comprare una corda nuova, resistente, la unsero di sapone con le loro mani, per entrar meglio nelle grazie del Re. Fecero, con le loro mani, il nodo scorsoio attorno al collo della vecchia, e poi, due da un capo della corda e due dall'altro, cominciarono a tirare con tutta la forza che avevano, puntando i piedi sul pavimento, ma il nodo scorsoio non stringeva. E tira, tira, tira, la corda si spezzò; e tutti e quattro, due di qua, due di là, caddero rovescioni a gambe per aria,malconci che stentarono a rizzarsi: - Ahi! Ahi!
Il Re, per un momento, ebbe una gran voglia di ridere, ma vedendo che rideva anche la vecchia, diventò ancora più furibondo.
- Costei è una Strega! - urlò. - Legna! Legna da farle un bel falò attorno, e arrostirla come si merita!
Tutta la gente di Corte scese giù nella legnaia del palazzo, e ognuno tornò su carico di legna quanto più poteva, per entrar meglio nelle grazie del Re: chi ceppi, chi ramaglie, chi fascine.
Quando tutto fu disposto attorno alla vecchia che stava a guardare quasi non si trattasse di lei, il Re stesso accese il fuoco che divampò lestamente. Se non che le fiamme, invece di avvolgere la vecchia, si rovesciarono fuori all'intorno violentissime, investirono parecchi cortigiani e fin un lembo del manto reale ne fu lambito e bruciacchiato.
Il Re era sbalordito. La legna si era consumata e la vecchia, rimasta incolume, aveva su le labbra un risolino che ora più non indispettiva Sua Maestà, ma le metteva paura.
- Chi siete? Una Strega o una Fata?
- Sono una Fata!
Il Re allibì.
- Scusate! Scusate! Che posso fare per voi? - domandò alla vecchia.
- Niente!
Diventò una meravigliosa forma di luce che abbagliava, e, tutt'a un tratto, sparì.
Il Re, quasi per ammenda di quel che aveva fatto, mandò fuori un altro decreto:
- Da oggi in poi, nessuno più finga di zoppicare nel regno!
Ma la gente aveva contratto l'abitudine di zoppicare che il Re fu costretto a far bandire:
- Zoppichi pure chi vuole!
E quando vedeva passare davanti al palazzo reale qualcuno che arrancava come lui, non sapeva indovinare se lo facesse a posta o se realmente ciampicasse; e nel suo interno si rodeva.
A poco a poco divenne malinconico e scontroso. Voleva restar solo; non riceveva neppure i Ministri, che per ciò facevano a modo loro, e ne facevano di tutti i colori. Si aggirava, ciampicando, per le vaste sale del palazzo.
Ma dunque non c'era un dottore, un Mago nel suo regno da ridurgli la gamba corta uguale all'altra?Venne un dottore, e gli disse:
- Maestà, io potrei accorciarvi quella più lunga. Val quasi lo stesso.
Che! Che! Sarebbe diventato un nachero, più ridicolo che non fosse ora. O allungare la corta o niente!
Venne un Mago, vecchio, canuto, con un barbone fino ai piedi.
- Maestà, questo è un unguento capace di allungarvi la gamba più corta. Bisogna ungerla con esso e strofinarla forte forte fino a quando sentirete un dolore acuto che vi farà gridare dallo spasimo. Dovete aver pazienza. Una volta al giorno, non più. Ne prenderete quanto un cece, lo spalmerete nel cavo della mano e, via, a strofinare forte forte. Facendo così, dopo un anno, un mese e un giorno, sarete guarito. Non dovete però aver fretta; sarebbe peggio.
- Vi pagherò, dunque, dopo guarito.
- Maestà, quest'unguento, se non è pagato prima, non opra.
- E se non oprerà anche pagato?
- Maestà, qui c'è la mia testa! ....
Il Re cominciò sùbito la cura. Ogni sera, prima di andare a letto, apriva lo scatolino dell'unguento, ne prendeva quanto un cece, lo spalmava nel cavo della mano e poi, strofina, strofina, strofina, fino a che non sopravveniva l'insopportabile dolore che lo faceva urlare dallo spasimo.
Dopo due mesi di medicatura, il Re si accorse che quel vecchione di Mago non lo aveva ingannato: la gamba corta cominciava sensibilmente ad allungarsi.
Doveva proprio attendere che si compisse il tempo stabilito da quello? Se invece di una al giorno facesse due, tre strofinazioni, non guarirebbe più presto? Il Mago lo aveva ammonito che sarebbe peggio; ma era, certamente, un'astuzia, per accreditare di più la sua medicina.
E il Re, esitato un po', decise di farsi, tre, quattro, cinque strofinazioni al giorno, non curandosi dell'atroce dolore che provava ad ognuna di esse. E così, strofina, strofina, strofina, egli vedeva allungarsi la gamba a vista d'occhio. Se non che, quando, raggiunta la giusta misura dell'altra, avrebbe dovuto fermarsi, essa continuò, per una settimana, a crescere per conto suo: e il Re si trovò cianca all'incontrario; invece di ciampicare da destra, ora ciampicava da sinistra. Fortuna che quella maledetta gamba si fosse arrestata di crescere!
Mandò corrieri per tutto il regno, in cerca del Mago. Nessuno sapeva dove abitasse: chi diceva in cima a una montagna, chi in una grotta sotterranea. Finalmente lo trovarono in mezzo a un bosco, intento a raccogliere erbacce selvatiche.
- Dite al Re che io non c'entro più. Si rivolga a fata Luce.
Udita la risposta, il Re capì che si trattava di una vendetta della vecchia che aveva detto:
- Sono una Fata!
Dove rintracciarla? Pensò di rifare il decreto:
- Pena la testa, tutti i sudditi, uomini e donne, devono camminare zoppicando!
Forse la Fata sarebbe ricomparsa sotto sembianze di vecchia; questa volta, però, l'avrebbe invitata a Corte, e le avrebbe reso tutti gli onori possibili.
Ma la vecchia che si era rifiutata di zoppicare non comparve; e i sudditi cominciarono a stancarsi dei ghiribizzi di Re Cianca.
Così, un giorno, tutti di accordo, rifiutarono di imitarlo. Il Re montò sulle furie. Se la prese coi Ministri:
- A questo modo mi fate rispettare?
E, spingendoli per le spalle, li cacciò via.
Uno di essi, il più anziano, ebbe allora il coraggio di rispondergli:
- Maestà, è rispettato chi rispetta; e voi non rispettate nessuno! Per questo, Cianca siete e Cianca resterete!...

Stretta la foglia, larga la via,
dite la vostra, che ho detto la mia!


TARTARUGHINO


C'era una volta un poveraccio che viveva facendo da corriere. Lo spedivano qua, lo spedivano là; e perché era lesto di gambe, lo chiamavano Saetta. Lo pagavano male; certe volte non lo pagavano affatto col pretesto che, non avendo recapitato in tempo una lettera, aveva mandato a monte un affare importante. Non voleva dire! Purché non perissero di fame lui e la moglie, non rifiutava di tornar a servire anche coloro che non lo avevano pagato.
Nella sua famiglia erano stati tutti corrieri, di padre in figlio; corriere l'avo, corriere il nonno, corriere il suo babbo: e Saetta pensava con pena che, dopo cinque anni di matrimonio, non aveva ancora un figliuolo da fare il corriere anche lui, quando sarebbe cresciuto.
Un giorno gli si presentò un vecchio, nano e sbilenco, con naso enorme a tromba, e occhi piccini piccini, ma che pareva sprizzassero scintille. Saetta n'ebbe paura.
- Porterai questo scatolino dove c'è scritto su, e riporterai la ricevuta. Una moneta d'oro all'andata, e una al ritorno. Sei contento?
Altro se era contento! Non si ricordava in vita sua di esser mai stato pagato profumatamente. Si mise, come suol dirsi, le gambe al collo, e via, da vera Saetta.
E giunto a metà strada, cominciò a sentir rimescolare qualcosa dentro lo scatolino, e una vocina sottile sottile, che pregava:
- Non mi portare! Non mi portare!
Si fermò.
Qualcosa continuava ad agitarsi dentro lo scatolino, e la vocina sottile sottile tornava a insistere:
- Non mi portare! Non mi portare!
Riprese il cammino. Era stato comandato, era stato pagato: voleva fare il suo dovere... Intanto, quella vocina sottile sottile, che pareva impregnata di pianto, gli faceva tremare il cuore e vacillare le gambe. Accostò lo scatolino all'orecchio, per udir meglio:
- Non mi portare! Non mi portare!
- E l'altro che dirà? Ha gli occhi cattivi quel nano!
- Gli risponderai: l'ho consegnato.
- Vuole la ricevuta, se no, non mi regala la moneta d'oro. Per me è una ricchezza.
- La ricevuta la farò io.
- E tu chi sei?
- Sono il Reuccio di Spagna. Il nano mi ha fatto l'incanto perché non ho voluto sposare la sua figliuola gobba, muta e sorda. Se tu consegni questo scatolino al Mago a cui è diretto, penerò dieci anni, schiavo di lui. Non mi portare! Non mi portare!
Saetta sentì intenerirsi. Pensò pure, poveraccio, che il Reuccio di Spagna lo avrebbe ricompensato meglio del nano.
Così faceva un'opera buona e ne ricavava un bel guadagno.
- Come liberarti?
- Apri lo scatolino.
- È suggellato e chiuso a chiave.
- Dovrai dire:

Male e malanno a chi ti serrò!
Male e malanno a chi ti suggellò!
Suggello strappati!
Serratura schiantati!

E picchierai su lo scatolino con un ciottolo, senza tremare.
Saetta prese un ciottolo aguzzo, posò lo scatolino per terra, e con voce fioca dalla paura ripeté:

- Male e malanno a chi ti serrò!
Male e malanno a chi ti suggellò!
Suggello schiantati!
Serratura, strappati!

- Hai sbagliato! Ora non potrai più! La mia disgrazia ha voluto così!
Non aveva sbagliato a posta, ma quasi quasi fu contento dello sbaglio. Dentro lo scatolino non si agitò più niente, e la vocina sottile sottile, impregnata di pianto, tacque.
Saetta riprese la strada a corsa per rifarsi del tempo perduto, e, prima che il sole tramontasse, fu dietro l'uscio della grotta del Mago indicata dalla soprascritta.
- Buon per te che non ti sei lasciato tentare! - gli disse il Mago con un vocione grosso, cavernoso.
- Fatemi la ricevuta.
- Mangia, bevi, ristorati. La ricevuta è questa qui.
E gli diè un ovicino che sembrava uovo di piccione.
Se lo mise in tasca e ripartì.
Il nano lo attendeva davanti alla porta di casa.
- Ahi Saetta! Saetta! Male e malanno, eh? Fortuna che hai sbagliato!
Il pover'uomo gli si buttò ai piedi, domandando perdono.
- Tieni quest'ovo: è la tua paga. Val più della moneta d'oro che ti ho promessa. Mettilo a covare nel nido dei piccioni allevati da tua moglie. Mi ringrazierete tra meno di un mese.
- Un figliuolo?
- Un figliuolo più Saetta di te.
E rise in un certo modo che Saetta ne fu turbato. Pure la speranza di avere, finalmente, un figliuolo, lo spinse ad eseguire quel che il nano gli aveva consigliato.
- Bada, moglie mia: sostituiscilo a uno degli uovi, senza che la colomba se ne accorga.
La donna alzò le spalle, incredula; ma la speranza di avere, finalmente, un figliuolo, la indusse a tentare la prova.
E attesero, moglie e marito, incerti se il nano si fosse divertito a canzonarli.
Si sentirono peggio che canzonati quando dall'uovo uscì una piccola tartaruga che aveva, invece della solita testa, una minuscola testina di bambino, e la protendeva fuori dal guscio, con la boccuccia aperta, avida di nutrimento.
- Ah, quel nanaccio infame! Vo a scaraventargliela in viso!
La moglie lo trattenne.
- Meglio questo che niente! Chi sa? Quando sarà cresciuto...
La tartarughina si moveva lentamente, portando attorno con le quattro zampette il gusciolino che s'induriva ogni giorno più. La nutrivano con midolla di pane inzuppata nel latte, con un po' d'erba cotta, triturata. Quel visetto di bambino, grosso quanto una nocciola, sorrideva graziosamente quando la mamma lo accarezzava con un dito, dopo di avergli dato da mangiare, che i genitori già gli volevano bene quanto a un figliuolo in carne e ossa.
L'uomo però non sapeva darsi pace.
- A lui, Saetta, un figliuolino tartaruga! Lo scherzo non poteva essere peggiore! Se il nano mi capita tra i piedi!
- Non cimentarti... Meglio questo che niente! - lo confortava la moglie.
Tartarughino - lo chiamavano- cresceva rapidamente. In sei mesi era diventato grosso quanto un tacchino; e quando cacciava fuori dal guscio la testa e il collo, si sarebbe detto che fossero quelli di un bambino ficcatosi colà per ischerzo.
Ma che pena vederlo chiuso là dentro!
- A lui, Saetta, un figliuolo tartaruga!
Non se ne dava pace, il povero padre.
Un giorno accadde che mentre egli era partito per una commissione, venne una persona che aveva bisogno di spedire un corriere di urgenza; avrebbe pagato qualunque somma.
- Vado io! - disse Tartarughino. - Legatemi la lettera al guscio. Vado e torno sùbito.
E si mise a piangere perché neppure sua mamma lo credeva capace di fare la commissione.
Quell'uomo restava là in attesa di Saetta. Disse alla donna:
- Contentiamolo!
E gli legarono la lettera sul guscio. Tartarughino si mosse lentamente, infilò la porta e, via, come un lampo. La mamma e quell'uomo non credevano ai loro occhi. Avanti che fossero compiutamente riavuti dalla sorpresa, Tartarughino era di ritorno con la risposta legata sul guscio.
Quando, più tardi, giunse Saetta, non riusciva a persuadersi che sua moglie non gli raccontasse una fandonia ma la pura verità: Tartarughino era più Saetta di lui! Sì, sì: più Saetta di lui!
Ora tutti volevano provare quel portento. Inventavano pretesti di commissioni, pur di veder partire Tartarughino. Arrivava su la soglia della porta e, che è che non è, spariva come un lampo. Ritornava allo stesso modo, senza che nessuno potesse accorgersi come e d'onde arrivasse. Ma che pena vederlo chiuso dentro quel guscio! Ora il povero padre non se ne dava pace più che mal!
Ed ecco, un giorno, presentarsi un bel giovane, vestito tutto di broccato con pizzi alle maniche, gran cappello di feltro ornato di magnifiche piume bianche e nere in testa, e spadino al fianco con l'impugnatura tempestata di brillanti.
- Dov'è Tartarughino?
- È andato via per una commissione; non può tardar molto a tornare.
Il bel giovane si tolse il cappello, si sedé e guardava attorno per la misera cameretta. Alle pareti stavano appesi una sega, un martello, un'accetta e altri arnesi simili.
- Eccolo! disse la madre.
Tartarughino entrò movendo lentamente le quattro zampe. Arrivava in quel punto anche Saetta.
Il bel giovane non gli diè tempo di domandargli che servigio volesse. Rizzatosi di botto da sedere, staccata rapidamente dalla parete la scure, cominciò a dar fendenti sul guscio di Tartarughino facendolo volare in pezzi per la stanza.
Saetta e sua moglie ebbero appena tempo di cacciar fuori un urlo di orrore. L'urlo si mutò subito in un grido di gioia appena videro saltare in piedi un bellissimo ragazzo di dieci anni, cioè, Tartarughino liberato dall'involucro osseo del guscio.
- Sono il Reuccio di Spagna... Vi ricordate, Saetta?

Male e malanno a chi ti serrò!
Male e malanno a chi ti suggellò!
Suggello strappati!
Serratura, schiantati!

Se sbagliaste, non fu colpa vostra. Vi sono rimasto gratissimo della buona intenzione. Il mio incanto è finito, e sono venuto a posta per sciogliere quello di vostro figlio, opera del malefico nano. Fa' male e pensaci. Fa' bene e scordatene! C'è sempre qualcuno che se ne ricorda. Non sono tutti ingrati a questo mondo!
- Infatti!... Infatti!...
Marito e moglie non sapevano balbettar altro mentre Tartarughino baciava la mano del suo liberatore.

La fiaba è finita
Leccatevi le dita!


IL BUCO NELL'ACQUA


C'era una volta un Principe ricco sfondato. Aveva appena vent'anni e viveva in uno dei tanti castelli ereditati dal padre. Senza fratelli, senza sorelle, senz'altri parenti, dopo la morte della Principessa madre, era andato a rinchiudersi nel castello dov'era nato e che gli sembrava per questo il più bello di tutti, e si svagava facendo mutare ogni giorno il posto dei bei mobili antichi, da una stanza all'altra, da un piano all'altro. Lui faceva soltanto la fatica di ordinare ai servi: - Questo qua! Quello là! Questo su! Questo giù!
Quei poveretti, quando arrivava la sera, si sentivano rotte braccia e gambe; non ne potevano più. Dal gran tramenio della giornata, si sentiva stanco pure lui. Sdraiato su una di quelle vecchie poltrone che sembravano lettini, il Principe, con le gambe allungate e le braccia incrociate su lo stomaco, vegliava fino a tarda notte, fantasticando:
- Prendo o non prendo moglie?
E rimaneva là, quasi attendesse la risposta di qualcuno. Poi si rispondeva da sé, secondo il capriccio del momento:
- Sì, sì, la prendo! No, no; non la prendo!
Si fermava a riflettere di nuovo:
- Prendo o non prendo moglie?
E rimaneva là, quasi attendesse la risposta di qualcuno.
Finiva con addormentarsi su la poltrona, e all'alba si svegliava senza aver preso una decisione, Ricominciava:
- Questo qua! Questo là! Questo su! Questo giù!
Faceva disfare ai servi quel che avevano fatto il giorno avanti; e dal tramenio della giornata si sentiva più stanco di essi, che la sera non ne potevano più.
Alfine si decise di consultare la Maga che abitava in una grotta nella montagna rocciosa, di faccia al castello, lontano.
La Principessa sua madre si era lasciato sfuggir di bocca una volta, pochi giorni prima di morire:
- Povero figliuolo! Povero figliuolo! Chi gl'insegnerà a fare un buco nell'acqua?
Il giovane Principe aveva creduto che sua madre delirasse, e non le aveva domandato:
- Che significa, Eccellenza?
Allora i figli davano dell'Eccellenza ai genitori.
Non ci aveva ripensato più.
Cavalcando, seguito da un servo, verso la grotta della Maga, si era tutt'a un tratto ricordato delle parole: - Chi gli insegnerà a fare un buco nell'acqua? - Nessuno, pensava. Era impossibile. Ma volle interrogare anche intorno a questo la Maga. Se non lo sapeva lei, non poteva saperlo altri al mondo.
Per non essere riconosciuto, il Principe aveva avuto il capriccio di travestirsi da povero diavolo, col più logoro vestito di uno dei suoi servi.
Precauzione inutile. Appena entrato nella grotta, si sentì salutare:
- Principe, siate il ben venuto! Ai vostri comandi.
Rimase!
- Bella Maga! - egli disse.
- Non sono bella - lo interruppe. - Qui non si mentisce! Infatti la Maga era vecchia, con la faccia piena di rughe, capelli pepe e sale, e la bocca sdentata. Aveva indosso però una ricchissima tunica scura a fiorami di oro e di argento che straluccicavano a ogni movimento di lei, e portava in testa una cuffia di merletto nero punteggiata di perle grosse quanto nocciole, rarità meravigliosa.
- Sedete, Principe; parlate. Ai vostri comandi.
- Devo prendere o non prender moglie? Ho bisogno del vostro consiglio. Non so decidermi da me.
- Chi cerca, trova. Vi deciderete dopo, quando avrete trovato.
- Che devo fare, dunque?
- Andate attorno, osservate tutte le ragazze che incontrerete: signore, borghesi, operaie; e quella che vi piacerà sopra tutte per la bellezza o per la virtù, chiedetela ai genitori. Se non ve la vogliono accordare... Ma vedrete che, finalmente, qualcuna vi dirà: Vi sposo io, a patto...
- A patto?...
- Il patto ve lo spiegherà lei... Chi cerca trova.
Il Principe tornò al castello impensierito, ma nello stesso tempo incuriosito di sapere quale patto gli sarebbe stato proposto.
E si mise in viaggio, per città, per borghi, per villaggi. Guardava, osservava, e quando gli pareva di esser riuscito a trovare si presentava ai genitori della ragazza:
- Chiedo la mano di vostra figlia.
- Arrivate troppo tardi. Si è fidanzata l'altro giorno. Peccato! Era la più bella e la più buona che avesse incontrata fin allora, e nobilissima e ricchissima per giunta, cosa che non guastava.
Si rimise in viaggio. Gli pareva di aver incontrato qualcosa di meglio. E si presentò al genitori della ragazza:
- Chiedo la mano di vostra figlia.
- Tornate fra tre anni: è troppo giovine ancora.
Peccato! Era bella, era buona e l'avrebbe sposata volentieri. Non era di nobile casato, ma non importava. Tre anni? Erano troppi. E, dopo, potevano nascere altre difficoltà. Riprese a cercare.
Oh! Questa gli sembrò ancora più bella delle precedenti. I genitori, infine, dovevano essere lusingati che la loro figliuola fosse richiesta da un Principe e diventasse subito Principessa.
- Grazie! Pari con pari. Noi la pensiamo così.
Dopo parecchie altre inutili richieste, il Principe era deciso di tornarsene al castello, e di non ritentare più. Forse era destino che non prendesse moglie. Tanto meglio!
Per istrada, una mattina, dovette fermarsi a un beveratoio, in piena campagna, per dissetare i cavalli. E che vide appoggiata al pozzo? Una contadina, mal vestita, ma bella,piena di grazia che gli fece dimenticare tutte le ragazze da lui richieste e non potute ottenere.
Che importava che fosse contadina? Era degna di essere Regina non che Principessa.
- Mi vuoi per marito, bella ragazza?
- Io non posso volere, devo attendere: mia madrina dice così.
- E chi è tua madrina?
- Fata Fiore.
Il Principe perdé la testa, sentendo che quella ragazza aveva per madrina una Fata. E cominciò a farle mille domande. Dove si trovava fata Fiore? Che pretendeva fata Fiore?...
- Dice: Chi ti vuol bene, dovrà adempire a un patto.
- Quale? domandò ansiosamente il Principe, ricordandosi delle parole della Maga.
- Prima deve fare.. un bel buco nell'acqua!
Il Principe si sentì stringere il cuore. Gli pareva di morire. La Principessa sua madre dunque già sapeva?... Un buco nell'acqua! Non c'era potenza di uomo che potesse riuscire! Chi gli aveva gettato quella mala sorte? Si mise a piangere come un bambino.
Invece di ritornare al castello, prese alloggio nel villaggio vicino, e ogni giorno, a ora fissa, andava al beveratorio per rivedere colei che veniva ad attingervi acqua con una brocca.
E più la guardava, più la udiva parlare con quella voce che pareva di usignuolo, e più si sentiva sconvolgere il cuore e la mente.
- O quella o nessun'altra!
Lo aveva giurato. Un buco nell'acqua! Era possibile?
- Come non capisce fata Fiore che, con questo patto, tu non troverai mai marito?
- Dice: chi vuol bene fa miracoli.
Avrebbe dato metà delle sue ricchezze, fin metà del suo sangue a chi gli avesse insegnato il modo di fare un buco nell'acqua. Ma passarono le settimane, passarono i mesi, stava per passare un anno da che era partito dal castello, ed era sempre allo stesso punto. Gli pareva di ammattire!
E più la guardava, più la udiva parlare con quella voce che pareva di usignuolo, e più imprecava a chi gli aveva gettato quella mala sorte. Aveva negli orecchi le dolorose parole della Principessa sua madre in fin di vita: - Povero figliuolo! Povero figliuolo! - Era da compiangere davvero! Aver trovato chi lo avrebbe fatto felice, e non poterla ottenere pel maledettissimo patto! Un buco nell'acqua! Tanto valeva dire no a dirittura!
- Dice: Chi vuol bene fa miracoli.
- Perché non lo fa lei un buco nell'acqua? - rispose il Principe, smaniante di rabbia.
E stava tutta la giornata a pensare, a stillarsi il cervello; e la notte non poteva prender sonno con quel pensiero fisso che lo torturava. Chi più di lui voleva bene? E intanto non trovava. Un buco nell'acqua! Era possibile?
Povero Principe! Aveva perduto l'appetito, non si riconosceva, ridotto magro, allampanato.
Era sopraggiunto l'inverno. Una mattina, andato, come al solito, al beveratoio, trovò che l'acqua della vasca si era gelata. Pareva che vi avessero posto per coperchio una gran lastra bianca. Anche il canale era gelato, e la ragazza non sapeva come fare per riempire la brocca. Tutt'a un tratto il Principe diè un balzo di gioia.
- Guarda! - disse alla ragazza.
E con la punta di un bastone fece un buco nel ghiaccio.
- È acqua anche questa! Come non ci ho pensato prima d'ora?
Si sentì sfuggir di addosso qualcosa: la mala sorte che gli era stata buttata, quando era bambino, da una Strega ora ridotta alla più squallida miseria.
Si udì una limpida voce nell'aria:
- La mia figlioccia è tua... Bravo! Sei riuscito a fare un buco nell'acqua!
Il Principe rideva dalla gioia, e pensava che spesso noi abbiamo il torto di credere impossibile una cosa che ne ha l'apparenza e non è tale. Se il Principe si fosse scoraggiato alle prime difficoltà, non sarebbe stato felice con quella bella e virtuosa moglie che non era contadina, ma Principessa quanto lui, e non avrebbe avuto una graziosa corona di figliuoli...

E noi restiamo come tanti cetrioli!


LO ZOCCOLETTO


C'era una volta un vecchio zoccolaio che andava attorno per città, paesetti e villaggi cacciandosi davanti un asino più vecchio di lui, pelle e ossa, spelacchiato, con due ceste appese al basto piene di zoccoli di ogni grandezza.
Alle svolte, l'asino si fermava e il suo padrone si metteva a gridare:
- Passa lo zoccolaioooo! Donne, lo zoccolaloooo!
Donde lo cavava quel vocione che intronava la gente? E, quasi non bastasse, sùbito dopo, l'asino si metteva a ragliare:
- Ah! Ah! Ah!
E, quasi padrone ed asino non bastassero, i ragazzi facevano il verso a tutti e due:
- ...Colaioooo!... Ah! Ah!... Colaioooo! Ah! Ah!
La gente, parte rideva, parte si arrabbiava. Potevano impedire che il povero vecchio si guadagnasse da vivere?
- Per farli star zitti, lui e l'asino, - disse uno - compriamogli tutti gli zoccoli e mandiamoli via.
- E che ne faremo degli zoccoli?
- Li rivenderemo per conto nostro.
Misero insieme tanto per uno e proposero allo zoccolaio:
- Sentite, compare. Facciamo uno stralcio?
Gli zoccoli si vendono a paio.
- Quante paia saranno?
- Non si arriva a contarle.
- Come? Due ceste di zoccoli non si arriva a contarli?
- Provate. Ogni cento paia, tre fiammanti teste d'oro del Re.
Intendeva dire tre monete d'oro di quei tempi, mettiamo di venti lire ognuna.
- Vada per tre fiammanti teste d'oro del Re.
E cominciarono a contare: un paio, due pala, dieci paia, fino a cento.
- Ecco tre fiammanti teste d'oro del Re!
Il vecchio zoccolaio se le mise in tasca, e ricominciò a contare: un palo, due paia, dieci paia, cento pala!
- Ecco tre fiammanti teste d'oro del Re!
Più ne contavano ammucchiandoli in mezzo alla via, e più le ceste rigurgitavano, sempre piene fino all'orlo di zoccoli di ogni grandezza.
Quei tre si guardavano negli occhi, allibiti.
- Ancora? - domandò lo zoccolaio.
- Ancora! - risposero tutti e tre, rabbiosamente.
E il vecchio ricominciò a contare: un paio, due paia, dieci paia, cento paia!
Dunque era vero? Non si arrivava a contarle!
- Questa è opera di stregoneria! - pensavano quei tre che non avevano più danari in tasca per pagare l'ultimo centinaio, e vedevano, strabiliati, quel gran mucchio di zoccoli per terra e le ceste sempre ricolme fino agli orli, quasi non ne fosse stato tolto nemmeno uno zoccolo.
In quel momento passava la carrozza del Re. Dovette fermarsi per l'ingombro.
Vedendo radunata tanta gente attorno al mucchio degli zoccoli, il Re domandò:
- Che cosa è stato?
Quei tre si buttarono in ginocchio ai lati della carrozza.
- Giustizia, Maestà! Questo Stregone ci ha frodati!
E raccontarono quel che era avvenuto.
Nella carrozza del Re c'era anche il Reuccio, bambino di sei anni, che alla vista degli zoccoli si mise a strillare.
- Ne voglio uno! Ne voglio uno!

Zoccoletto, zoccoluccio,
Fatto a posta pel Reuccio...
Uno uguale fatto a posta,
Ne vorrà la Reginotta.
Zoccoluccio, zoccoletto,
Non è largo e non è stretto.

E il vecchio porse al Reuccio uno zoccoletto di argento con strisce d'oro, che pareva un gioiello. Il Reuccio tutto contento lo volle calzato. Gli stava benissimo al piedino, quasi fosse stato fatto su misura.
Quei tre tornarono a implorare, in ginocchio:
- Giustizia, Maestà! Questo Stregone ci ha frodati.
Ma il Re, che aveva gradito molto il regalo fatto al Reuccio, rispose:
- Chi è sciocco, stia a casa sua.
E diè ordine al cocchiere di frustare i cavalli.
La carrozza del Re, passando sul mucchio degli zoccoli, ne frantumò parecchi. E dietro la carrozza si udì il grido dello zoccolaio assieme col raglio dell'asino:
- Passa lo zoccolaio! Donne lo zoccolaioooo!
- Ah! Ah! Ah!
Allora il Re si rammentò che non aveva dato niente a quel vecchio pel regalo ricevuto; e mandò un servitore a rintracciarlo e condurlo al palazzo reale. Ma lo zoccolaio era sparito, e nessuno seppe dire che via avesse presa.
Da allora, zoccolaio ed asino, non furono più visti né sentiti. Il Reuccio, quella sera, voleva andare a dormire senza cavarsi lo zoccoletto. La Regina, che temeva di viziare il figlio tollerandone i capricci, disse:
- Non si va a letto con lo zoccolo!
E fece atto di cavarglielo. Non le riuscì, lo zoccoletto era strettamente attaccato al piede che il Reuccio, a ogni sforzo della Regina, strillava:
- Mi fai male, mamma! Mi fai male!
Non ci fu verso di cavarglielo più.
Poteva stare il Reuccio con uno zoccoletto a un piede e all'altro no? Il Re fece chiamare l'orafo di Corte e gli ordinò uno zoccoletto simile a quello; ma accadde che mentre quell'altro non dava fastidio al Reuccio, quantunque ora lo portasse da sei mesi, questo lavorato dall'orefice bisognava mutarlo a ogni mese, di mano in mano che il Reuccio cresceva. Invece lo zoccoletto regalato dal vecchio zoccolaio cresceva anch'esso miracolosamente, col piede. Si trattava, non c'era più dubbio, di opera di stregoneria; avevano ragione quei tre che si erano buttati in ginocchio ai lati della carrozza reale invocando giustizia contro lo Stregone. Il Re era pentito di non aver dato ascolto al loro reclamo e gli tornavano a mente le parole del vecchio:

- Zoccoluccio, zoccoletto,
Non è largo e non è stretto.

Re e Regina erano atterriti di quel malefizio, quantunque gli anni passassero e niente di male accadesse al Reuccio. Questi, anzi, cresceva bello e prosperoso, se non che ogni mese bisognava fargli fare dall'orafo di Corte un nuovo zoccolo di argento simile all'altro regalatogli dallo zoccolaio, che gli luccicava al piede quasi lo avesse calzato allora allora per la prima volta.
Intanto il Re pensava di dargli moglie: voleva vedere un nipotino prima di morire. E un giorno gli disse:
- Reuccio, sposereste la Reginotta di Francia?
- Ahi! Ahi!
- Che è stato?
- Una gran stretta dello zoccolo destro!
Quello ricevuto in regalo quand'era bambino!
Il Re impallidì pensando che il malefizio già operava. Volle accertarsene meglio.
- Reuccio, sposereste la Reginotta di Spagna?
- Ahi! Ahi!
- Che è stato?
- Una gran stretta dello zoccolo destro! Quello ricevuto in regalo quand'era bambino! La Regina, più pratica, disse:
- Maestà, andiamo a consultare il mago Rosso.
Lo chiamavano perché vestiva sempre di rosso. Era vecchio, vecchissimo, di cento e cento anni; parlava a stento e diceva una parola ad ogni mezz'ora.
Prepararono magnifici regali, perché non ricevendo niente, il Mago vecchio, vecchissimo, di cento e cento anni, rimaneva muto come un pesce; e si avviarono.
Il palazzo del mago Rosso era scavato nelle viscere di una montagna e se ne dicevano meraviglie. Vi si entrava però, come in una grotta, da un usciolino per dove poteva passare a stento una sola persona. Il Re, che era grasso e aveva un pancione quanto una grancassa, credé che non avrebbe potuto passare; ma, appena egli si accostò, la bocca della grotta cominciò a dilatarsi, a dilatarsi, e gli permise l'accesso.
Re e Regina erano stupiti delle ricchezze di quegli stanzoni che attraversavano guidati da un nano. A petto di essi, le stanze del loro palazzo sarebbero parse tante stalle. Presentarono i regali, e stavano per esporre il motivo del loro viaggio; ma il nano disse:
- Non occorre. Attendete la risposta.
Il mago Rosso balbettò una parola, e passò mezz'ora. Ne balbettò un'altra, e passò mezz'ora. Ne balbettò un'altra, e passò mezz'ora.
Un'agonia! Ci volle mezza giornata prima che il Re e la Regina sapessero quel che il Reuccio doveva fare!
Doveva andare intorno pel mondo in cerca di colei che potesse cavargli lo zoccolo dal piede. Quella era la Reginotta destinata al Reuccio. Se non volevano mandarlo attorno, facessero un bando perché le ragazze venissero a provare. Chi cavava al Reuccio lo zoccolo dal piede, quella diventava Reginotta.
- Che! Tutte le ragazze? - dissero il Re e la Regina.
E fecero un bando che invitava soltanto Principesse di sangue reale.
Ne accorsero parecchie; ma appena tentavano di cavare lo zoccolo - Ahi! Ahi! - il Reuccio si sentiva stringere il piede come da una morsa. Le Principesse di sangue reale andarono via tutte mortificate.
Il Re e la Regina, contristati dalla cattiva riuscita del primo esperimento, fecero un altro bando, invitando alla prova tutte le figlie di Principi, di conti, di marchesi, di baroni, di nobili cavalieri.
Ne accorsero centinaia; ma appena tentavano di cavare lo zoccolo – Ahi! Ahi! - il Reuccio si sentiva stringere il piede come da una morsa. E principessine, contessine, marchesine, tutte le nobili ragazze andarono via mortificate.
Il Re e la Regina non sapevano risolversi a fare un ultimo bando.
- Che! Anche le figliuole della gente bassa?
- Proviamo! disse il Re.
E, a malincuore, fece l'ultimo bando.
Ne accorsero migliaia, di tutte le classi, attirate dalla lusinga di diventare Reginotte.
Sfilarono per più settimane davanti al Reuccio, tentando di cavargli quello zoccolo dal piede. - Ahi! Ahi! - il Reuccio non ne poteva più.
Rimaneva soltanto una ragazza a provarsi, ma era così brutta e sporca che i soldati di guardia non volevano permetterle di entrare nella sala dove il Reuccio attendeva, seduto, che arrivasse, finalmente, colei che gli avrebbe cavato lo zoccolo!
La ragazza si mise a leticare coi soldati; diè uno spintone a questo, una gomitata a quello, ed entrò nella sala fermandosi sulla soglia, sbalordita del suo ardire.
Il Reuccio le accennò benignamente di inoltrarsi e posò il piede su lo sgabello che aveva dinanzi. La ragazza s'inginocchiò, baciò con umiltà la punta dello zoccoletto, lo prese con due dita... e tirò, tirò, dolcemente.
Appena il Re e la Regina seppero che una ragazza brutta e sporca era riuscita a cavare al Reuccio il maledetto zoccolo dal piede, montarono in gran furore, e accorsero risoluti di farla cacciar via dal palazzo reale.
Ma, quale non fu la loro maraviglia vedendo seduta accanto al Reuccio una giovinetta così bella da abbagliare gli occhi che la guardavano? Aveva in testa un diadema di perle e diamanti, seguo evidentissimo che era di sangue reale.
In quel momento si sentì dalla piazza la voce tonante dello zoccolaio:
- Passa lo zoccolaiooo! Donne, lo zoccolaiooo!
E immediatamente il raglio dell'asino:
- Ah! Ah! Ah!
Il Re mandò subito un servitore che lo invitasse a salire su. Ora che aveva visto il portento di quella Reginotta non ce l'aveva più con lui, ed era curiosissimo di aver spiegato il mistero dello zoccoletto di argento. Ma lo zoccolaio era già sparito, e nessuno seppe dire che via avesse presa.
Fatto a posta pel Reuccio! Fatto a posta pel Reuccio! - ripeteva spesso il Re.
E morì senza aver saputo il mistero dello zoccoletto d'argento.

Stretta la via, larga la foglia,
Ne dica un'altra, chi n'ha la voglia!


PENDOLINO


C'era una volta un Re che diceva:
- Io sono l'uomo più disgraziato del mondo!
- Che vi manca, Maestà?
- Niente. Ho quel che non vorrei!
- Che cosa, Maestà?
A questa domanda il Re non dava mai risposta. Scrollava il capo, si sentiva venire le lacrime agli occhi e andava a chiudersi in certe stanze del palazzo reale dove a nessuno era permesso di entrare.
Tutti però sapevano che là dentro c'era il Reuccio, ma Ministri e cortigiani non avevano mai potuto penetrare il mistero di quella reclusione. Eran passati dieci anni dalla morte della Regina. Finché lei fu in vita, si diceva che, per superbia, non volesse far vedere il suo figliuolo a nessuno. Quando lei morì e il Re continuò a tener nascosto il Reuccio in quelle impenetrabili stanze del palazzo reale, cominciarono a correre attorno tante brutte voci.
- Sapete? Il Reuccio ha la testa di un serpente.
- Ma che! Non ha braccia né gambe, ma una coda da pesce.
- Ma che! Gli manca la parola; abbaia come un cane!
- Lo so io quel che ha: è mezzo uomo e mezzo uccello!
Non era vero niente.
Bel ragazzo, bianco di carnagione, biondo di capelli, con occhi azzurri di grande dolcezza, il Reuccio, un giorno, tutt'a un tratto, appena aveva cominciato a staccarsi, era stato colpito da una strana malattia. Non poteva star fermo: con la testa e col busto doveva andare e venire come un pendolo, regolarmente, incessantemente; e se il Re, impietosito, tentava di impedirglielo, stringendolo tra le braccia, veniva spinto, con forza, a far lo stesso va e vieni, da averne il capogiro. Per poco non sembrava di udire il tic-tac, tic-tac di un vero pendolo in movimento.
Per fortuna, il Reuccio non soffriva. Parlava, scherzava, rideva pur dimenandosi regolarmente, incessantemente da diritta a manca, da manca a diritta, ma faceva male a chi lo guardava, e il Re specialmente non poteva assistere a lungo a quel triste spettacolo.
Aveva chiesto segreti consulti a medici, a maghi, a stregoni. I medici non avevano capito nulla: una malattia come quella non si era mai vista.
I maghi avevano risposto:
- Qui c'è un terribile incanto, ma noi non ci possiamo a disfarlo.
Due stregoni avevano promesso:
- Maestà, questo è niente. Ve lo consegneremo guarito in due mesi.
E per due mesi si erano insediati nel palazzo reale, mangiando, bevendo da gran signori, uscendo di notte alla ricerca - dicevano - di certe erbe, di certe radici che poi non si trovavano mai, chiedendo quattrini ora per questo, ora per quello dei tanti intrugli prescritti. E, dopo due mesi, erano spariti lasciando il Reuccio nello stesso stato di prima: tic-tac, tic-tac, da diritta a manca, da manca a diritta.
Per questo la Regina gli aveva messo nome Pendolino, e il Re continuava a chiamarlo così.
Nessuno osava di domandare al Re:
- E il Reuccio, Maestà?
Ora, dovete sapere che nel giardino reale c'era una pianta di rosa unica al mondo, che faceva una rosa all'anno, meravigliosa di colore e di profumo. Era il fiore prediletto della Regina, e il Re, dopo la morte di lei, non l'aveva mai colta. La Regina, morendo, gli aveva detto:
- La darete soltanto a chi verrà a chiederla in carità.
Ma finora nessuno era venuto, e ogni anno la bellissima rosa si sfogliava e seccava su la pianta.
Una mattina, il Re stava per salire in carrozza davanti al palazzo reale, quando si presentò una vecchia, curva e cenciosa, che si mise a piagnucolare:
- Maestà, grazia! Maestà, grazia!
- Che volete, buona donna?
- La rosa rara del vostro giardino... Per carità, Sacra Corona!
Il Re si rammentò della raccomandazione della Regina in punto di morte, tornò addietro e andò a cogliere di sua mano la rosa apertasi il giorno avanti.
Il Re ebbe un abbagliamento; gli parve che quella vecchina rugosa, con pochi capelli grigi, con quei vestiti stinti e a sbrendoli, si fosse improvvisamente trasfigurata in una bellissima giovane, fresca, sorridente, con folta chioma di oro... Fu un istante. Il Re si strofinò gli occhi e vide di nuovo la vecchina, curva e cenciosa, che tentava di baciargli, per ringraziamento, la mano.
E quale non fu la sua sorpresa, il giorno appresso, trovandola nella stanza del Reuccio! Il Re ne sentì gran dispetto.
- Chi vi ha fatto entrare qui?
- Nessuno, sono entrata da me.
- Qualcuno ha dovuto aprirvi l'uscio.
- Non occorreva. Io entro ed esco pei buchi delle serrature e anche a traverso i muri.
- Siete una Strega o una Fata?

- Strega che scioglie e lega,
Fata che sta celata,
Fata che scioglie e lega,
Strega che sta celata!

E la vecchina diè in un vivace scoppio di risa.
Il Re si credette beffato e fece atto di prenderla per le spalle e cacciarla via. Ma si accorse che la vecchina teneva un dito puntato su lo stomaco del Reuccio e che questi, secondo la pressione, si agitava più o meno fortemente da diritta a manca, da manca a diritta, e qualche volta stava fermo.
- Strega o Fata che siete, se guarite il Reuccio vi darò tanto oro quanto pesa.
- Ve ne posso regalare tre volte tanto, Maestà!
- Perdonatemi, Strega o Fata che siete. Ditemi almeno questo: che male è questo?
- È male di incantagione. L'incanto è qui dentro: una specie di cipollina. La tocco col dito, ma per tirarla fuori ci vuol la freccia di Freccia-Frecciaio, temprata al rovaio, ché al mondo non c'è il paio, di Freccia-Frecciaio.
- E dov'è la freccia...
- ...di Freccia-Frecciaio, temprata al rovaio, ché al mondo non c'è il paio?
- Sì, dov'è?
- Fate un bando, Maestà. Appena si saprà che qualcuno ha bisogno della freccia di Freccia-Frecciaio, temprata al rovaio...
- Sì, lo so - la interruppe il Re - ché al mondo non c'è il paio...
- Ebbene, giacché lo sapete, mandatelo a chiamare.
E la vecchina diè in un altro più vivace scoppio di risa. Intanto essa aveva tolto il dito dallo stomaco del Reuccio e questi aveva ripreso il suo movimento di pendolo, da diritta a manca, da manca a diritta, tic-tac, tic-tac!
Il Re si voltò e fece appena in tempo da vedere che la vecchina andava via pel buco della serratura.
- Maestà - pregò il Reuccio. - Fate subito il bando per la freccia di Freccia-Frecciaio...
- ...temprata al rovaio, ché al mondo non c'è il paio, di Freccia Frecciaio...
Il Re non avea potuto trattenersi di ripetere la filastrocca della vecchina, Strega o Fata che fosse.
E da lì a pochi giorni, uscivano dal palazzo reale, a cavallo di cavalli bardati riccamente, i banditori con le trombe d'argento.
- Bando di Sua Maestà! Sua Maestà dice: Si presenti Freccia-Frecciaio, con la freccia temprata al rovaio, ché al mondo non c'è il paio, di Freccia-Frecciaio!
Diventarono uno spasso per tutto il regno. Appena fatto: pèpè! pèpè! con le trombe d'argento, la gente attendeva le prime parole del bando, e faceva il verso ai banditori:
- La freccia di Freccia-Frecciaio...
E tutti:
- Temprata al rovaio!... ché al mondo...
- Non c'è il paio...
- Sì, sì... di Freccia-Frecciaio!...
Non la finivano più.
Da lì a un mese si presentarono dieci persone, armate di freccia:
- Agli ordini di Sua Maestà!
E ognuna di esse diceva:
Il vero Freccia-Frecciaio sono io; mi metta alla prova. Bisognava legare il Reuccio a un palo, col petto scoperto. Il Freccia-Frecciaio doveva scagliare la freccia, colpire e infilzare quella certa cipollina che produceva l'incanto. Era un punto. E se sbagliava? Il vero Freccia-Frecciaio non avrebbe sbagliato. Ma chi era il vero tra quei dieci furfanti che si erano presentati?
Il Re fece fare un fantoccio che rappresentava precisamente il Reuccio. Ordinò che lo legassero a un palo e con un po' di tinta :in nero segnò il punto da colpire.
- Chi sbaglia avrà tagliata la testa; chi indovina guadagnerà un tesoro.
Il primo che si presentò, sentito: - Chi sbaglia avrà tagliata la testa! - voltò le spalle e scappò via.
Il secondo, spavaldo, si impostò su le gambe, armò l'arco, tese il braccio, prese la mira, e, tutt'a un tratto, udito: - Chi sbaglia avrà tagliata la testa! - abbassò l'arco, voltò le spalle e scappò via anche lui.
Gli altri sette, visto che il Re diceva sul serio, se l'erano sgattaiolata zitti zitti. Rimaneva l'ultimo.
Si avanzò lentamente, armò l'arco, prese la mira, e prima che il Re terminasse di dire: - Chi sbaglia avrà tagliata la testa! - avea colpito proprio nel centro il punto segnato col nero; la freccia rimasta infilzata tremolava per l'urto.
- Ah! Questa è proprio la freccia...
- ...di Freccia-Frecciaio, temprata al rovaio, ché al mondo non c'è il palo, di Freccia-Frecciaio!
Chi aveva parlato dietro le spalle del Re?
Egli vide qualcosa che penetrava dal buco della serratura, qualcosa che da sottile sottile si gonfiava, si dilatava di mano in mano che si introduceva... Era la vecchina!
- Strega o Fata che siete, è questa la freccia del...
- ...Freccia-Frecciaio, temprata al rovaio, ché al mondo non c'è il palo? Sì, è questa.
Allora il Reuccio fu legato a un palo, col petto scoperto; Freccia-Frecciaio tese l'arco, prese la mira e dalla ferita prodotta dalla freccia venne fuori qualcosa nero nero, viscido, puzzolente che appestava... Era quel che aveva prodotto al Reuccio il movimento da diritta a manca, da manca a diritta, tic-tic, tictac, come un pendolo. Se non che, quando sciolsero il Reuccio dal palo, sembrava diventato di legno, tutto d'un pezzo; non poteva muovere braccia, né gambe, né collo, né lingua; soltanto gli occhi; e da essi si capiva che era vivo.
- Ah, Strega o Fata che siete! Che tradimento mi avete fatto!
Il Re si disperava, si strappava i capelli, piangeva come un bambino, vedendo il Reuccio ridotto in quel modo.
- Meglio ritorni come prima!
E prese in mano quella specie di cipolletta, nera nera, viscida, puzzolente, per introdurla nella ferita che ancora sanguinava.
Ma ecco che il Re si mette a fare il pendolo lui, tic-tac, tic-tac, da diritta a manca, da manca a diritta, senza poter riuscire a buttar via l'oggetto fatale.
- Ah, Strega...
E dava a manca.
- ...o Fata che siete!
E dava a diritta.
All'improvviso il Reuccio cominciò ad essere scosso da una convulsione di riso.
Agitava le braccia, scoteva le gambe e si vedeva la vecchina che gli faceva il solletico sotto la pianta dei piedi. Si rizzò con un balzo; nello stesso tempo il Re riuscì ad aprir il pugno, a buttar per terra la cipollina nera nera, viscida, puzzolente, e cessava - n'era tempo! - di dimenarsi; non ne poteva più!
E tutto questo, perché? Perché la Regina un giorno avea trovato nel giardino un anello smarrito dalla Fata e non avea voluto restituirglielo. La Fata si era vendicata, facendo quel maleficio al Reuccio; ma ora, pentita, era venuta a riparare. Inoltre, per compenso, disse al Reuccio:
- Ti darò in moglie la più bella Reginotta della terra! Bella quasi quanto me!...
Il Reuccio, udendo parlare la vecchina, stava per risponderle, sdegnato:
- Grazie, grazie!
Ma le parole gli rimasero in gola, vedendola diventare un'apparizione così bella che sembrava quasi luminosa!
E infatti, da lì a tre anni, il Reuccio sposò la Reginotta di Spagna, che poco ci mancava non sembrasse una Fata.
E il Freccia-Frecciaio, con la freccia temprata al rovaio?... Basta, per carità!
Ebbe in compenso tant'oro quanto pesava il Reuccio. Parola di Re non va indietro.

Larga la via, lunga la strada,
Fiaba finita, fiaba contata.


L'UCCELLINO CHE NON CANTA


C'era una volta un calzolaio ridotto, dalle disgrazie, fino a fare il ciabattino.
Aveva preso moglie tardi. Rimasto vedovo, con una creaturina appena spoppata su le braccia, era stato costretto a prendere una donna che badasse all'orfanella e alle poche faccende che occorrevano in casa.
La mattina, di buon'ora, egli andava attorno in cerca di scarpe vecchie da rabberciare; e appena rientrato, si metteva al lavoro.
Aveva comprato alla bambina un bel cestino perché imparasse a camminare. La voleva sotto gli occhi, davanti a l'uscio; ma quando la donna non poteva star là a sorvegliarla, per precauzione egli legava il cestino con una cordicella a un piede del deschetto, e stava tranquillo. La vista della bambina, che giocherellava, sorridente, con una collana di chicchi di vetro colorato, lo metteva di buon umore. Tirava gli spaghi e cantava; batteva la suola e cantava; piantava bullette nei tacchi e cantava.
Qualcuno gli domandava: - Ciaba, perché tenete la bambina su l'uscio?
- Il libro del Perché stampato ancor non è!
- E anche col cestino legato a un piè del deschetto!... O che temete? Che ve la rubino?
- Ne sa più un matto in casa propria che un savio in casa altrui. Lasciatemi lavorare.
Tirava gli spaghi e cantava; batteva la suola e cantava; piantava bullette nei tacchi e cantava.
- Ciaba, come mai non vi si secca la gola?
- Sarebbe troppo, caro amico. Ho già asciutta un'altra cosa.
- Che cosa, ciaba?
- La tasca! La tasca! Ora esco per vedere di rinfrescarla un pochino.
Faceva un fagotto delle scarpe acconciate e le riportava di casa in casa. Chi pagava, chi no:
- Ciaba, abbiate pazienza; tornate domani.
- È che allo stomaco non posso dire: Torna domani!
Che fare intanto? Si trattava di poveretti come lui. I signori non gli davano scarpe vecchie da rabberciare, non gli ordinavano scarpe nuove col pretesto che non avrebbe saputo contentarli.
La bambina che era nel cestino davanti a la bottega, sorvegliata dalla donna intenta a far la calza o a filare, appena scorgeva da lontano suo padre, batteva le manine, gli faceva festa. Sapeva che egli non tornava mai a mani vuote per lei. Infatti, coi pochi soldi guadagnati, innanzi tutto pensava a comprare qualche dolce o un giocattolino da regalare alla bambina, e poi a un po' di spesa per tutti, spesso pochina.
Così, come suol dirsi, sbarcava il lunario, felice di veder crescere di anno in anno la figliuola e di vederla divenire sempre più bella e di modi tanto gentili da non sembrare affatto una povera figlia di ciaba.
Ora le faccende di casa le faceva tutte lei. Lei disfare e rifare i due lettini, quello del padre e il suo; lei spazzare, rassettare le camerette del mezzanino sopra la bottega, due gusci di ovo; lei lavare i panni, stirarli; lei preparare il desinare, e la cena pure, quando c'entrava. E faceva tutto silenziosamente quasi fosse muta, tanto che il vicinato cominciò a chiamarla: l'Uccellino che non canta. È vero che il padre suppliva per lei.
Tirava gli spaghi e cantava, batteva la suola e cantava, piantava bullette nei tacchi e cantava.
- E vostra figlia, ciaba? Insegnate a cantare anche a lei.
- Canterà! Canterà!
- Quando, ciaba? Quando?

- L'Uccellino che non canta
Volerà su l'alta pianta;
Farà il nido in cima in cima...

- E poi?
- E poi?
Il ciabattino rideva, sornione, e aggiungeva:

- Non più zitto come prima!

Che se ne sapeva di tutto questo nella capitale del regno? Per ciò il Re, la Regina, gli alti personaggi di Corte erano angustiati per la grave malattia del Reuccio.
Dal giorno che il Re gli aveva detto: - Reuccio, dovete sposare la figlia del Re di Levante, - il Reuccio si era sentito prendere da un profondo senso di malinconia, e nemmeno lui sapeva perché. Si aggirava per le stanze del palazzo reale, con le mani dietro la schiena, con gli occhi che guardavano e non vedevano e parevano fissi lontano lontano.
Il Re e la Regina gli andavano dietro: - Reuccio, che vi sentite? - Reuccio, che desiderate?
- Non mi sento niente, Maestà; non desidero niente!
Mangiava poco, dormiva pochissimo, dimagriva a vista d'occhio. Dovette mettersi a letto perché non si reggeva più in piedi. Il Re e la Regina insistevano: - Reuccio, che vi sentite? - Reuccio, che desiderate?
- Non mi sento niente, Maestà; non desidero niente!
Un giorno che pareva dovesse spirare, tutt'a un tratto, disse:
- Voglio l'Uccellino che non canta!
E non gli si poté cavar altro di bocca.
Grande costernazione nella Corte. Dove trovare l'Uccellino che non canta? Furono spediti valenti cacciatori per tutti i boschi del regno con reti, retoni, retini, casotti da paretaio. Altri ne partìrono volontariamente per tentar di guadagnarsi la grande ricompensa promessa dal Re a colui che avrebbe acchiappato vivo e portato a palazzo reale l'Uccellino che non canta.
Banditori a cavallo, a suon di tromba, andavano di città in città, fin nei più remoti villaggi:
- Chi acchiappa vivo e porta a palazzo reale l'Uccellino che non canta, sarà fatto Principe, e avrà un castello e un dominio in regalo!
Allorché i banditori arrivarono nel paesetto del ciaba, la gente, ridendo, gli disse:
- Ehi, ciaba! Avete sentito? Che fortuna! Voi solo possedete l'Uccellino che non canta: mettetelo in una gabbia e portatelo a palazzo reale. Sarete fatto Principe e avrete un castello e un dominio in regalo!
Il ciaba rise anche lui, e riprese a lavorare e a cantare... Chi gliel'aveva insegnata quella canzonetta? Non se ne rammentava; gli era spuntata nella mente, come un fungo, e non l'aveva dimenticata più.
Quella nottata non gli riuscì di prender sonno; gli ronzava dentro la testa, come se qualcuno gliela cantasse sottovoce là dentro:

L'Uccellino che non canta
Volerà su l'alta pianta;
Farà il nido in cima in cima,
Non più zitto come prima!
- E se si tratta del mio Uccellino che non canta?
Rifletté un po', si diè del matto, e uscì al solito, di buon'ora, in cerca di scarpe vecchie da rabberciare. Tutti lo canzonavano:
- Ehi, ciaba! Che fortuna! È vero che metterete in gabbia e porterete a palazzo reale il vostro Uccellino che non canta?
Se lo sentì ripetere tante volte, che una sera disse alla figlia:
- Questa notte partiremo!
La ragazza non domandò: - Per dove? Perché? - Indossò, come le aveva ordinato il padre, il vestito nuovo, di mussola celeste con fiorellini rosei, che le stava tanto bene, e a mezzanotte fu pronta.
Il ciaba volle partire non visto da nessuno dei suoi compaesani.
Camminarono otto giorni, sempre a piedi, riposandosi la notte in piena campagna, e giunsero alla porta della capitale, stanchi e affamati perché l'ultimo giorno avevan finite le scarse provviste.
Il ciaba non volle perder tempo, e condusse la figlia davanti al portone del palazzo reale.
- Che cercate, bon omo?
- Vorrei parlare con Sua Maestà il Re.
- Tornate domani. Sua Maestà oggi è occupata.
Quella guardia lo aveva creduto matto. Ma il ciaba non si diè per vinto.
- È cosa d'urgenza. Ho qui l'Uccellino che non canta.
Sentito che c'era un pover'uomo con l'Uccellino che non canta, il Re si affrettò a dar ordine che lo facessero salire su, e tutta la Corte fu sossopra, dalla gran curiosità di vedere il fortunato mortale che era riuscito a prendere l'Uccellino che non canta.
Il Re e la Regina, visti entrare quei due che guardavano stralunati, domandarono ansiosamente:
- Dunque?... Dunque?...
- Ecco qua, Maestà, l'Uccellino che non canta!
Parve che nella gran sala fosse scoppiato un tuono, tanto fu forte il grido d'indignazione del Re, della Regina e di tutte le persone presenti.
Il ciaba e la figlia, per ordine del Re, furono presi, legati e gettati in fondo a un carcere. Soltanto per riguardo alla giovinezza della ragazza non vennero giustiziati là per là.
Il Re e la Regina entrarono nella camera del Reuccio.
- Reuccio, come vi sentite?
- Reuccio, che desiderate?
Il Reuccio stava col capo abbandonato sui guanciali, mezzo trasognato, col viso infiammato dalla febbre, credette il Re; con la mente in delirio, credette la Regina. Balbettava:
- L'hanno già preso! L'hanno messo nella gabbia!
E sorrideva, beato.
- Tra giorni l'avrò qui l'Uccellino che non canta! L'hanno già preso! L'hanno messo nella gabbia!
Il Re e la Regina si sentivano spezzare il cuore.
Intanto il povero ciaba si struggeva in lacrime nel fetido carcere dov'era stato rinchiuso insieme con la figlia. Questa però se ne stava seduta in un cantuccio, zitta, come se niente fosse stato. Il carceriere era stupito del contegno di lei. E disse al padre:
- Chi vi accecò da farvi beffe del Re?
- Volevano... - i singhiozzi gli impedivano la parola. - Volevano l'Uccellino... l'Uccellino che non canta, e... l'Uccellino che non canta... è questa qui!
Il carceriere si presentò al Re:
- Maestà, o quell'omo è pazzo, o dice la verità. Egli giura e spergiura che sua figlia si chiama l'Uccellino che non canta!
Il Re rimase sconvolto da questa notizia, e ne mise a parte la Regina.
- Che, Maestà? Voi permettereste che il Reuccio sposasse quel verme di terra?
- È bella, si chiama l'Uccellino che non canta, e può dare la salute e la vita al nostro figliuolo. Almeno proviamo: facciamogliela vedere!... Se si ottiene...
La Regina non lo lasciò finire e gli voltò le spalle.
Il Re pensò:
- La notte porta consiglio.
E andò a letto, risoluto di prendere una decisione domani. La mattina, appena alzatosi, fece chiamare il carceriere.
- Maestà - disse questi. - Il vostro ordine è stato subito eseguito: strozzati tutti e due, padre e figlia!
Nello stesso momento si udirono pianti e grida per tutta la reggia.
- Il Reuccio è morto! Il Reuccio è morto!
- Ah, donna scellerata! - urlò il Re, comprendendo che l'ordine di morte era stato dato dalla Regina.
E se non. l'avessero trattenuto, l'avrebbe passata da parte a parte con la spada furiosamente cavata dal fodero. La uccise in poco tempo il rimorso di aver cagionato, con un impeto di stolta superbia, la morte del figlio.
Il Re volle che nella stessa tomba del Reuccio fosse pure seppellito l'Uccellino che non canta.
- Non han potuto essere uniti da vivi, saranno uniti, e per sempre, da morti!
Ma doveva avverarsi la canzone del ciaba:

L'Uccellino che non canta
Volerà su l'alta pianta;
Farà il nido in cima in cima,
Non più zitto come prima!

Mentre si celebravano i funerali, ecco una vecchietta che si fa largo tra la folla, gridando:- Maestà! Maestà!
Non riuscirono a trattenerla, finché non giunse al cospetto del Re.
- Che fate, Maestà? Non sono morti, dormono!
Infatti i due cadaveri sembravano proprio addormentati.
- Reuccio, su! Uccellino che non canta, su!
E furono visti rizzarsi, strofinandosi gli occhi, come chi è ancora mezzo insonnolito.
Quella vecchietta era la donna che aveva custodito, bambina, l'Uccellino che non canta. La ragazza la riconobbe e voleva abbracciarla; ma essa - una Fata! - diè un bagliore di luce vivissima e sparve nell'aria.
E il ciaba? Si destò anche lui, strofinandosi gli occhi, come chi è ancora mezzo insonnolito. Venne ad annunciarlo il carceriere tutto spaventato del fatto.
Il Re unì le mani del Reuccio e dell'Uccellino che non canta, e disse:
- Siete marito e moglie!
E il ciaba fu fatto Principe ed ebbe in regalo un castello.

Vissero tutti felici e contenti...
E c'è chi tira la vita coi denti!


I DUE PORTENTI


C'era una volta un contadino che aveva due bambini. Al primo aveva messo nome Zappa e all'altro Falce. La gente gli diceva:
- Zappa? Falce? Ma son nomi da donna!
- Il nome non vuol dir niente. A me basta che mi intendano quando li chiamo. Ecco: Falce!
E il ragazzo, che aveva appena dieci anni, accorreva:
- Babbo, che vuoi?
- Ecco: Zappa!
E l'altro ragazzo, che aveva dodici anni, accorreva:
- Babbo, che vuoi?
La gente rideva di quella stranezza; ma il contadino, sornione, esclama:
- Rido meglio io, quand'è la stagione.
Infatti, quando era il mese in cui bisognava zappare il terreno per preparare la seminagione, il contadino si sedeva su un gran sasso davanti a la porta della sua rustica casetta, e gridava:
- Zappa, all'opra! Zappa!
E il ragazzo cominciava a far l'atto di zappare, alzando e abbassando le braccia, quasi avesse in mano il manico dell'arnese di cui portava il nome: e le zolle gli si sollevavano, gli si rivoltavano davanti meglio assai di come sarebbero state sollevate e rivoltate dalle zappe di una dozzina di uomini. In meno di un'ora, il campo era bell'e preparato.
La gente si meravigliava.
- Compare, avete lavorato tutta la nottata?
- Badate ai fatti vostri.
Il seminato era già maturo. Le spighe, ripiene di chicchi di grano, piegavano la testa.
- Compare, avete bisogno di mietitori?
- Grazie! Faccio da me.
Il contadino, una mattina, si sedeva su un gran sasso davanti a la porta della sua rustica casetta, e gridava:- Falce, all'opra! Falce!
E l'altro ragazzo cominciava a far l'atto di mietere, movendo le braccia quasi avesse in pugno il manico dell'arnese di cui portava il nome; e il seminato gli si abbatteva davanti, di qua e di là, meglio assai di come sarebbe potuto accadere per opera di una dozzina di mietitori.
La gente si meravigliava:
- Compare, avete lavorato tutta la nottata?
- Badate ai fatti vostri.
Come mai quell'uomo riusciva a far tutto da sé? I due ragazzi non potevano dargli nessuna mano di aiuto, anche perché erano gracili e delicati da non sembrare contadini.
La cosa giunse all'orecchio del Re che diè ordine gli conducessero davanti quell'uomo e i suoi due figli.
- Dimmi (e non mentire; ci va della tua testa!) in che modo tu riesci a coltivare il tuo campo da te?
- Maestà, con zappa e falce si fa tutto in campagna. Ma tu, a quel che ne so, non hai né zappa né falce. Questi è Zappa, e questi è Falce.
E indicò i due ragazzi, accarezzandone con le mani le teste. Se :non che, sbadatamente, indicò Falce per Zappa e Zappa per Falce.
Il Re si sentì canzonato. Pure frenando lo sdegno domandò:
- E come fai per adoperarle?
Dico: Zappa, all'opra! Zappa! Dico: Falce, all'opra! Falce!
- Bene. Tu intanto vai in carcere finché non avrò fatto la prova. I ragazzi li tengo qui, nel palazzo reale.
Il contadino si lasciò condurre in carcere, come se nulla fosse stato; e i ragazzi si misero a fare il chiasso col Reuccio e con la Reginotta, che avevano la stessa età di loro.
Il Re una mattina fece scendere in giardino il Reuccio, la Reginotta e i due fratelli Zappa e Falce, che il Reuccio e la Reginotta volevano sempre con loro. Il Re disse a questi:
- Attenti! Vedrete un portento! Zappa, all'opra! Zappa! Falce, all'opra, Falce!
Come se avesse parlato al muro! Falce non si mosse; Zappa non voltò neppure la testa! Il Reuccio e la Reginotta si misero a ridere vedendo la faccia delusa del Re.
Uno dei Ministri, per ordine del Re, andò dai contadino che se ne stava sereno in carcere, in attesa di essere liberato.
- Sua Maestà ha ordinato ai tuoi figli: Zappa, all'opra! Zappa! Falce, all'opra! Falce! Ed essi son rimasti tranquilli come se non avesse parlato a loro.
- Gli ordini devo darli io. Mi faccia sapere Sua Maestà se ha bisogno di Zappa o di Falce, ed io lo servirò subito.
- Di Falce.
E, intanto, ingannato dall'indicazione sbagliata del contadino, aveva messo Zappa davanti a una stesa di fieno da mietere. Si udì dal carcere il grido: Falce, all'opra! Falce!
E che si vide? Zappa rimase inerte, con le braccia penzoloni, e Falce che agitava le sue e abbatteva nel giardino reale tutto quel che gli si presentava davanti: fiori, piante, alberetti, alberi, ogni cosa; una vera distruzione! Il Reuccio e la Reginotta scapparono, gridando, atterriti.
Il Re credé che ciò fosse avvenuto per malignità del contadino, e gli mandò a dire con uno dei Ministri:
- Domani sarai impiccato.
- Grazie tante! - rispose il contadino.
- La prendi in burletta? Domani sarai impiccato.
- Eccellenza, quel che fa Sua Maestà è sempre ben fatto. Per ciò ripeto: Grazie tante!
- Dei figli non ti dài pensiero? Avessero almeno la mamma! Tua moglie è morta da un pezzo?
- Non ho avuto mai moglie, Eccellenza!
- E quei due ragazzi dunque?...
- Li ho trovati in una cesta dietro l'uscio. Chi sa di chi sono? Se Sua Maestà li vuole, glieli regalo.
Il Re disse:
- Costui è matto!
E ordinò che lo mettessero in libertà.
- Prima di uscire di qui, devo parlare col Re.
- Verrai al palazzo reale.
- Prima di uscire di qui, devo parlare col Re.
Vista l'ostinatezza del contadino, il Re andò al carcere. Che poteva voler dirgli quel matto?
- Maestà, quei due ragazzi non sono uomini vivi.
Il Re si mise a ridere.
- Ecco questi due oggettini di argento: una zappa e una falce. Per farvi obbedire da essi, prima di dare un ordine: «Zappa, all'opra! Zappa! Falce, all'opra! Falce!» bisogna prendere in mano uno di questi arnesi: se no, quelli non si muovono.
Il Re, credendo che tutto questo fosse una stranezza da matto, si mise a ridere più forte.
- E chi li ha fatti quei fantocci, giacché non sono uomini vivi?
- Li ha fatti il Mago, mio padrone. Egli è morto e son rimasti a me.
Il Re allora volle far la prova. Mandò a chiamare Zappa e Falce, e ordinò:
- Zappa, all'opra! Zappa!
Zappa non si mosse.
- Falce, all'opra! Falce!
Falce non si mosse.
Presa poi in mano la zappettina d'argento, tornò ad ordinare:
- Zappa, all'opra! Zappa!
E fu una meraviglia. Il ragazzo cominciò ad alzare e abbassare le braccia quasi avesse in mano il manico dell'arnese di cui portava il nome, e in men che non si dica il suolo di quella stanza fu sossopra. Il Re non sapeva dove riguardarsi i piedi.
- E per farlo smettere? - domandò.
- Lasciate andare la zappetta d'argento.
Infatti, tutt'a un tratto, Zappa cessò di lavorare. Non occorse far la prova con Falce.
Visto che quel contadino non era un matto, il Re gli disse: - Chiedi quel che vuoi; e ti sarà concesso.
- Non chiedo niente. Me ne vado dal mio padrone.
Si allungò, ondeggiò quasi fosse stato di fumo e dileguò dalla grata del finestrino del carcere.
Il Re si convinse che il Mago era lui, il contadino. E tornato a palazzo reale fece un decreto:
- Chi vuole Zappa, chi vuole Falce, faccia richiesta al Re: gli saranno concessi.
Voleva che coloro che avevano campi da zappare e da falciare godessero di quel benefizio.
Da principio la gente diffidò, quantunque vedesse coi propri occhi il portentoso lavoro di Zappa e di Falce. Poi uno, poi due, poi dieci, venti proprietari di campi si decisero; si contendevano Zappa, si contendevano Falce, secondo le stagioni. E i poveri zappatori, i poveri mietitori trovavano a stento da lavorare perché Zappa e Falce facevano meglio e più presto di loro. Nacquero dei tumulti.
- Morte a Zappa! Morte a Falce!
E una mattina, cerca e chiama: - Zappa, o Zappa! Falce, o Falce! - i due fratelli erano spariti, non si seppe mai come, né dove. Ma la fiaba dice:

Zappa e Falce torneranno
Zapperanno e falceranno;
Falceranno, zapperanno
Tutto l'anno!


LA PIANTA DELLA PAROLA


C'era una volta un Principe che aveva una figlia bellissima, diventata muta tutt'a un tratto, dopo un gran spavento. Le si era paralizzata la lingua e il padre avea tentato inutilmente tutti i mezzi per farle riacquistar la parola. La Principessina, da prima, aveva pianto notte e giorno per quella disgrazia. Fino a otto anni, era stata la delizia dei parenti, degli amici con la fanciullesca parlantina e con la vocina da usignolo quando si divertiva a cantare. Ora faceva pena a vederla rispondere coi gesti, con gli sguardi, con una specie di mugolio talvolta.
A poco a poco, però, si era rassegnata; e raramente si spazientiva quando non riusciva subito a farsi capire.
Per distrarsi, passava le giornate nel giardino del palazzo paterno, cogliendo fiori, facendone mazzi e corone che erano un portento per l'intreccio dei colori, coltivando le piante che il Principe faceva venire da lontani paesi, a fine di procurarle distrazioni sempre diverse.
Non c'era giorno che non arrivassero nuove piante, o nuovi rami, o nuovi bulbi di fiori. La Principessina non voleva che il giardiniere vi mettesse le mani. Lei sceglieva i vasi, lei preparava il terriccio, lei coltivava le aiuole. Non aveva altro svago.
Ed ecco che un giorno giunge, non si sapeva da chi mandata né da qual paese, una cesta con dentro un rustico vasettino di terracotta dov'era una piantina che aveva messo soltanto le prime foglie. La Principessina fu presa da sùbita simpatia per questa pianticella le cui foglie non somigliavano a nessuna di quelle delle moltissime piante da lei possedute. Avevano il colore e la trasparenza dello smeraldo, fine, dentellate. La sera, dopo il tramonto del sole, si accartocciavano, e la mattina, allo spuntar dell'aurora, si distendevano a poco a poco, quasi si svegliassero e si stirassero deliziosamente; proprio come faceva lei appena saltata giù dal letto.
Era già cresciuta una spanna, con parecchi rami e foglioline fitte fitte. Alla Principessina parve che dovesse ormai trovarsi a disagio nel vasetto di terracotta con tanta poca terra; e una mattina, preparando un bel vaso di maiolica, da sostituire a quello, ella cominciò a parlare interiormente con la pianticina, quasi la reputasse una creatura vivente:
- Ora ti trapianterò in questo bel vaso; vi starai meglio, crescerai più presto e presto fiorirai. Farai magnifici fiori, è vero? Vedi come ti rimescolo la terra? Frolla frolla, perché l'aria vi circoli, e l'acqua la inzuppi bene.
Edicendo preparava il vaso di maiolica e, di tratto in tratto, guardava, sorridendo, la pianticina che distendeva le sue foglie per godersi la luce. Aveva fatto nel centro del vaso una buca per poter incastrare nel terriccio quello dell'altro vasettino di terracotta che ella stava per spezzare, quando le parve che la pianticina le dicesse sottovoce:
- Lasciami star qui! Lasciami star qui!
- Perché? - domandò mentalmente, punto maravigliata di sentirla parlare.
- Perché! Lasciami star qui!
Da quel giorno in poi la Principessina fu vista rimanere ore e ore davanti a quella pianticina, in grandissima ammirazione, pareva; e suo padre, che spesso la sorvegliava di nascosto, notò che la povera muta faceva gesti, mosse e prendeva atteggiamenti di persona che stesse a conversare con qualcuno, quantunque non articolasse sillaba, né mandasse fuori neppure un mugolio.
- Quella pianta - egli pensò - deve emanare effluvi cattivi, che possono turbare la ragione della Principessa! Non ha mai fatto niente di simile con tante altre non meno belle né meno rare di questa.
E ordinò al giardiniere:
- Questa notte, prendi quel vasetto e buttalo con tutta la pianta fuor del muro di cinta del giardino.
Nella nottata, il Principe sentì gridare: Ahi! Ahi! Ahi!
Accorse, e trovò il giardiniere che si contorceva con le mani bruciate quasi avesse toccato carboni ardenti.
- Che è stato?
- Quel maledetto vaso, Eccellenza! Ahi! Ahi!
Il vaso era cascato per terra e si era incrinato; per fortuna la pianticina non aveva sofferto.
- Rimettilo a posto... - ordinò il Principe.
- Fossi matto, Eccellenza! Non vede le mie mani? Ahi! Ahi!
Il Principe si chinò, prese con un po' di cautela il vasetto e lo rimise su lo zoccolo di marmo dov'era. Non sentì bruciore, né niente. E la mattina, stette a osservare la Principessina, nascosto dietro un albero, appena ella scese in giardino. Faceva gesti, mosse, sorrisi, quasi la piantina le raccontasse quel che le era accaduto nella nottata, e sùbito si mise a ridere a ridere, a batter le mani, contenta, soddisfatta. Pareva che dicesse:
- Ben gli stia! Ben gli stia!
Il Principe era maravigliato e nello stesso tempo atterrito.
- Ah! Quella pianta doveva certamente emanare cattivi influssi da turbar la ragione della povera Principessina! Bisognava distruggerla, a ogni costo.
Pensa e ripensa, non trovò altro di meglio che andar a consultar un vecchio Stregone a cui tutti ricorrevano, anche da paesi lontani. Non sapeva come chiamarlo. Mago? Stregone? Per non offenderlo, si risolse a chiamarlo: Nonno. Era vecchio, vecchissimo, e taluni affermavano che aveva mille anni!
- Non sono tuo Nonno; dovresti saperlo!
Alla brusca interruzione, il Principe mutò tono.
- Mago, buon Mago, vi prego...
- Non sono Mago; lascia andare! ...
- Stregone, potente Stregone...
- Non sono Stregone! Tu chiacchieri troppo! Dimmi, alla spiccia, quel che desideri.
- Questo, questo e questo.
Ed espose minutamente ogni cosa. Infine, bisognava distruggere quella malefica pianta!
- Ho inteso! Ho inteso! Manderò Ròsica-Ròsica. Lascialo fare.
- Chi è Ròsica-Ròsica?
- È un verme nero, peloso, con cento gambe, grosso quanto il tuo mignolo. Lascialo fare. Dàgli tempo otto giorni.
Infatti il Principe si accorse del lavoro di Ròsica-Ròsica fin dalla mattina dopo. Se non che aveva cominciato a rodere dalla parte del giardino opposta a quella dove si trovava la malefica pianta. Il giardiniere era desolato di quella distruzione di piante, di fiori, di aiuole. D'onde passava la bocca divoratrice di Ròsica-Ròsica, foglie, cesti, tralci, sparivano!
Un giorno, due giorni, tre giorni; non c'era verso di arrestare la potenza devastatrice di quel bruco nero, peloso, con cento gambe, che si aggricciava, si stendeva, si sollevava ad arco, e rodeva, rodeva, senza fermarsi mai! La Principessina vedeva quella desolazione; ma sembrava che non se ne rattristasse e che non temesse niente per la sua cara pianticina. Stava, al solito, seduta accanto allo zoccolo di marmo su cui il vaso di essa era posto, e, dopo di averla ripulita, scalzata, annaffiata - era possibile? il Principe ci perdeva la testa! - ricominciava a far brevi gesti, mossettine, e prendeva atteggiamenti di persona che stesse a conversare con qualcuno, quantunque non articolasse sillaba, né mandasse fuori neppure un mugolio.
Siccome ella era muta, sì, ma non sorda, il Principe un giorno uscì dal suo nascondiglio, e, a bruciapelo, le domandò:- Figliuola mia, con chi tu parli?
La Principessina fece un gesto negativo con la testa e con le labbra.
- E non ti piange il cuore davanti alla distruzione di tante tue belle piante, di tanti magnifici fiori?
La Principessina fece una spallucciata da indifferente, come se tutte quelle belle piante, tutti quei magnifici fiori, già coltivati con le sue mani, non la riguardassero punto.Il Principe stava per dirle:
- Ma Ròsica-Ròsica arriverà anche qui, su la tua pianta!
Tacque, per non anticiparle questo dolore. Quella sera, la Principessina assistette, sorridendo, all'addormentarsi della pianta che accartocciava le foglie di mano in mano che la luce mancava, e, più tardi, se n'andò a dormire tranquillamente anche lei.
All'alba, il Principe scese in giardino per accertarsi se Ròsica-Ròsica avesse distrutto la piantina maledetta. Trovò Ròsica-Ròsica che girava torno torno su l'orlo del vasetto, allungava il collo, inarcava il dorso, ma non osava di intaccare neppure una foglia. All'ultimo si lasciò cascar giù e, allungandosi e accorciandosi frettolosamente, si allontanò e disparve.
In quel momento, il Principe, se avesse avuto tra le mani lo Stregone, lo avrebbe strozzato! Tutto quel guasto del giardino se lo sentiva nel cuore. E andò a lagnarsi di Ròsica-Ròsica.
- Mi ha distrutto il giardino, lasciando intatta la pianta per cui era mandato.
- Povero Ròsica-Ròsica! È morto d'indigestione!
- E quella pianticina, dunque?...

- È rimasta sola sola:
È la pianta della parola,
Non ha lingua, non ha denti,

Il Principe non poté capire le ultime parole che lo Stregone biascicò tra gli ispidi baffi e la barba; e tentò invano di ottenere qualche altra risposta. Arrabbiatissimo, mulinava per istrada quel che avrebbe dovuto fare appena arrivato a casa. Gli pareva che quella pianta gli avesse quasi rubata la figlia, tanto stava occupata da mattina a sera con essa! Non badava ad altro che a ripulirla dalle foglie secche, a scalzarle il terriccio attorno al tronco, a innaffiarla, a ripararla dal sole nelle ore calde, e poi, là, seduta accanto allo zoccolo di marmo su cui il vaso era posato, a far gesti, mosse, sorrisi, risate come una matta, quasi parlasse con qualcuno invisibile. Era davvero la pianta, già venuta su prosperosa con quelle foglie verdi e trasparenti come lo smeraldo, fine, dentellate, e che non somigliavano affatto a quelle di nessun'altra pianta; era, dunque, la pianta che ragionava con lei, la pianta della parola, secondo il detto dello Stregone?
Sarebbe andato difilato nel giardino se non avesse trovato al portone due signori che desideravano parlare con lui. Venivano da parte di un Principe di sangue reale, che chiedeva pel giovane suo figlio la mano della Principessina.
- Disgraziatamente, è muta!
- Il giovane lo sa; e dice: Meglio così!
Il Principe volle interrogare sùbito la figlia.
La Principessina non lo lasciò neppure finir di parlare, e coi gesti, e con gli sguardi, con le mosse di tutta la persona, con lunghi mugolii di sdegno gli fece intendere:- No! No! No!
Al Principe scappò la pazienza. Si slanciò contro la pianta, l'afferrò per la cima con le due mani e cominciò a sbattere il vaso per terra.
- Babbo, che fai? Babbo, che fai?
La Principessina, dallo spavento, avea ricuperata la parola; e urlava, tentando di trattenere le braccia del padre.
Il vaso di terracotta era andato in frantumi, ma le radici della pianta si allungavano, si dilatavano; i rami e le foglie prendevano forma di vestiti. Da li a poco, il Principe si trovò a stringere nei pugni i capelli d'oro di un bel giovane, il quale si rizzava in piedi, e, lasciato libero, faceva, sorridendo, un gentilissimo inchino alla Principessina e le baciava una mano.
- Sai, babbo? Sai?...
La Principessina pareva che volesse rifarsi tutta in una volta di tanti anni di mutismo.
- Sai, babbo? Sai?...
E raccontava, interrompendosi con quel: «Sai, babbo? Sai?» in che modo il bel giovane, che era Principe anch'esso, saputa la disgrazia di lei, se n'era profondamente addolorato; e aveva chiesto alla Fata sua madrina... «Sai, babbo? Sai?». E il Principe si era rassegnato ad esser cambiato in pianta per riuscire a guarirla dalla mutezza... «Sai, babbo? Sai?» Non sapeva frenarsi; parlava, parlava, parlava; e pareva che ogni sua parola fosse un sorriso, uno scoppio luminoso.
Si sposarono e furono felici.

Larga la foglia, stretta la via,
Dite la vostra, ho detto la mia.



LA VECCHINA


C'era una volta una vecchina piena di malanni da essere ridotta a chieder l'elemosina, se non voleva morir di fame. In:fatti ogni giorno, coperta d' miseri cenò che erano tutta la sua ricchezza, andava per le vie, curva, reggendosi a un bastone, e con voce fievole e lamentosa, diceva:
- Fate la carità a una povera vecchia! Fate la carità!
Picchiava alle porte delle case, si fermava davanti ai negozi e alle botteghe, stendeva la mano ai passanti, e raccoglieva tanto da sostentarsi uno o due giorni.
Accettava tutto: fette di pane, pezzetti di cacio, frutta, erbe, un pugno di noci, o di fave, o di lenticchie; ogni cosa. Ma se qualcuno, credendo di far meglio, voleva darle un soldo, la vecchina rispondeva:
- Questo no; grazie! Non posso accettarlo.
- Perché? Non è mica falso.
- Perché!
Non aggiungeva altro; e si allontanava quasi quel soldo le mettesse paura.
Il fatto era strano, che parecchi insistevano a posta per farglielo prendere, o avere almeno la spiegazione del costante rifiuto.
- Perché? Non è mica falso.
- Perché!
Nessuno aveva potuto strapparle mai una risposta diversa. Quando aveva fatto la sua piccola raccolta, tornava a casa (se si poteva dir casa il tugurio dove abitava), chiudeva la porta, e non usciva fuori fino al giorno dopo. Sembrava che volesse evitare la luce e l'aria.
Inutilmente, nelle belle giornate, la facciata e il tetto del tugurio erano inondati di sole. Le vicine si mettevano a lavorare, a chiacchierare, a preparare nella via, su fornellini di creta, il desinaretto delle loro famiglie; e non sapevano persuadersi come mai la vecchina non sentisse il bisogno di ristorarsi col buon tepore che non costava niente, mentre l'umido di quella specie di tana e il tanfo di rinchiuso dovevano agghiacciarle il corpo e mozzarle il fiato.
I ragazzi, istigati anche dalle mamme, andavano a picchiare alla sua porta:
- Comare! O comare!
E non ricevevano nessuna risposta, come se là dentro non ci fosse anima viva. Eppure l'avevano vista rientrare, curva, appoggiata al bastone, col grembiule ricolmo della carità ricevuta.
- Comare! O comare! Uscite a godervi questa occhiata di sole!
E picchiavano più forte, armati di sassi. Ma non ricevevano nessuna risposta; come se là dentro non ci fosse anima viva.
La curiosità delle vicine diveniva più intensa nelle giornate che la vecchia rimaneva tappata in casa, perché il giorno avanti aveva raccolto tanto da non sentir bisogno di ritornare a chiedere l'elemosina.
Andavano a picchiare alla porta del tugurio.
- Comare! O comare! Vi sentite male? Vi occorre qualcosa?
E si allontanavano indispettite contro la vecchiaccia che non si curava di loro e non rispondeva neppure: Grazie! come, almeno, avrebbe dovuto.
La mattina dopo, vedendola uscire coperta dei soliti miseri cenci, curva, appoggiata al bastone, la rimproveravano:
- Ieri vi abbiamo chiamata più volte, credendo che steste male!
- Ho l'udito duro, molto duro.
- Ora però sentite bene.

- Sento e non sento,
Parole al vento!

- Che intendete dire?
- Niente... Fate la carità a una povera vecchia! Fate la carità!
E andava via curva, appoggiandosi al bastone, lasciando le comari più curiose e più deluse di prima.
Nessuno sapeva chi fosse né donde fosse venuta. Anni addietro l'avevano vista comparire con indosso gli stessi stracci, curva, appoggiata al bastone, coi capelli bianchi e la faccia piena di rughe. Ed era rimasta tale e quale, quasi gli anni non le si aggravassero su le spalle, e i guai e la miseria non avessero presa su di lei.
Ciò contribuiva ad accrescere la curiosità delle vicine. Parecchie di esse, che all'arrivo della vecchia erano bambine, con le vesti corte e le trecce dietro le spalle, ora non si sapevano dar pace di vedersi coi capelli bianchi, col viso pieno di grinze, con pochi denti in bocca, mentre colei, in tanti anni, non aveva fatto nessun cambiamento.
- Comare, che adoperate per mantenervi così?
- Adopro un po' di...
E le ultime parole le morivano su le labbra.
- Come avete detto, comare? Adopro un po' di...
E le ultime parole, quasi lo facesse a posta, le morivano su le labbra.
Una, rabbiosa di vedersi più vecchia assai di quella, quantunque avesse molti anni di meno, disse alle altre:
- Costei deve possedere chi sa che polveri o unguenti per preservarsi di invecchiare. Non può essere diversamente.
- È vero! È vero! - risposero le altre.
- Scassiniamo la sua porta mentre essa va attorno a chiedere l'elemosina, e prendiamoci un po' delle polveri, o degli unguenti che troveremo là dentro.
Non ebbero bisogno di scassinare la porta. Quella mattina, caso insolito, la vecchia aveva dimenticato la chiave nella serratura, e le più ardite poterono penetrare nel tugurio, mentre tre di esse stavano, in vedetta, alla cantonata, per avvertirle della comparsa della vecchia in fondo alla via.
Là dentro invece di tanfo, odore delicato, acutissimo, che dava alla testa; invece di umido, tepore che produceva una dolce sensazione di benessere. Pareti coperte di muschi che le faceva:no apparire vellutate; pavimento con uno strato di paglia trita, dove i piedi affondavano deliziosamente, e non una seggiola, :non un tavolino, non un letto. In un angolo, per terra, due piatti di stagno e due brocchette di vetro con dentro un liquore che, certamente, non era vino, quantunque ne avesse l'apparenza.
- Gustalo prima tu!
- No, tu: io lo assaggio dopo.
- Lasciate fare a me.
E la terza ne bevve un sorsettino.
- Delizioso!
Si leccava le labbra. Allora bevvero anche le altre. Provarono uno stordimento, un'eccitazione, un senso di leggerezza e si sentirono trasportate attorno, per aria, mandando fuori un ronzio simile a quello delle mosche; sbattevano le teste alle pareti, alla volta, come le mosche sui vetri chiusi di una finestra, e non trovavano l'uscita. Finalmente parvero buttate fuori per le spalle; la porta si richiuse dietro ad esse.
Accorsero quelle che stavano alla vedetta.
- Dunque?
- Dunque che cosa?
- Avete trovato?
- Che dovevamo trovare? Vi fate beffa di noi? Voialtre, invece!
Non ricordavano niente e si accapigliarono dandosi schiaffi, pugni, graffi, strappate ai capelli, senza che nessuna di loro capisse perché. All'ultimo si guardarono in viso, scoppiarono a ridere, e tutte fecero lo stesso gesto portando l'indice, ritto, davanti alla punta del naso; avevano visto comparire la vecchia in fondo alla via. Veniva curva, appoggiandosi con una mano al bastone, e reggendo con l'altra il grembiule straordinariamente ripieno di roba.
- Ah! Quanto ben di Dio! - le disse una delle vicine.
- Ve lo mangerete da sola, comaruccia? - soggiunse un'altra.
- Ne dò a chi non ne vuole; a chi ne vuole no.
- Io non ne voglio!
- E neppure io!
- Io nemmeno!
Intanto le si affollavano attorno stendendo le mani.
- Giacché non ne volete...
E la vecchia fece due passi in avanti.
- Ne vogliamo! Ne vogliamo!
- Ma io vi ho detto: A chi ne vuole, no!
E la vecchia fece altri due passi in avanti. Sembrava di buon umore quella mattina; mai si era fermata a ragionare a lungo con loro.
- Via! - disse. - Ne darò a chi ne vuole e a chi non ne vuole.
Buttò il bastone per terra e con la mano rimasta libera cominciò a frugare nel grembiule, mormorando:

- Se ne vuoi o non ne vuoi,
Bada meglio ai fatti tuoi...

Questo è per te...

- Se ne vuoi o non ne vuoi,
Bada meglio ai fatti tuoi...

Questo è per te...
Distribuiva gingilli, confetti, biscotti, pasticcini.

- Se ne vuoi o non ne vuoi,
Bada meglio ai fatti tuoi...
Questo è per te, ed è l'ultimo. Ora lasciatemi passare.
Appena la vecchia disparve, le vicine cominciarono a bisticciarsi: - Fammi vedere! - Non toccare! - È meglio il mio! Puah! - Sarà bello il tuo!
Ma, mentre parlavano e si davano spintoni, gli oggetti, regalati dalla vecchia a ognuna di esse, mutarono di colore, s'afflosciavano, si liquefacevano, sparirono lasciando un po' di untume che macchiava di nero i polpastrelli delle dita; e le donne si sentirono spinte ad avanzarsi a vicenda:

- Bada meglio ai fatti tuoi!

- Lo dici a me? Bada meglio al tuoi piuttosto!
- Che vorresti dire? Piuttosto al tuoi!
- Io non m'impiccio dei fatti altrui.
- E neppur io, se vuoi saperlo!
Poco mancò che non riprendessero ad accapigliarsi.
Non sapevano darsi pace che la vecchia le avesse canzonate a quel modo; intanto cominciarono a sentirne un po' di paura.
E se i ragazzi - perché ormai ci avevano preso gusto - andavano a picchiare coi sassi alla porta di lei: - Comare! O comare! - li sgridavano:
- Lasciatela tranquilla, poverina!
Alcune pensarono, senza esservi nessun accordo, ognuna per conto suo:
- Bisogna ingraziarsela, con qualche servizio.
La mattina dopo, due di esse s'incontrarono davanti alla porta della vecchia, prima che essa venisse fuori per l'elemosina. Si guardarono in cagnesco.
- Che siete venuta qui a fare, comaretta?
- Quel che vorreste fare anche voi, comarina!
- Io, niente!
- Niente pure io.
- Me ne vado.
- Io resto.
- Allora resto anch'io.
- Se è... per la vecchia, mettiamoci d'accordo.
- Mettiamoci d'accordo. Io volevo proporle...
- Precisamente, quel che volevo proporle io.
- Se non ho ancora detto...
- Vi ho capita a volo!...
Ma quando la vecchia aperse la porta, le due donne si trassero di lato e non osarono di dirle neppure: - Buon giorno, comare!
- Come siamo sciocche! - esclamò una di esse. - Che deve importarci della vecchia?
- Dite bene, comare; che deve importarcene?
- Certe volte, intanto, costei mi fa pietà.
- La colpa è sua; vive come un'orsa in quella tanaccia!
- Volevo dirle: Se avete bisogno di qualcosa...
- Le stesse parole volevo dirle io.
- Non voglio più pensarci!
- Non voglio più pensarci!
Ma la mattina dopo erano quattro davanti a la porta.
- Non avete niente da fare, comare?
- E voi? Così mattiniera qui?
- Per godermi il fresco prima che si levi il sole.
- Io pure!
- Io pure!
- Io pure!
- La vecchia è già andata fuori?
- Chi si occupa della vecchia? Ho ben altro da fare!
- Tornate a casa?
- Vi lascio libero il posto.
- A me? Non so che farmene!
Si rispondevano invelenite dalla stizza di vedere che tutte e quattro avevano avuto la stessa idea: d'ingraziarsi la vecchia, quasi ciascuna credesse che le altre agivano per farle dispetto.
Ma quando la vecchia aperse la porta, tutte e quattro si ritrassero di lato, e non osarono di dirle neppure: - Buon giorno, comare!
La curiosità dell'intero vicinato giunse al colmo allorché si seppe che la vecchia riceveva umilmente qualunque cosa in elemosina, ma rifiutava, quasi con sdegno, di prendere un soldo. La donna che aveva la casa poco distante dal tugurio della vecchia, un giorno la fermò mentre tornava col grembiule pieno zeppo di cose di ogni genere: pane, cacio, frutta, fagiuoli, ceci, lenticchie.
- Scusate, comare, è vero che voi non accettate mai un soldo per elemosina? Perché, comare?
- I soldi non si mangiano.
- Ma servono a far comprare cose che si mangiano.
- Eh? Non ne ho bisogno. Guardate...
E mostrò il grembiule così ricolmo che lo reggeva a stento per le cocche.
- Se ne volete, servitevi.
Alla donna non parve vero di riempirsi il grembiule, afferrando alla rinfusa quel che capitava; e, com'ella prendeva a piene mani, il grembiule della vecchia tornava ad essere ricolmo quasi più di prima.
La donna rimase trasecolata. Il suo grembiule pesava, pesava, da non poter reggerlo più. Infatti, avanti di varcar la soglia della sua casetta, le mani rilasciarono le cocche e ogni cosa si sparse per terra.
Ella tentava di raccattarle; ma erano accorse le galline, i cani, i gatti, i maiali del vicinato e si eran messi a beccare, a mangiare, a divorare così lestamente che non le era valso di entrare in casa, afferrare la granata e tentar di scacciare a colpi di essa quelle bestie affamate. In men che non si dica, non rimaneva briciolo di niente per terra!
- Che è stato, comare? - le domandarono le vicine.
- Altri han le bestie ed io le mantengo?
- Come? Qualche disgrazia?
- Che ve n'importa? Ormai!
Non volle dir nulla, perché quelle non pensassero, alla lor volta, di fermare la vecchia e domandarle: - È vero, comare, che non accettate mai un soldo per elemosina?
L'avrebbe fermata lei, il giorno appresso; e se la vecchia le apriva nuovamente il grembiule, ella non avrebbe ricolmo il suo :fin a vederlo pesante da non poter reggerlo più e si sarebbe contentata di riempirlo a metà.
Ma da quel giorno in poi parve che la vecchia evitasse di incontrarla: usciva di casa prima dell'alba, rientrava quando quella donna non si trovava su la porta di casa, in attesa, o nella via, per godersi il sole.
Intanto, le vicine notavano che la vecchia già trascinava i piedi come non aveva fatto finora, e si appoggiava più curva e più stanca sul bastone, quantunque non mostrasse in viso nessun sintomo di fiacchezza, e nessun mutamento nel suono della voce.
E, un giorno, la videro fermarsi in mezzo alla via, ansimante, quasi non avesse forza di andare avanti e di reggersi in piedi. Accorsero; si offersero in coro:
- Avete bisogno di qualcosa, comare?
- Ho bisogno di tre serve; una per la pulizia della casa; una per lavarmi e stirare la biancheria; una per prepararmi il desinare e la cena, e rifarmi il letto ogni sera.
- Ci canzonate, comare?
- Parlo in serietà.
- E con che pagherete il salario, se non avete neppure un soldo?
- I soldi basta chiamarli, accorrono sùbito.
Le vicine si guardarono in viso, trattenendosi a stento dal ridere.
- Povera vecchia! Le ha dato di volta il cervello!
Ma, pur pensando così, si divertirono a provocarla:
- Dove le ficcherete queste tre serve, comare?
- Ci ho posto anche per sei.
Le vicine tornarono a guardarsi in viso, trattenendosi a stento dal ridere.
- A patto, però, - soggiunse la vecchia che debbano rimanere con me un anno, un mese e un giorno, chiuse in casa, senza vedere né parenti, né amici.
- Per la pulizia della casa vengo io.
- Io, per lavare e stirare la biancheria.
- Io, per preparare il desinare e la cena, e rifare il letto ogni sera.
- Badate: chi entra da me non ne esce prima che sian passati un anno, un mese e un giorno! Badate!
- Sì, sì, comare: un anno...
- un mese...
- e un giorno!...
- Allora... venite.
Le tre donne si avviarono dietro a lei, convinte che si trattasse di una bislacca fantasia di vecchia ringrullita o di vecchia impazzita.
Le altre le accompagnarono fino alla porta del tugurio, ridendo, fingendo di felicitarsi con esse della buona sorte capitatagli. Ridevano anche quelle:
A rivederci tra un anno...
- un mese...
- e un giorno!
La vecchia entrò l'ultima e richiuse la porta.
Le vicine si attendevano di veder ricomparire le tre donne dopo pochi momenti. Passò un'ora, ne passarono due; passò una giornata, ne passarono due; e di quelle disgraziate più non si ebbero notizie.
Che ne aveva fatto la vecchia pazza? Come potevano vivere in quella tanaccia dove c'era appena posto per una persona?
Si vuotarono il cervello in mille congetture; e qualcuna arrivava fino a invidiarle, specie quando la vecchia, interrogata, rispondeva:
- Mangiano, cantano, dormono; non cercano altro.
- Ma che fanno?
- Una la pulizia della casa; l'altra mi lava e mi stira la biancheria; la terza mi prepara il desinare e la cena, e mi rifà il letto ogni sera.
- E questi cenci che avete indosso voi? Perché non pensate a cambiarli?
- Sareste felici di averli indosso voi! Lasciatemi andare... Fate la carità a una povera vecchia! Fate la carità!
Si allontanava curva, appoggiata al bastone; e prima di mezzogiorno tornava curva, appoggiata al bastone, col grembiule così ricolmo che lo reggeva a stento per le cocche.
- Sareste felici di averli indosso voi! Che poteva significare?
Le vicine si vuotavano il cervello in mille congetture; e la vecchia diventava ogni giorno più misteriosa che mai.
Fino allora la curiosità e le notizie non erano passate più in là dell'ultima cantonata di quella viuzza fuori mano.
Tutti, è vero, conoscevano la vecchia che andava attorno per chiedere l'elemosina e che riceveva qualunque cosa le si desse all'infuori di un soldo; ma neppure questa stranezza aveva mai spinto qualcuno a cercar di veder chiaro nella vita di lei.
A poco a poco, però, le chiacchiere delle vicine cominciarono a destare la curiosità della gente; le fantasie lavoravano, alteravano i fatti. Da tre, le serve che la vecchia teneva rinchiuse nel suo tugurio, aumentarono fino a trenta.
Erano vive? Erano morte? Chi ne sapeva niente? E, in che modo, lei che viveva di elemosina, che aveva per vesti un mucchio di luridi cenci da anni ed anni, poteva ora mantenere tante serve, ognuna destinata a far soltanto un servizio, ripulire la casa, o lavare e stirare, o preparare desinare e cena, o rifare il letto ogni sera?
Così il mistero di quella vecchia giunse fino all'orecchio del Re, della Regina e del Reuccio.
La vecchia era solita di presentarsi, due volte la settimana, al portone del palazzo reale, o di fermarsi sotto le finestre se per caso vi si trovava affacciata la Regina.
- Fate la carità a una povera vecchia! Fate la carità!
Il Re aveva ordinato al cuoco di darle tutto quel che era avanzato del desinare del giorno avanti; la Regina mandava giù una delle sue cameriere per recarle quel che era rimasto della cena della sera.
Ma dacché il Re, la Regina e il Reuccio avevano saputo quel che si vociferava intorno alla vecchia, questa, quasi avesse fiutato nell'aria che il Re, o la Regina, o il Reuccio volessero interrogarla, non si fece più vedere davanti al palazzo reale.
Allora il Re ordinò ad un alto ufficiale di Corte:
- Cercate la vecchia e conducetela qui.
Costui corse difilato a casa di lei; ma le vicine gli dissero che era fuori da un pezzo.
Per far più presto, si diè a interrogare le persone per la via.
- Avete incontrato quella vecchia, curva, coperta di cenci, che si regge a un bastone e che chiede l'elemosina?
- Ha svoltato or ora il canto. Potrete raggiungerla con due passi, se fate presto.
Svoltato il canto, la vecchia non c'era.
- Avete visto quella vecchia, curva, coperta di cenci, che si regge a un bastone e chiede l'elemosina?
- Quella che rifiuta i soldi? Ha infilato il vicolo a destra. Potrete raggiungerla con due passi, se fate presto.
Infilato il vicolo, la vecchia non c'era. L'ufficiale replicava la domanda.
- Quella? L'ho vista entrare nel portone laggiù. Se fate presto la raggiungerete.
E per due giorni fu così.
Il Re era su tutte le furie, e la Regina e il Reuccio pure. Al terzo giorno l'ufficiale andò ad appostarsi accanto al tugurio della vecchia e attese ch'ella uscisse per l'elemosina.
Le vicine, tutte alle finestre, alle porte delle case e delle botteghe, su la via, stranite di veder là un ufficiale del Re.
- Ne ha fatta qualcuna troppo grossa!
- Giacché se ne mescola il Re!
- Volete scommettere che la vecchia non si farà vedere?
L'ufficiale del Re - che credete? - ordinerà di sfondare l'uscio.
- E così sapremo la sorte di quelle tre disgraziate!
- Ecco: picchia alla porta la terza volta.
- Finalmente!
Si vide affacciare su la soglia la vecchia appoggiata al bastone, coperta dei soliti cenci.
- Chi ha picchiato?
- Ho picchiato io, in nome di Sua Maestà il Re. Vi vuole a palazzo.
- Sua Maestà il Re sa dove abito. Si scomodi a venire qui, se ha bisogno di me!
E gli chiuse l'uscio in faccia. L'ufficiale andò via arrabbiatissimo per l'affronto ricevuto. Il Re, udita quella risposta, ordinò che una squadra di soldati, con pali e picconi, andassero a sfondare la porta della vecchia impertinente, e gli portassero costei dinanzi, legata mani e piedi.
Le vicine, tutte alle finestre, alle porte delle case e delle botteghe, su la via, per assistere a quello spettacolo.
- Ve l'avevo detto? Sfonderanno la porta.
- E sapremo la sorte delle tre disgraziate!
I soldati davano forti colpi di picconi e di pali; ma la porta, che sembrava di legno mezzo infracidito dal tempo e dall'umido, resisteva quasi fosse di acciaio. E dài, e dài, e dài; sprizzavano scintille, ma la porta non cedeva!
I soldati erano stanchi, in un bagno di sudore, con le braccia indolenzite. Si riposavano un po' e riprendevano i colpi di picconi e di pali. E dài, e dài, e dài, sprizzavano scintille, ma la porta della vecchia non cedeva!
Non ne poterono più, e tornarono, mogi, mogi, a palazzo reale.
Il Re, vistili stanchi morti, sfiniti, diè ordine di rifocillarli col pranzo preparato per la Corte; e intanto non sapeva darsi pace dello smacco infiittogli dalla vecchia.
- Chi era dunque costei? Una Strega, certamente!
- O una Fata! ~ disse il Reuccio.
- Così brutta e così sudicia?
La Regina si atteggiò con le labbra e con le mani a un gesto di nausea.
- Ho fatto un sogno la notte scorsa.
- Non è momento da raccontar sogni, Reuccio!
- Maestà, mi pareva di passare per una viuzza stretta stretta, e disentir chiamare: «Reuccio! Reuccio! ». Mi volto, guardo attorno, non vedo anima viva. Vado avanti, e, di nuovo: «Reuccio! Reuccio!». Mi volto, guardo attorno, non vedo anima viva. Finalmente, scorgo in un punto un po' di luce; mi accosto e guardo da quel buco... Ah, Maestà!... Una camera tutta di oro e diamanti, e una giovane su un lettino... bella più del sole e della luna... addormentata, e, accoccolata a piè del lettino, una vecchia che diceva: «Il Reuccio verrà! Il Reuccio verrà!». Ed era la stessa voce che aveva chiamato: «Reuccio! Reuccio!». Maestà, permettetemi di andar dalla vecchia. Chi sa che il sogno non si avveri!
Il Re gli diè un'occhiataccia per tutta risposta; un'occhiataccia la Regina. Ma il Reuccio non si scoraggiò. Pensò di travestirsi da povero contadino e di andare dalla vecchia all'insaputa del Re e della Regina.
La mattina dopo scese in giardino, e cercò di un giovinotto della sua età, che aiutava un giardiniere ad annaffiare le aiuole.
- Dammi il tuo vestito, ti regalo in cambio questo mio.
- Oh, Reuccio!
Il contadino rideva, rideva!
- Svèstiti, via, dammi il tuo vestito; ti regalo in cambio questo mio.
- Oh, Reuccio!
Il contadino rideva, rideva; la proposta gli sembrava uno scherzo.
E ce ne volle per persuaderlo!
Così travestito, il Reuccio poté uscire dal palazzo reale e avviarsi, lesto lesto, verso il tugurio della vecchia. Anche da contadino, il Reuccio era un bel giovane che dava nell'occhio di chi lo incontrava. La gente si voltava, si fermava per guardarlo. Per ciò le vicine della vecchia, appena si sparse rapidamente la notizia che un bel giovane chiedeva di lei, furono tutte alle finestre, alle porte delle case e delle botteghe, in mezzo alla via.
E rimasero a bocca aperta, quando al primo picchio da lui dato alla porta, questa si aperse. La vecchia apparve su la soglia, gli stese una mano, lo introdusse dentro, e richiuse sùbito.
Un uffiziale del Re, no; e un contadino, sì!
Pareva impossibile.
Stettero fino a tardi alle vedette, per interrogarlo quando sarebbe uscito. Venne la sera, s'inoltrò la notte; le più ostinate si addormentavano in piedi, appoggiandosi con le spalle ai muri, dando sbalzi di tratto in tratto. Inutilmente! Sorse l'alba, spuntò il sole, e il bel contadino non fu visto uscire neppure durante quella giornata.
Una delle vicine, la più inviperita, corse dal Re.
Al portone le guardie non volevano farla entrare.
La Corte era sossopra. Il Re e la Regina su tutte le furie. Guardie che andavano, guardie che arrivavano, guardie che ripartivano in fretta. E quella che insisteva:
- Voglio parlare col Re, per cosa d'importanza.
- Ma non lo sapete, dunque, che il Reuccio è sparito?
La donna ebbe un lampo d'intelligenza, e rispose:
- Si tratta appunto del Reuccio.
Allora la condussero alla presenza del Re.
Come lo vide col manto su le spalle, la corona di oro e pietre preziose in testa, e lo scettro in mano, la donna si confuse, cominciò a tremare e a balbettare.
- Maestà... Il vostro uffiziale .... no; un contadino, sì... L'ho visto con questi occhi... Alto, biondo, giovane... Picchiò, e la vecchia gli aperse sùbito. Lo prese per mano... Il vostro uffiziale, no; un contadino, sì.
- E che c'entra il Reuccio?
- Maestà... Il vostro uffiziale, no; un contadino, sì. Può darsi che questi sia il Reuccio.
- Il Reuccio, contadino?
Se non fosse intervenuta la Regina, il Re per punire quella donna l'avrebbe fatta buttare in fondo a un carcere.
Il giovane del giardiniere non aveva osato di indossare il vestito del Reuccio in cambio del suo. Aveva rimediato con un altro più vecchio; e, fatto un fagotto di quello del Reuccio, lo aveva buttato dietro una siepe.
Lo trovò il giardiniere che s'affrettò a portarlo al Re. Allora il Re disse:
- Può darsi che quella donna abbia ragione. Il Reuccio voleva andare dalla vecchia, e si è travestito da contadino per non esser riconosciuto. È una Strega, certamente.
- O una Fata - soggiunse la Regina. - Comincio a crederlo anch'io.
- Che dobbiamo fare, Regina?
- Attendere, Maestà!
- Attendiamo! Attendiamo!
Il Re sbuffava, schizzava fuoco dagli occhi.
Lasciamo costoro e veniamo intanto al Reuccio.
Appena entrato nel tugurio della vecchia, egli fu maravigliato di non vedersi più addosso i panni del contadino, ma un abito di broccato tramato di oro; in testa, cappello con magnifiche piume candidissime; al piedi, calzari di cuoio ricamati con brillanti; e, alla vita, una cintura riluccicante di pietre preziose. Neppure nei giorni di gran gala, egli era apparso riccamente vestito nelle sale reali.
Reuccio, che volete? Che cercate?
- Cerco il tesoro che in custodia avete.
- Io tesoro non ho, voi v'ingannate.
- Dunque la bella che sognai voi siete.
Botta e risposta.
La vecchia picchiò con la punta del bastone nel muro di faccia, e il Reuccio si sentì abbagliare gli occhi dalla vivissima luce che rischiarava la fila di stanzoni dilungantesi fino in fondo, a perdita di vista.
Si presentarono tre giovani donne, una più bella dell'altra.
- Io ripulisco. Comandi!
- Io cucino. Comandi!
- Io sprimaccio. Comandi!
Il Reuccio passò oltre. Gli pareva di risognare il sogno di quella notte, e cercava ansiosamente con gli occhi la bellissima addormentata sul lettino d'oro e diamanti.
La vecchia dietro a lui.
- Reuccio, che volete? Che cercate?
- Cerco il tesoro che in custodia avete.
- Io tesoro non ho, voi v'ingannate.
- Dunque la bella che sognai voi siete.
Botta e risposta.
Tutt'a un tratto si fece buio. Dopo pochi momenti, una luce azzurrognola cominciò gradatamente a rischiarare gli stanzoni, e il Reuccio si vide davanti l'addormentata più bella della luna e del sole; ma non pareva di carne e di ossa: pareva fatta d'aria e di luce, senza consistenza.
- Ecco il tesoro che cercavo!
E pareva anche come riflessa in uno specchio.
Il Reuccio si voltò... e che vide?
Vide la vecchia ritta in piedi, che formicolava per tutta la persona. La pelle del viso si stirava, si coloriva, i capelli si agitavano al pari di tanti serpentelli e buttavano giù le scoglie, diventando biondi, di oro filato; i cenci che le coprivano il corpo prendevano aspetto di stoffe tramate d'oro e di argento e si adattavano maravigliosamente alla snella persona.
- Fate la carità a una povera vecchia! Fate la carità!
E stese la mano.
Il Reuccio si levò da un dito il più ricco degli anelli che portava, e glielo diede.
La bellissima giovane lo buttò sdegnosamente per terra, e riprese a dire:
Fate la carità a una povera vecchia! Fate la carità!
Il Reuccio, mortificato, si levò dalle dita tutti gli anelli che portava, e glieli mise nel palmo della mano. La bellissima giovane li buttò sdegnosamente per terra, e riprese a chiedere.
- Fate la carità a una povera vecchia! Fate la carità!
Il Reuccio si sentì mancare il cuore, e istintivamente ficcò le mani nelle tasche. In una di esse trovò un vecchio soldo, tutto incrostato di pàtina. Esitò un momento, vergognandosi di non aver altro; poi glielo porse, dicendo:

Più bella della luna,
Soldo della fortuna!
Più bella assai del sole
Soldo che vale un cuore!

- Grazie, Reuccio! Ora è rotto l'incanto.
E la bellissima donna, più bella della luna e del sole, baciò il vecchio soldo e se lo nascose in seno.
Si ripresentarono le tre giovani donne.
- Reuccio, ho ripulito!
- Reuccio, ho cucinato!
- Reuccio, ho sprimacciato!
Il Reuccio era così sbalordito di quel che avea visto e vedeva, da più non distinguere se era sveglio o se sognava. Non ricevendo nessun ordine le tre giovani donne sparirono.
Ed egli intanto stava ad ascoltare quel che confusamente gli arrivava all'orecchio. Era la storia d'una Fata, che si era finta vecchia e povera e avea chiesto l'elemosina a una Reginotta ancora bambina. La Reginotta, per scherzo, le avea dato un vecchio soldo tutto incrostato di pàtina, e la Fata le aveva buttato addosso il malefizio di stentare settant'anni la vita, chiedendo l'elemosina, fino a che non fosse andato a trovarla un Reuccio e non le avesse regalato un vecchio soldo uguale a quello. Non doveva mai prendere in elemosina un soldo; altrimenti - non si lusingasse! - era finita per lei. E per ciò ella avea sempre rifiutato:
- Questo no, grazie! Non posso accettarlo.
- Perché? Non è mica falso.
- Perché!
E si allontanava, senza aggiunger altro, quasi quel soldo le mettesse paura.
Il malefizio si era rotto; ma per impedire che ricominciasse, bisognava che tutti e due andassero, a piedi, fino alla grotta della fata Cattiva, facessero un profondo buco davanti la grotta e vi seppellissero quel misero vecchio soldo, senza che nessuno se ne accorgesse, né uomo, né animale della terra, né uccello dell'aria. Così aveva suggerito la buona Fata, sua madrina, che aveva potuto aiutarla in questi ultimi anni.
- Andiamo, dunque? Non bisogna perder tempo.
- Andiamo! - rispose il Reuccio ancora sbalordito.
E si trovò di nuovo nel tugurio, vestito da contadino, come vi era entrato, e avea davanti la vecchia curva, coi soliti cenci, e che si reggeva col bastone.
Le vicine li videro uscire di buon mattino.
- Buon giorno, comare! Buon giorno, comparetto!
Ne avevano paura, e volevano ingraziarseli.
La vecchia e il Reuccio presero la strada dei campi. Cammina, cammina, si trovarono in mezzo a un bosco, dove non era traccia di sentìero.
- Buona Fata mia madrina, apriteci un sentìero voi
E i rami delle piante e gli arbusti si ritraevano, si slacciavano davanti ai passi della vecchia e del Reuccio.
Più in là, ecco tanti massi, grossi e piccoli, ammonticchiati da impedire il cammino.
- Buona Fata mia madrina, apriteci una strada voi!
E i massi, grossi e piccoli, si muovevano, si ammucchiavano ai lati, lasciando passare liberamente la vecchia e il Reuccio.
- La grotta! La grotta!
S'inginocchiarono davanti alla bocca di essa, chiusa ermeticamente con un macigno, e cominciarono a scavare.
Si accostò un uomo:
- Che fate?
- Niente: ci divertiamo a smuovere un po' di terriccio.
- Bel divertimento! Da grulli!
E, dopo di esser rimasto un pochino a guardare, andò via.
Poco dopo, comparve una capra che belava quasi cercasse il figlio smarrito. Più il Reuccio la cacciava via, e più essa tornava addietro a belare e a guardare.
Finalmente se n'era andata! Ma appena il Reuccio avea ripreso a scavare, ecco una grand'aquila, che cominciò a roteare sopra di loro, squittendo, e pareva li minacciasse.
- Aquila forte, - le gridò la vecchia - più in là c'è una capra per te; non lasciartela sfuggire.
Sembrò che l'aquila avesse capito. Si allontanò a volo spiegato, e la vecchia e il Reuccio ripresero a scavare celermente. La buca era fonda; il braccio del Reuccio non poteva arrivare più giù. La vecchia trasse dal petto il vecchio soldo e ve lo buttò dentro. Il Reuccio la riempì col terriccio cavatone, che la vecchia calcò con le mani e con la punta del bastone. Il Reuccio, all'ultimo, vi sovrappose una zolla coperta di erbacce; nessuno avrebbe potuto indovinare che fosse stato scavato là sotto.Si affrettarono a ritornare.
Le vicine li attendevano, affacciate alle finestre, davanti alle porte delle case e delle botteghe; e, come li videro:
- Buon giorno, comare! Buon giorno, comparetto!
Ne avevano paura e volevano ingraziarseli.
Figuratevi, poi, la loro gran maraviglia, quando preceduti dalle guardie di palazzo, accompagnati dai Ministri e dalle dame di Corte, arrivarono il Re e la Regina in grandi carrozze di gala, e si fermarono davanti a la porta del tugurio della vecchia! Chi li aveva avvertiti? Non si è potuto mai sapere...
Ormai, importa soltanto di sapere che il Reuccio e la non più vecchia ma bellissima Reginotta divennero sposi, vissero felici e contenti...

E noi tiriamo la vita coi denti!


PAPPAFICHI


C'era una volta un ragazzo che sembrava nato proprio per fare il buffone.
Già, bastava guardarlo per mettersi a ridere. Testa a pera, con capelli che parevano setole; occhi, labbra, mani continuamente irrequieti, quasi egli portasse dentro il corpo un congegno che gli impedisse di star fermo.
Ma questo era niente a petto di certi gridi stranissimi - della gola? dello stomaco? - che non si capiva bene donde quella specie di burattino potesse cavarli.
Inoltre, di tratto in tratto, come se qualcuno gli avesse dato un pizzicotto, scattava con balzi e salti, faceva rapide giravolte da sembrare una trottola; e, sùbito, si rimetteva serio serio, impalato, guardando attorno, fissando negli occhi le persone che a quelle smorfie ridevano, ridevano fino a dover gridargli:
- Basta! Basta, Pappafichi! - E allora era il caso che Pappafichi non la finisse più.
Perché gli avevano dato quel buffo nomignolo? Perché, durante la stagione dei fichi, egli passava le giornate scommettendo con tutti:
- Venti, trenta, cinquanta fichi, fin cento alla volta; voi ci mettete i fichi, io ci metto prima la bocca e poi la pancia. Se sbaglio, pago un soldo; eccolo qui!
E lo mostrava.
Tutti sapevano anticipatamente di perdere la scommessa; ma era un gran divertimento veder Pappafichi che lanciava i fichi per aria e, con le mani dietro la schiena, li riceveva in bocca, e li inghiottiva senza sbucciarli, quasi fossero pillolette. Un vassoio, o una cesta, o un paniere; li posava su una seggiola, su uno sgabello; e, un pezzetto guardava, anzi si mangiava con gli occhi i bei fichi freschi là ammucchiati, poi: - E uno! E due! - Un fuoco d'artifizio. I fichi, ripiombandogli in bocca, facevano un piccolo scoppio. - E tre! E quattro! E cinque! - Uno scendeva giù, e l'altro andava su, senza intervalli, finché il vassoio, o la cesta, o il paniere non erano vuotati.
Avrebbero dovuto fargli indigestione, dargli dolori di stomaco: niente! Vinta una scommessa in un posto, si avviava verso un altro.
- Venti, trenta, cinquanta, fin cento alla volta; voi ci mettete i fichi, io ci metto prima la bocca e poi la pancia. Se sbaglio, pago un soldo; eccolo qui!
E lo mostrava.
Di chi era figlio? Non lo sapeva nessuno. Pareva che non lo sapesse neppur lui. Dov'era nato? Non lo sapeva nessuno. E se lo domandavano a lui, rispondeva con un gesto che significava: lontano, lontano, lontano!
- Sei piovuto dal cielo?
- Può darsi.
- E non ti sei rotto il collo?
Prendeva la testa tra le mani, la voltava a destra, la rivoltava a sinistra, tirandola in su, allungando il collo per dimostrare: - Ecco! È sano! - E il gesto era così espressivo,buffo che la gente si sforzava invano di trattenere le risa per evitare che, sùbito dopo, Pappafichi non chiedesse: - Ora datemi un soldo! Due soldi!
Gli servivano per mostrarli nel momento delle scommesse; mostrarli soltanto, perché le rare volte che gli accadeva di perdere, buttava il soldo per aria, lo prendeva in bocca e faceva il verso d'inghiottirlo, come aveva praticato coi fichi. Lo nascondeva sotto la lingua, apriva la bocca, perché vedessero che era andato giù; oppure fingeva che gli era rimasto a mezza gola, e si agitava tutto, facendo strani versacci per provocare le risa. Aveva fin la sfacciataggine di soggiungere:
- Ho perduto un soldo! Peccato!
Figuriamoci, dunque, la maraviglia della gente quando, da un giorno all'altro, Pappafichi parve, per dir così, mutato di bianco in nero, cioè così serio, da non riconoscerlo affatto.
- Pappafichi, che t'è accaduto?
- Non é questo il mio nome!
- Qual è? Dillo.
- Mi chiamo...
E voltava le spalle alla gente.
- Pappafichi è malato!
- Pappafichi è ammattito!
- Pappafichi vuol morire. Non fa ridere più!
Lo compiangevano sinceramente. Sembrava che a tutti fosse venuto meno qualcosa, non potendo più godere le buffonerie di Pappafichi.
Non era malato, né ammattito e non aveva punto voglia di morire. Stava soltanto in gran pensiero per un portamonetino ritrovato. Lo aveva visto su un mucchio d'immondizie, tra bucce di aranci, minuzzoli di carta, foglie di verdura, cocci di ogni sorta. Di pelle rossastra, unto e bisunto, col fermaglio arrugginito, era stato buttato là, pareva, come cosa inservibile; ma per lui poteva passare quasi quasi per nuovo.
Si era forse mai sognato di arrivare un giorno a possederne uno? Quei tre, quattro soldi che formavano qualche volta la sua ricchezza gli sballottavano, mezzo sperduti, in una tasca dei calzoni. Ficcava la mano e doveva brancicare per trovarli in fondo alla tasca. Oh quel portamonetino gli faceva comodo davvero! Giusto quel giorno egli era troppo ricco: possedeva cinque soldi! Lo aperse, e con grande stupore lo vide foderato nell'interno di velluto cremisi nuovo. Meglio! I cinque soldi vi sarebbero stati come Principi!
Disse proprio così.
Nell'osservarlo attentamente, si accorse che, in un lato, impresse in oro, si potevano leggere tre parole: «Chiedi e avrai!». Il suo stupore si accrebbe. Pareva che il portamonetino gli tremasse fra le dita, palpitasse come cosa viva, impaziente nell'attesa di un comando, facendogli luccicar sotto gli occhi le strane parole: «Chiedi e avrai!».
Vi aveva già riposto il suo tesoretto, e stava per chiudere il fermaglio; per chiasso, gli venne l'idea di dire: - Voglio dieci soldi! - Lo chiuse, lo aprì: lo richiuse, lo riaprì. I soldi là dentro erano sempre cinque, i suoi cinque! Se non che, appena serbatoio nella tasca dei calzoni, sentì che il peso di esso era aumentato tutt'a un tratto. Lo cavò fuori, lo aperse e... trattenne a stento uno strillo. Avea detto: - Voglio dieci soldi! - e i dieci soldi erano là.
Egli dormiva in uno stambugino concessogli, per carità, da una vecchietta che gli faceva da madre, e gli diceva spesso:
- Invece di fare il buffone, dovresti lavorare.
- Anche questo è lavoro. Intanto bado a crescere! - rispondeva Pappafichi.
E così era arrivato a dodici anni.
Quella mattina la vecchietta lo vide ritornare insolitamente a casa e chiudersi nello stambugio col paletto di dentro. Dapprima non ci fece caso. Poi le parve disentir rimescolare delle monete di suono argentino. Stette a origliare: non si era ingannata! Pappafichi si divertiva a rimestare… qualcosa che dava il suono di molte monete di argento. La vecchia non poteva immaginare che si trattasse davvero di monete d'argento. E picchiò all'uscio: - Pappafichi, che rimesti?
Pappafichi aperse l'uscio a fessura:
- Nonna, ho trovato questi due scudi. Non so che farmene; ve li regalo.
Il rimescolio continuava, ma questa volta il suono era di monete di oro. La vecchietta picchiò all'uscio:
- Pappafichi, che rimesti?
Pappafichi aperse di nuovo l'uscio a fessura:
- Nonna, ho trovato queste due monete di oro. Non so che farmene; ve le regalo.
La chiamava Nonna per rispetto.
La vecchia credette che Pappafichi avesse commesso una mala azione, e da dietro l'uscio gli gridò:
- Ah! Pappafichi! Che hai fatto? Non voglio ladri in casa mia! Vattene! Vattene! Non voglio ladri in casa mia!
Si sentì un più forte rimescolio di monete; poi Pappafichi venne fuori, con le braccia ciondoloni, in maniche di camicia come soleva andare di estate, scalzo, coi calzoni stretti ai fianchi da una cinghia di cuoio; e, fatta una smorfia, disse:
- Addio, Nonna! Il ladro se ne va!
Questo fu il primo dispiacere che il portamonetino gli cagionò: farlo scambiare per ladro! Il secondo fu di fargli perdere la voglia dei fichi freschi. Pareva fatto a posta! Quell'anno n'erano venuti abbondantissimi, di ogni sorta: lardai, bitontoni, verdoni, asinacci, cavalieri, rossellini, gentili, vettaioli; una maraviglia, tutti col miele in cima. Ma Pappafichi, non che invitar la gente: - Venti, trenta, cinquanta, fin cento alla volta; voi ci mettete i fichi, io ci metto prima la bocca e poi la pancia. Se sbaglio, pago un soldo! - ora che di qua, di là gridavano: - Ehi, Pappafichi! Si scommette? Guarda che bellezza! - faceva una spallucciata, e non si voltava neppure. Aveva ben altro per la testa!
Chiedeva, e il portamonetino rigurgitava di monete. Aveva scoperto, per caso, che dicendo: - Grazie tante! - le monete rientravano nel portamonete e sparivano. Meglio così? Intanto, tra la paura di perderlo e il non saper che cosa fare con quella fortuna del: «Chiedi e avrai!». Pappafichi aveva smarrito la gaiezza, la tranquillità. Era brutto, era buffo; ma ora, con quella mùtria, sembrava anche più brutto e più buffo.
Gli era venuto, tutt'a un tratto, il desiderio di ricercare i suoi parenti. Doveva averli: non era davvero piovuto dal cielo. E si decise di andare attorno pel mondo, per tentar di rintracciarli. Si rimpannucciò, comperò un paio di scarpe, tutta roba grossolana da non dar nell'occhio, e via.
Si accorse di un omo che gli andava sempre dietro, con una lanternuccia attaccata a una cordicella, e accesa anche di giorno. Lui svoltava una cantonata, e quegli svoltava la cantonata; lui si fermava a guardare un edifizio, una piazza, e quegli si fermava a guardare lo stesso edifizio, la stessa piazza. Lo trovava ogni mattina davanti all'uscio della casa o della locanda dov'era andato ad alloggiare, e se lo sentiva alle spalle, o se lo vedeva allato, sempre con la lanternuccia accesa anche di giorno, quasi la luce del sole non bastasse a fargli scorgere quel che cercava, curvo, frugando dappertutto con gli occhi.
Pappafichi cominciò ad essere atterrito di quella malombra che più non lo lasciava di un passo. - Chi era? Che voleva da lui? E un giorno, bruscamente, glielo domandò.
- Mi fu rubata - rispose quell'omo - la mia buona sorte. L'ho cercata invano da un anno; e neppur ora, che la sento e la fiuto vicina, riesco a trovarla. Mi fu rubato anche il Reuccio mio figlio.
- Siete Re?
- Che mi vale?
- E in che consisteva quella buona sorte?
- In un vecchio portamonetino.
- Questo qui?
- Questo qui!
Pappafichi non aveva potuto far a meno di mostrarglielo e l'omo gliel'aveva levato rapidamente di mano. Tremante di gioia, però, lo guardava, lo tastava, tutto deluso.
- Ah, tu non sei mio figlio il Reuccio! No! No!
- Io sono Pappafichi.
- Il Reuccio era bello!
- Ed io sono brutto, purtroppo!
Ma la voce... la voce!... Ma gli occhi, sì, gli occhi!... Dovresti venire con me, dal mago Sabino. Il cuore mi dice che tu sei il Reuccio mio figlio. Hai addosso la malia di una strega che voleva esser sposata da me per diventare Regina, e che ti portò via, non so dove, forse… forse!...
Pappafichi, udito dal mago Sabino che si trattava proprio di malia e che con un certo bagno sarebbe ritornato com'era una volta, non si rallegrò molto della fortuna di diventare Reuccio. E prima di tentare la prova di quel certo bagno, volle tornare al paesetto dove tutti lo conoscevano e gli volevano bene e farvi :parecchie belle scorpacciate di fichi, per onorare il nomignolo che stava per perdere.
Lo videro ricomparire con gli stessi cenci, com'era andato via, scalzo, coi calzoni fermati ai fianchi da una cinghia di ,cuoio.
- Venti, trenta, cinquanta, fin cento alla volta; voi ci mettete i fichi, io ci metto prima la bocca e poi la pancia. Se sbaglio, pago un soldo; eccolo qui.
E lo mostrava.
Fu una gran festa per tutto il paese. Vassoi, ceste, panieri, mucchi di fichi freschi! E Pappafichi: - E uno! E due!... - Un fuoco di artifizio! I fichi, ripiombandogli in bocca, facevano un piccolo scoppio. - E tre! - E quattro! - E cinque!... - Uno scendeva giù e l'altro andava su, senza intervalli!... Un'intera settimana.
Pappafichi diventò Reuccio; alla morte del padre, diventò Re. Ma in mezzo ai sopraccapi delle cure del regno egli rammentò quasi ogni giorno le belle scommesse dei fichi freschi. E quand'era la stagione, scendeva nel giardino del palazzo reale, cercava il posto più appartato; e i giardinieri, che avevano ordine di non avvicinarsi, udivano: - E uno! E due! E dieci! E cento!... - lontani mille miglia dal supporre che il Re si divertisse a lanciare in aria i bei fichi fatti cogliere allora allora, e a prenderli in bocca, come quand'era Pappafichi.
Lardai, verdoni, dottati...
Bisogna mangiarli sbucciati!
Se non vi siete annoiati...
Bisogna mangiarli sbucciati!


RE PRUDENZIO


C'era una volta un Re che andava sempre a piedi. Aveva paura dei cavalli. Diceva:
- Sono bestie, e con le bestie non ci voglio aver a che fare.
Per questo i suoi sudditi gli avevano dato il nomignolo di re Prudenzio.
Il guaio era che assieme con lui dovevano andar a piedi anche i Ministri e tutte le persone del suo sèguito.
E mentre il Re camminava avanti con quelle gambe che, a forza di esercizio, erano diventate di acciaio, Ministri e persone del sèguito, stanchi morti, grondanti di sudore, brontolavano tra i denti:
- Accidempoli alle gambe di sua Maestà!
Uno dei Ministri, il più vecchio, pensò di ricorrere a un Mago.
- Mago, buon Mago, fate una bella invenzione: una seggiolina, per esempio, che cammini quasi da sé e obbedisca ai comando.
- Per chi serve?
- Per Sua Maestà.
- Tra due giorni l'avrete.
E, due giorni dopo, il Mago presentava al Ministro uno stranissimo arnese con due ruote, una, piccola, davanti; l'altra, più grande, di dietro, e, su, un sederino coperto di cuoio. - Che arnese è questo?
- Si chiama: Cavallino di acciaio.
- E in che modo cammina?
- Cammina così.
Il Mago saltò sul sederino, poggiò i piedi su i due pedali dei lati e via, di corsa, come una saetta.
Il Re scese a vedere il Cavallino di acciaio che il Ministro diceva di voler regalargli.
Lo guardò, l'osservò e ordinò al Ministro:
- Provatelo, Eccellenza.
Il Ministro, che aveva preso lezioni dal Mago, saltò sul sederino, poggiò i piedi su i due pedali dei lati, e via, di corsa, come una saetta. Se non che nel fare la svoltata, ruzzolò per terra assieme col Cavallino di acciaio, e si ruppe una gamba.
- Grazie, Eccellenza! - gli disse il Re. - Il Cavallino di acciaio tenetelo pure per voi. Le mie gambe mi servono meglio. Non sono chiamato re Prudenzio per niente!
Il vecchio Ministro, appena guarito, ricorse di nuovo al Mago.
- Mago, buon Mago, fate una bella invenzione: una carrozza, per esempio, che vada proprio da sé, senza aiuto di piedi o mani altrui.
- Per chi serve?
- Per Sua Maestà.
- Tra una settimana l'avrete.
E, una settimana dopo, il Mago presentava al Ministro una carrozza che sembrava una carrozza come tutte le altre; non aveva però stanghe pei cavalli.
- E in che modo cammina?
- Cammina così.
Il Mago toccò una molla, e la carrozza cominciò a tremare, a tremare, quasi impaziente di mettersi in moto. Il Mago montò in serpe, prese tra le mani una rotella infissa a un'asta, e la carrozza via, di corsa, come una saetta, rumoreggiando.
Tornato addietro, il Mago disse:
- A questa qui, però, bisogna dar da mangiare.
- Fieno o biada? - domandò il Ministro.
Né fieno, né biada, ma acqua di fuoco.
- Acqua di fuoco? E dove si trova?
- V'insegnerò io a cavarla.
Il Re scese a vedere la Carrozza senza cavalli che il Ministro diceva di voler regalargli.
La guardò, la osservò e ordinò al Ministro:
- Provatela, Eccellenza.
Il Ministro, che aveva preso lezioni dal Mago, montò in serpe, toccò una molla e la carrozza cominciò a tremare, a tremare quasi impaziente di mettersi in moto. E appena egli girò la rotella la carrozza partì di corsa, come una saetta, rumoreggiando. Se non che, nel fare una svoltata, la carrozza diè uno sbalzo e andò a sbattere contro un albero, si rovesciò di fianco e prese fuoco.
Il povero Ministro morì tra le fiamme. E il Re non poté nemmeno dirgli: - Grazie, Eccellenza! Le mie gambe mi servono meglio. Non sono chiamato re Prudenzio per niente!
Or accadde che il Re, in una delle sue solite passeggiate di miglia e miglia, andando col naso per aria, non si accorse di un grosso sasso che era in mezzo a la strada, inciampò e si ruppe un braccio e due costole.
Allora non disse più: - Le mie gambe mi servono meglio. Disse:
- Bisogna esser re Prudenzio di nome e di fatto. Non si è mai prudenti a bastanza: se il Ministro col Cavallino di acciaio si è rotto una gamba, se con la Carrozza senza cavalli è andato a sbattere contro un albero, la colpa non è del Cavallino di acciaio né della Carrozza senza cavalli, ma dell'imprudenza di lui. Infatti, appena guarito, mandò a chiamare il Mago:
- Mago, buon Mago, fatemi un Cavallino di acciaio! Mago, buon Mago, fatemi una Carrozza senza cavalli!
E andò attorno ora su l'uno ora su l'altra, con grande gioia dei Ministri e delle persone del suo sèguito. E non gli accadde mai nessuna disgrazia. Fu prudente di nome e di fatto.

Fiaba, fiabetta
Chi ci vuole la coda ce la metta.


MILDA


Fiaba in un atto
Musica di Paul Allen

PERSONAGGI

Rospus, mago Wolff
Milda La fata Vampa
Coro di uomini e di donne mutati in rospi e ranocchi dal mago Rospus.

La scena rappresenta la grotta del mago Rospus, orrida, ingombra di tutti gli arnesi dell'arte di lui. Uomini e donne mutati in rospi e ranocchi riempiono la scena. Milda siede sola in disparte. Rospus non l'ha trasformata perché l'ama. È l'ultimo giorno del suo sembiante umano concessole dal Mago.

CORO (Sulla scena si balla... ma è ballo di anime tristi... non è allegria):
Creh-creh! Creh-creh! Saltiamo allegri!
Il nostro tiranno è lontano.
Creh-creh! Salta e balla
anche te, fanciulla gentile.
Che vale struggerti in pianto?
Salta e balla! Creh-creh!
(A poco a poco rallentano i movimenti ritmici, diventano tristi... ed il ballo cessa.)
MILDA:
O giorni deliziosi
della mia casa paterna,
sotto l'ombra dei mandorli,
presso la fontana muschiosa!
CORO:
Creh-creh! Creh-creh!
MILDA:
Oh canzoni che salivate
pel cielo azzurro e puro,
destando l'eco assopito
delle alte rocce d'attorno!
(Nel ricordare, più intenso diviene il suo racconto)
Dalla cima della montagna selvosa
mi rispondeva il lieto suono del suo corno!
Era il forte cacciatore che mi salutava!
e parea ripetermi: Milda, t'amo, t'amo!
CORO (riprendendo il ballo):
Creh-creh! Salta e balla
(la danza più folle diviene)
anche te, fanciulla gentile.
Che vale struggerti in pianto?
(Col pianto scoppia nuovamente il dolore)
Il passato non ritorna, creh-creh!
(Le coppie si distaccano, la danza è finita.)
(Si ode un rumore sinistro, che di mano in mano si avvicina: la luce della grotta si oscura alquanto.)
CORO (dando segni di terrore):
Ahimè, la terra
trema e si oscura il sole!
È lui, Rospus.
(Appare nel suo carro di nautilo tratto da quattro topolini.
Tutti si affollano attorno a Rospus che li respinge.)
ROSPUS:
Zitti, zitti... Levatevi di torno! Oggi
son capace di schiacciarvi tutti
come fetide pulci... Via, via!...
(Escono tutti disordinatamente, meno Milda.)
(Si cambia in volto e diviene pensieroso)
Sorge il giorno nefasto sopra
la mia grotta! La mia potenza è
vicina ad essere infranta!
(A Milda)
Tu vuoi dunque la mia morte?
Rispondi, l'ora urge!
MILDA (assorta):
Era il forte cacciatore che mi salutava,
e parea ripetermi: Milda, t'amo, t'amo!
ROSPUS (minaccioso):
Rispondi, rispondi! O ti cambio in rospa.
(Milda si ritrae in un angolo sfuggendolo.)
(Insinuante)
Trasformerò quest'orrida grotta
in un palazzo tutto d'oro e diamanti
avrai le più nobili creature
umili serve agli ordini tuoi.
Ciò che l'uomo non sogna neppure
sarà una realtà per te, o fanciulla,
se, come chiede il Fato, mi dirai:
(con intenzione)
Rospus, tu sei il diletto del mio cuore!
MILDA:
Fossi tu più splendido del sole
che rallegra tutta la natura;
fossi più benefico della pioggia
che ravviva i fiori morenti;
(sfuggendo sempre Rospus che vuole attirarla, e passa dall'altro lato)
fossi tu più dolce dei gorgheggi
dell'usignolo nelle notti di maggio,
non uscirebbe dalle mie labbra
codesta parola, no, no, mai!
ROSPUS (con finto dolore):
(Inganniamola.) Hai vinto!
Rospus cede.
(Simulando ed insinuante)
Pure, se tu mi avessi amato,
se almeno la pietà
fosse penetrata nel duro
tuo seno di fanciulla,
io ben potrei, domani,
assidermi al banchetto
dove felici si nutrono
di cibi immortali gli Spiriti.
E tu sederesti meco
nel simposio celeste,
bella fra le più belle
creature che beano il mondo.
Ora tutti e due, ascolta,
declineremo presto;
e presto diventeremo
vermi e polvere... e poi... (esitando) nulla!
MILDA (con scatto):
Che me n'importa?
ROSPUS:
Sia! Sia!
(Va a prendere un nappo e una bottiglia.)
Lascerai questa soglia.
Bevi. Rospus cede.
MILDA:
No, non vo' bere!
ROSPUS (fintamente):
Che? Forse ti decidi
a restare?
MILDA (dopo un momento di esitazione, sperando di rompere l'incanto, esclama):
Bevo, bevo!
ROSPUS:
Olà!
(Il coro di uomini e di donne rientra precipitosamente. Sembra che negli occhi di Rospus brillino
lampi d'inferno. Tutti si acquattano atterriti in attesa mentre egli parla.)
ROSPUS:
Bevete, tutti.
Oggi è giorno di grazia!
(Mesce a Milda da una boccetta che trae fuori di nascosto dal seno)
(Questo a te sola!)
Qui dentro è chiusa una potenza sovrana!
Quella che crea le forme tutte della Natura.
Bevete!
Con questo liquore gli esseri visibili
e gli esseri invisibili si rinnovellano.
Bevete!
CORO (sottovoce):
Occhio alle labbra di Milda.
S'ella beve, berremo noi!
MILDA:
Se l'inganno si cela in questo liquore,
disperdilo, o alto Signore degli Spiriti!
Bevo!
Fa che ogni goccia si muti per Rospus
in rapido ministro d'atroce morte!
Bevo!
CORO:
Torneremo alle dolci umane sembianze,
rivedremo i parenti a cui fummo rapiti!
Beviam!
Se l'inganno si cela in questo liquore,
disperdilo, o alto Signore degli Spiriti!
Beviam!
ROSPUS (con ferocia):
(Or fa la tua opra, o filtro!)
(Tutti bevono.)
MILDA (sopraffatta):
Che accade dentro di me?
CORO (stupiti. Tutte le coppe rumoreggiano per terra):
Che accade dentro di noi?
MILDA:
Una soave lassezza di sonno!
CORO:
Un languore ineffabile!
ROSPUS (con scherno):
Andate via sonnambuli svegli!
Ebbri d'oblio, andate via!
(Milda esce insieme con il Coro. Ode la chiamata di Wolff e intuendo una forza superiore alla
sua esclama furibondo)
Già comincia la lotta.
I miei nemici sono già a quella soglia.
Ah, non posso vietargli l'entrata.
Starò in ascolto, qui dietro:
essi sono forse più forti, ma io più astuto.
(Si nasconde. Entrano la fata Vampa e Wolff. La leggera veste della Fata dà ragione del suo
nome, sembra una fiamma che la circondi.)
VAMPA:
Ella è qui, la vedrai tosto.
Contro le arti del Mago
combattere ti è forza
abbandonato a te stesso.
Rammenta i miei consigli.
Premio della vittoria
è il possesso di colei
che è regina del tuo cuore.
WOLFF:
Se l'amore non vincesse,
qual altra forza in terra o in cielo,
potrebbe mai rompere l'incanto?
VAMPA:
Passerai per tre prove
una più ardua dell'altra.
Se ti scoraggi un istante,
la tua impresa è perduta.
Cadrai in potere del Mago,
diverrai suo schiavo in eterno;
e Milda sarà sua, e, immortali,
s'ameranno lassù tra noi.
WOLFF:
Se l'amore non vincesse,
qual altra forza in terra o in cielo,
potrebbe mai romper l'incanto?
VAMPA (chiamando, portando la mano alla bocca):
Rospus! Rospus!
ROSPUS (apparendo da dietro la roccia, con finta umiltà):
Benvenuti, amici!
Ospitale fu sempre, questa mia grotta.
Riposatevi, ristoratevi, quantunque
nulla io abbia che sia degno
della possente fata Vampa: succhi d'erbe
benefiche, liquori distillati
con arte meschina...
VAMPA (con intento):
Tu sai perché venuti noi siam qui.
ROSPUS:
Pietà, pietà d'un povero vecchio.
Insuperbito dei miei trionfi
sulle forze nascoste della Natura,
io chiesi agli Spiriti il Cibo
che li rende giovani e immortali.
VAMPA:
Il Fato rispose: Fatti amare
dalla prima fanciulla che incontrerai,
giacché l'amore è il divino cibo
che rende sempre giovani e immortali.
WOLFF (con dolcezza):
Ma Milda, che tu incontrasti
la prima sul tuo sentiero,
Milda era mia! Te la contendo,
e son qui per la gran prova.
ROSPUS (c.s.)
Per te il mondo ne ha mille altre!
VAMPA:
Gliel'ho cercata io fra mille.
ROSPUS:
Amano tutte ugualmente!
WOLFF:
Nessuna potrà amare come lei!
ROSPUS:
Pietà, pietà d'un povero vecchio.
WOLFF:
Hai tu avuto pietà di me?
VAMPA:
Hai tu avuto pietà di lei?
WOLFF:
Io sento, qui,
la infallibile voce del cuore,
che mi dice: vincerai!
Vincerò! Non è possibile che due cuori amanti
debbano esser divisi così crudelmente!
Mentirebbe il sole che assentiva ai nostri baci,
mentirebber le stelle che assentivano ai nostri abbracci!
Mentisca Rospusl
ROSPUS:
Bada, non sei certo di vincermi!
VAMPA:
Ne sei tu certo?
Io ti lascio.
(Vampa ha indietreggiato a poco a poco, si ferma un momento e poi sparisce dietro una porta.
La scena rimane in una quasi completa oscurità.)
ROSPUS (chiudendo la porta dove è sparita Vampa, dice con voce terribile a Wolff):
Ora a noi!
CORO (di dentro si ode un lamento):
Ahimè! Ahimè! Ahimè!
WOLFF:
Il cuore mi si è turbato!
ROSPUS:
(L'opra del filtro è compiuta!)
(Afferrando un terrorizzato)
(Entra disordinatamente il Coro facendo gesti di terrore)
Che sono questi lamenti?
Che cosa avvenne? Parlate.
(Portano fuori Milda sopra una barella, la depongono in terra nel fondo della grotta.)
CORO:
È morto il fiore gentile!
Morto il sorriso di bellezza!
Milda è morta, ahimè!
È morta, è morta, ahimè!
ROSPUS (simulando dolore, rivolgendosi a Wolff):
Morta? La tua voce l'ha uccisa.
WOLFF:
Ella è morta?
Morta quando si avvicinava
l'ora della liberazione?
Lasciatemi vedere! Lasciatemi toccare!
Questa è un'infernale illusione!
Fredda! Fredda! Ti scalderò coi miei baci,
colle mie grida ti desterò.
Ah, se mi amasti davvero
udrai, anche dall'inferno,
questo suono.
(Suona replicatamente il corno da caccia. Alla prima chiamata del corno è silenzio e Raspus ride
con scherno, alla seconda Milda dà segno di vita e Rospus tremando vorrebbe impedire la terza
e magica chiamata del corno, e minaccioso si avanza verso Wolff; ma troppo tardi, che Milda si
desta, e salta in piedi trasognata.)
ROSPUS:
Maledizione!
MILDA:
Era il forte cacciatore che mi salutava
e parea ripetermi: Milda, t'amo, t'amo!
CORO:
Non era morta, dormiva!
Il fiore gentile si è destato!
WOLFF: ROSPUS:
L'ha destata il richiamo Non lo previdi, stolto che fui!
dei nostri giorni felici! Stolto che fui, non lo previdi!
ROSPUS:
Hai vinto la prova più facile.
Strappa, strappa ora alla fanciulla
un giuramento d'amore.
WOLFF:
Lasciami solo con lei.
ROSPUS (ironicamente):
Lasciamoli soli.
(Volgendosi alla folla)
E voi che vi siete rallegrati
della mia sconfitta, portate via
tormenti roditori dentro le ossa!
CORO (andando via molto rapidamente come per incanto zoppicando e contorcendosi):
Ahi! Quai cani arrabbiati
ci divorano internamente!
Ahi! Ahi! Cessa un momento!
Perché straziarci così?Ahi! Ahi!
(Rospus e il Coro escono.)
WOLFF (sorpreso del continuo silenzio di Milda):
Non mi riconosci?
MILDA (trasognata non riconoscendolo):
Chi siete?
WOLFF:
Non udisti quel suono di corno?
MILDA:
Era il suo corno, lo intesi.
WOLFF:
Non mi riconosce! Ha offuscato
la sua mente il triste Mago.
Milda!
MILDA:
Chi v'apprese il mio nome?
WOLFF:
Son io, Wolff, il tuo Wolff!
MILDA:
Lo attendo
da un anno, un mese e un giorno!
Mi ha dimenticato! Vorrei,
vorrei non poterlo amare più!
WOLFF:
M'ami dunque sempre? Ripeti
questa parola possente.
Son io, Wolff, il tuo Wolff!
MILDA:
Andate!
Vorrei non poterlo amare più...
(Da sé)
Eppure c'è un fascino irresistibile
nella voce di costui!
Come di ricordi dolcissimi
rifiorenti nel cuore!...
Ma egli crede di trarmi in inganno,
colle finte blandizie...
No, all'infuori di lui, a nessuno
io dirò: t'amo! No.
WOLFF:
Chi lui?... Il Mago forse? Qual lampo! Attendi un istante.
(Esce precipitosamente.)
MILDA (c.s.):
Eppure vi è un fascino irresistibile
nella voce di costui!
Ma perché, giunte al labbro, mentiscono
le parole del cuore?
Ah, egli crede di trarmi in inganno
colle finte blandizie!...
No, all'infuori di lui, a nessuno
io dirò: t'amo! No.
ROSPUS (affaccia la testa dal suo nascondiglio):
È andato via? Si è perduto d'animo?
(Rientra Wolff mascherato da Mago, coll’identico vestito di Rospus, la grande barba fluente, ed
imita l'andare e i gesti di quello.)
ROSPUS (sta per nascondersi di nuovo, ma Wolff lo ha scorto e lo trae fuori dal suo nascondiglio e lo
getta in disparte):
Quale travestimento? Che intendi di fare?
WOLFF:
Non nasconderti; assisti alla tua disfatta.
ROSPUS:
Che intendi di fare?
WOLFF:
Vedrai.
Milda! Milda!
MILDA (da sé):
Non ho trasalito!
Non provo più repugnanza
all'aspetto del Mago.
(Scorge anche Rospus, si nasconde il viso tra le mani, atterrita, cercando di fuggire, ma udendo
il canto di Wolff si arresta affascinata.)
Sono due, ahimè!
WOLFF:
Ti canterò la più soave canzone,
quella che tu cantavi filando,
i buoi levavan la testa lunata,
gli usignuoli tacevano per ascoltarti.
ROSPUS (da sé):
Vo' ripeterla anch'io.
WOLFF (cercando d'imitare la voce di Milda):
Le mie dita inumidite
traggon fili dorati
così fili il destino
giorni d'oro al mio amore!
Il mio pensiero è confuso
col pensiero di lui.
Da lontano o da vicino,
io vivo pel mio amore!
(Rospus ripete la stessa canzone ma un po' goffamente.)
MILDA: WOLFF E ROSPUS (insieme c.s.):
Che tormento d'incertezza. La rugiada non l'offenda,
È questa, è questa la mia canzone quand'ei va mattiniero,
quella che io cantavo filando! nel più folto del bosco,
cacciatore il più ardito.
Il mio pensiero è confuso
col pensiero di lui.
Da lontano o da vicino
io vivo pel mio amore!
MILDA:
Che tormento d'incertezza!...
Chi, se non lui, lui solo,
potrebbe ripetermi
la mia canzone prediletta?...
Ma quest'aspetto... ahimè!...
Ma pure... nella sua voce
c'è qualcosa che mi attira...
che mi soggioga, che mi vince!...
(Milda al suono della voce di Wolff si avvicina e segue il canto, mentre Rospus procura d'imitare
la canzone perché non svanisca l'incanto.)
MILDA:
Wolff, amor mio, sei tu, sei tu!
(Si getta fra le braccia di Wolff.)
WOLFF:
Milda, amor mio, son io, son io!
ROSPUS:
Maledizione! Maledizione!
Non lo previdi neppure!
MILDA:
Mi desto da un sogno
da un sogno orribile!
ROSPUS (da un angolo della caverna trae fuori una spada precipitandosi verso Wolff):
No, non hai vinto ancora,
ne rimane un'altra prova,
una prova di morte!
WOLFF (liberatosi dal suo travestimento da Mago, sciogliendosi dall'abbraccio di Milda):
Ed eccomi a te!
Difenditi.
Questa mia spada saprà ben trovare
il solo punto vulnerabile
del tuo corpo fatato.
Difenditi!
ROSPUS:
Pria che tu giunga a cavarmi
una sola goccia di sangue, verserai
fin l'ultima stilla del tuo sangue superbo!
WOLFF:
Difenditi!
MILDA (scostatasi, mentre i due si battono, si inginocchia):
Se nel cielo c'è uno spirito più pietoso
di tutti gli altri pei cuori che si amano,
dia baldanza al suo petto e diriga egli stesso
il colpo che segnerà l'ultima ora del mago!
ROSPUS:
Ferito!
WOLFF:
Non è nulla!
ROSPUS:
Ferito!
WOLFF:
Scalfitture!
MILDA:
Oh, cielo!
ROSPUS:
Ferito! Tu impallidisci e vacilli.
WOLFF:
No, ho ancora tanto sangue
da poter far rosso l'oceano!...
Prendi!
ROSPUS:
Ah!... Son morto!
(Milda nel veder cadere Rospus, si getta nelle braccia di Wolff che vacilla esangue; in
quest'istante apparisce la fata Vampa che toccando le ferite con la sua magica bacchetta le
risana per incanto.) (Nel medesimo tempo una luce più bella rischiara la scena, che si è
trasformata in un bel giardino. Accorre il Coro. Uomini e donne han già ripreso la loro forma
umana.)
MILDA: CORO:
Oh, felicità insperata! Vittoria! Vittoria!
Ora sono tua per sempre! Invincibile in cielo e in terra
è Amore!
WOLFF: VAMPA:
Oh gioia senza confine! Vivrete felici,
Ora sei mia per sempre! vivrete per amarvi!
E rivivrete in lunga
progenie di figliuoli.

Cala il sipario.








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